La Consorteria Petrolifera – Viaggio nel polmone nero del Potere italiano. Capitolo I: la Tangente Nera, o del finto nazionalismo di Mussolini

Questo articolo è stato pubblicato su The Blazoned Press il 25 giugno 2014.

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Roma, 10 giugno 1924 – Giacomo Matteotti, segretario del Partito Socialista Unitario, viene rapito da un gruppo della “Ceka del Viminale”, la polizia politica fascista. Il suo corpo verrà ritrovato solo due mesi dopo. La sentenza di condanna degli esecutori dell’omicidio, emanata il 24 marzo 1926 dopo un processo farsa a Chieti, sarà completamente cancellata da provvedimenti di amnistia ed indulto.
Pochi giorni prima del rapimento, il 30 maggio, il segretario del Psu aveva denunciato in Parlamento i brogli delle elezioni del 6 aprile, il cui esito era già viziato in favore del Partito Nazionale Fascista (Pnf) per effetto della legge Acerbo, introdotta l’anno precedente.

L’11 giugno, giorno successivo al rapimento, Matteotti avrebbe dovuto però presentare in aula le prove per un’accusa più grave dei brogli: la corruzione internazionale di alcuni esponenti di vertice del regime fascista. Movente più che valido per giustificare un omicidio.

La maxitangente fascista
Nel maggio 1924 il Regio Decreto n.677 rende ufficiale l’accordo raggiunto dall’Italia con la compagnia petrolifera statunitense Sinclair Exploration Oil Corporation per svolgere attività di ricerca petrolifera in un’area di 40.000 km2 individuata tra Emilia-Romagna e Sicilia. Nelle settimane precedenti, alcuni articoli firmati proprio da Matteotti avevano posto alla base dell’accordo una tangente da 30 milioni di lire pagata dalla compagnia petrolifera al governo italiano.

Harry Ford Sinclair, proprietario della compagnia statunitense, era finito sotto processo per aver ottenuto lo sfruttamento di un giacimento di petrolio e gas naturale – strategico nel sistema di difesa nazionale – pagando una tangente ad Albert Fall, dal 1921 al 1923 ministro degli Interni del governo Harding. Assolto dall’accusa principale, il petroliere verrà comunque condannato a sei mesi di reclusione per aver corrotto la giuria del processo.
Lo scalpore suscitato dal primo “scandalo petroli” della storia italiana porterà infine alla rescissione dell’accordo.

Una denuncia “disinteressata”
In Italia, nel frattempo, il petrolio prendeva sempre più piede, arrivando a coprire il 9% del consumo energetico nazionale nel 1925. L’anno successivo, quando viene creata la prima compagnia petrolifera di Stato (l’Agip), importiamo circa 83.000 tonnellate di petrolio e poco più di 144 tonnellate di benzina soprattutto dagli Stati Uniti[1], coinvolti nel nascente mercato petrolifero italiano attraverso la Standard Oil of New Jersey.

Tra il 22 ed il 26 aprile 1924 Matteotti è a Londra – in clandestinità – per lanciare un forte allarme sulla deriva autoritaria italiana e per far tradurre il suo libro “Un anno di dominazione fascista”. Dagli incontri tenuti con vari dirigenti laburisti, che proprio in quell’anno arriveranno per la prima volta al governo, il leader socialista avrebbe ottenuto i documenti comprovanti la corruzione del regime. Il Daily Herald, house organ ufficiale dei laburisti, in una inchiesta sull’argomento aveva già indicato in Arnaldo Mussolini, fratello del Duce, uno dei protagonisti del sistema tangentizio.
Le fonti britanniche, soprattutto di quell’area politica che si apprestava a governare, non erano dunque completamente disinteressate. La Gran Bretagna guardava infatti con estremo interesse al mercato petrolifero italiano attraverso la Anglo-Persian Oil, compagnia di Stato e, dunque, controllata all’epoca proprio dai laburisti.
Lo scandalo suscitato dalle tangenti pagate dalla Sinclair porterà comunque alla rescissione dell’accordo.

Iraq: il petrolio (svenduto) di Mussolini
Mentre le compagnie petrolifere straniere si interessavano all’oro nero italiano, il regime fascista imboccava la strada opposta.
Attraverso l’Agip, negli anni Trenta, l’Italia dispone di concessioni per 32.000 barili al giorno di petrolio (parti a 1.750.000 tonnellate annue) a Mosul, Iraq settentrionale. Ricchissima di petrolio, l’area era per questo al centro di una contesa tra le potenze vincitrici della Grande Guerra e la neonata Repubblica Turca di Kemal Atatürk.

Ma le velleità imperialiste di Mussolini erano più forti dell’autonomia energetica permessa dallo sfruttamento dei giacimenti iracheni, acquistati dalla British Petroleum (la vecchia Anglo-Persian Oil) per 350.000 sterline, denaro con il quale venne finanziata la campagna coloniale in Africa per la quale – ha recentemente evidenziato Matteo Renzi – paghiamo ancora l’accisa sulla benzina.
L’interesse italiano per l’oro nero iracheno non termina però con la cessione delle concessioni agli inglesi. Molti anni dopo, a riaprire la questione ci penserà un camion cisterna pieno di esplosivo il 12 novembre 2003, giorno dell’”attentato di Nassiriya”.

Nascita di una oligarchia
Mentre il regime di Mussolini porta avanti la sua campagna africana, in Italia inizia a prendere forma una vera e propria oligarchia petrolifera “monocolore”, un sistema di potere formato da uomini della Resistenza tanto quanto da simpatizzanti del regime fascista che ancora oggi continua a definire la politica nazionale ed internazionale del Paese, non solo in campo energetico.

Essere Eugenio Cefis (I)
Al centro di questo sistema, nel dopoguerra, c’è un solo nome: quello del marchigiano Enrico Mattei, padre nobile del sistema di potere petrolifero. Se quella notte del 27 ottobre 1962 il suo Sauliner 706 non fosse esploso nel cielo di Bascapé (Pavia), probabilmente il mito che ruota ancora oggi intorno al suo nome si sarebbe fermato al denaro elargito a tutti i partiti politici e non all’uomo che – prendendo in mano una società che nessuno al governo voleva sentir nominare – fu in grado di ideare una nuova politica energetica pubblica e, di riflesso, ridefinire il sistema delle relazioni internazionali italiane dell’epoca.

Se qualche anno prima il partigiano “Marconi” – come Mattei era conosciuto durante la Resistenza – si fosse attenuto agli ordini del governo di (s)vendere l’Agip, cedendo così alle pressioni delle Sette Sorelle, probabilmente anche Eugenio Cefis sarebbe rimasto solo un ex comandante dei partigiani cattolici e non il primo “grande burattinaio” della storia repubblicana, chiamato dopo la notte di Bascapé a riportare l’Ente nazionale nel solco delle direttive statunitensi.

La pista statunitense
Gli aerei esplosi in volo sono stati più volte usati dagli Stati Uniti per eliminare i propri oppositori internazionali, come dimostrano gli omicidi dell’ex presidente panamense Omar Torrijos e di Aime Roldós Aguilar, primo presidente democraticamente eletto dell’Ecuador.

«All’inizio della campagna elettorale, nel 1978» – scrive John Perkins ne I sicari dell’economia[2] a proposito di Roldós – «attirò l’attenzione dei suoi compatrioti e dei cittadini di ogni nazione in cui aziende straniere sfruttavano il petrolio, o dove la gente voleva liberarsi dall’influenza di potenti forze esterne». Oltre alla stessa modalità di assassinio, l’ex Presidente ecuadoriano e Mattei sono accomunati dall’aver cercato di togliere quote di mercato alle compagnie petrolifere: Mattei attraverso la creazione di una società – l’Eni – tanto potente da essere in grado di far loro concorrenza, Roldós presentando in Parlamento una nuova legge sugli idrocarburi e chiedendo alle multinazionali di adattarsi, pena l’espulsione dal suo Paese. Il suo aereo esploderà in volo il 24 maggio 1981.

Essere Eugenio Cefis (II)
L’omicidio di Enrico Mattei si è legato, in poco più di un decennio, ad altri due misteri italiani: l’omicidio di Pier Paolo Pasolini durante la stesura di Petrolio (1975) ed il rapimento del giornalista siciliano Mauro De Mauro, che aveva lavorato sulla figura dell’ex presidente dell’Eni per la sceneggiatura del film Il caso Mattei, uscito nel 1972 per la regia di Francesco Rosi.

Al centro di questo “triangolo insanguinato” l’Agenzia Milano Finanza, riconducibile all’ex senatore Graziano Verzotto, già stretto collaboratore di Mattei nonché informatore di De Mauro del cui omicidio – secondo i giudici di Palermo – sarebbe stato uno dei mandanti.
Con il denaro dell’ex senatore, nel 1972 viene pubblicato Questo è Cefis. L’altra faccia dell’onorato presidente, scritto dal direttore dell’agenzia – Corrado Ragozzino – con lo pseudonimo di Giorgio Steimetz. Il libro, ampiamente usato da Pier Paolo Pasolini per la stesura di Petrolio, viene ritirato quasi subito dal mercato, tornando in libreria solo nel 2010, quando ormai la cronaca si è trasformata in storia.

[1 – Continua]

Note
[1] Bollettino mensile dell’Istituto Centrale di Statistica del Regno d’Italia, pubblicato il 22 novembre 1926 sulla Gazzetta Ufficiale;
[2] John Perkins, Confessioni di un sicario dell’economia. La costruzione dell’impero americano nel racconto di un insider, edizione 2010, pag. 202;

  1. Le tangenti,…negli affari ESTERI sono state sempre pagate,….il problema che ..da ….tempo….sono pagate anche per gli affari INTERNI,……ma mentre per quelle esterne…..è una lotta con altri paesi,……per le interne…….diventa un ladrocinio….e aumentano.i costi per le opere pubbliche……e i costi sappiamo chi li paga……….

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    • Gentile Claudio, sono più che d’accordo con lei. Come potrà notare proseguendo nella lettura de “La Consorteria Petrolifera” ho analizzato in una dimensione storica quanto scrive nel suo commento. In tal senso troverà molto interessante l’analisi dei rapporti del potere petrolifero in Basilicata, che potrà leggere cliccando qui.

      Grazie per l’attenzione,
      Andrea Intonti

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  2. Pingback: La Consorteria Petrolifera – Viaggio nel polmone nero del Potere italiano. Capitolo II: la legge | Il Dettaglio - Il blog di Andrea Intonti

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