La Consorteria Petrolifera – Viaggio nel polmone nero del Potere italiano. Capitolo IV: Basilicata. Ombre sul petrolio

Questo articolo è stato pubblicato su The Blazoned Press il 30 giugno 2014

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Basilicata&petrolio

Riprendere le esplorazioni di idrocarburi è un passaggio a cui non possiamo rinunciare per arrivare ad una bolletta energetica più leggera e sostenibile”. A dichiararlo, durante l’assemblea di Confindustria dello scorso maggio il ministro dello Sviluppo Economico Federica Guidi, che ha anche evidenziato come il governo non permetterà “che intransigenze ambientaliste o resistenze locali blocchino esigenze nazionali di questa portata”.

Cambiamento” e “rottamazione” delle vecchie pratiche politiche, parole-chiave del governo Renzi, non saranno dunque applicate alla Basilicata, che anche con il neo-governatore Marcello Pittella rimarrà nodo centrale di quella Strategia Energetica Nazionale – e prima ancora del “Manifesto per il Sud nella crescita dell’Italia” presentato dall’ex ministro Corrado Passera – che per la regione prevede il raddoppio delle estrazioni petrolifere entro il 2020 in cambio di 20 miliardi di euro divisi tra investimenti diretti (17) ed entrate fiscali (3 miliardi) e la promessa di 100.000 nuovi posti di lavoro.
Il tutto contornato dal beneplacito di Romano Prodi, che in un recente passaggio su Il Messaggero, auspicava l’uscita dalla crisi economica attraverso lo sfruttamento del petrolio del Mar Adriatico, affare da soffiare alla Croazia.

Per approfondire
1. “Quel mare di petrolio che giace sotto l’Italia”, l’intervento di Romano Prodi su Il Messaggero http://economia.ilmessaggero.it/economia_e_finanza/prodi-quel-mare-di-petrolio-che-giace-sotto-l-amp-rsquo-italia/697134.shtml;
2. Il “fact-checking” di GreenPeace, da “Il Fatto Quotidiano” http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/05/20/petrolio-prodi-e-linsana-idea-di-trivellare-ladriatico/992153/

Nascita di una Petro-regione
9.992 chilometri quadrati di superficie, di cui circa 6.500 coinvolti nel ciclo di estrazione petrolifera attraverso titoli minerari attivi e istanze per il conferimento di nuovi titoli in un territorio con 123 comuni su 131 a rischio di frana (56), alluvione (2) o entrambe (65) e dove la Val d’Agri, insieme a Gorgolione e a Serra Pizzuta[1] uno dei tre giacimenti lucani, è tra le aree italiane a maggior potenziale sismomagnetico[2].

Situazione che non dovrebbe essere sottovalutata se si considerano le conclusioni del recente rapporto della Commissione Ichese (International Commission on Hydrocarbon Exploration and Seismicity in the Emilia Region) istituita dalla Protezione Civile su richiesta di Vasco Errani, presidente della Regione Emilia-Romagna per indagare la correlazione tra il sisma del 2012 e l’attività estrattiva sul territorio regionale. Attraverso questo studio la Commissione ha indirettamente smentito anche una relazione dell’ex ministro Alberto Clò[3] per Assomineraria – l’associazione dell’industria mineraria e petrolifera interna a Confindustria – secondo la quale non esisterebbe “alcuna comprovata correlazione negativa tra attività mineraria e i settori dell’agricoltura, della pesca e del turismo”.

Ricchezza&povertà
Quarta tra i produttori di petrolio in Europa – 49a a livello mondiale – dalla Basilicata arriva l’80% della produzione nazionale di petrolio, che copre però solo il 6% del fabbisogno nazionale.
Differenza di dati che riassume perfettamente la situazione lucana: una regione che avrebbe i numeri per essere il “Texas d’Italia” ma che l’Istat nel 2011 inseriva al primo posto per incidenza della povertà relativa (28,3%), con una percentuale di disoccupazione giovanile del 48% che spinge quasi duemila persone all’anno a spostarsi in un’altra regione.
La volontà di rendere Matera capitale della Cultura europea nel 2019, alla luce di una così grave situazione e del modo in cui la Basilicata viene gestita, appare solo un modo per parlar d’altro, spazzare il problema sotto il tappeto.

Per approfondire: La situazione del PIL lucano. L’analisi di Confesercenti (Trmh24)

Come se non bastasse, i dati dell’Istituto nazionale tumori evidenziano una crescita delle neoplasie negli ultimi vent’anni, con un andamento doppio rispetto alla media nazionale. Non aiuta, in tal senso, che le autorità locali abbiano concesso l’apertura di pozzi di petrolio nei pressi di scuole, ospedali e centri abitati. Senza dimenticare che il più grande impianto estrattivo su terraferma d’Europa – il centro oli Eni di Viggiano, in Val d’Agri – è stato costruito nel bel mezzo del Parco Nazionale dell’Appennino Lucano.

Sotto la soglia (di pagamento)
Di petrolio in Basilicata se ne parla già dal 1921, quando le trivelle arrivano a Tramutola (Potenza) per il pozzo “Fossatelle 1”. Quasi vent’anni dopo, nel 1939, dai 47 pozzi sfruttati dall’Agip si estraggono circa 360.000 m3 di gas e 3.500 barili di petrolio all’anno. Oggi, dai pozzi della sola Val d’Agri, di barili di petrolio ne escono 90.000 al giorno.

Nel 1998 è su questi barili che la Regione stipula un accordo ventennale con l’Eni, che per l’attività estrattiva deve restituire in royalties il 7% del valore del greggio estratto – percentuale più bassa al mondo – per un totale che la stessa società fissa in circa 585 milioni di euro e che si aggiunge al 64% di prelievo fiscale sulle attività petrolifere.
Inoltre, attraverso l’articolo 19 comma 3 del Dlgs. 625/96 le compagnie petrolifere sono esentate dal pagare royalties per i primi 20 milioni di metri cubi di gas e per le prime 20 mila tonnellate di olio greggio estratte.

Per approfondire: tabella gettito royalties 2013, fonte: Ministero per lo sviluppo economico – Direzione generale per le risorse minerarie ed energetiche

Ambiente tossico
Quarta regione per incidenza dei reati legati al ciclo dei rifiuti in Italia, già nel 1997 la Commissione parlamentare d’inchiesta sui rifiuti tossici lanciava l’allarme su come la bassa densità di popolazione – oggi attestata a 57,5 abitanti per chilometro quadrato – porti la Basilicata ad essere “meta finale di possibili e in alcuni casi reali, traffici illeciti di rifiuti con direttrice nord-sud”, con un “primario interesse[4] da parte della consorteria mafiosa dei Basilischi, quinta mafia italiana.
È dagli impianti del Centro ricerche Enea di Trisaia di Rotondella (Matera), dove si sono sviluppati almeno tre incidenti nucleari rilevanti, che partono i rifiuti tossici caricati al porto di Livorno e diretti – attraverso le rotte delle navi dei veleni – in Somalia[5].
Tre anni dopo, la relazione territoriale della medesima Commissione parla di 890 siti inquinati, di cui la metà connessi alla ricerca di giacimenti petroliferi. Tale connessione ha portato ad aprire negli anni varie indagini sull’attività delle compagnie petrolifere, l’ultima delle quali aperta a febbraio di quest’anno per smaltimento illecito di rifiuti da parte dell’Eni.

Al centro (oli) deli sistema (I)
Secondo gli inquirenti, infatti, negli ultimi tre anni e mezzo dal Centro oli di Viggiano (Potenza) l’Eni avrebbe smaltito in maniera illecita le “acque di produzione” – derivanti dall’attività di perforazione e contenenti metalli pesanti ed elementi radioattivi – con l’ausilio di imprese come Tecnoparco Valbasento, società mista pubblico-privato nata come società di servizi per le aziende dell’area di Pisticci (Matera) e diventata punto di raccordo di gran parte dei rifiuti prodotti dalle estrazioni petrolifere della regione.
Tra gli indagati i titolari di Tecnoparco – Faustino e Michele Somma, quest’ultimo presidente di Confindustria Basilicata – l’imprenditore Giovanni Castellano, il responsabile del Distretto meridionale Eni Ruggero Gheller e Massimo Orlandi, ex amministratore delegato di Sorgenia, società del gruppo De Benedetti partecipante al 20% nella società lucana e che proprio il denaro dell’Eni potrebbe salvare, a parziale copertura degli 1,9 miliardi di debito verso le banche del gruppo dell’editore di Repubblica, l’Espresso e l’Huffington Post, che ha nell’Eni uno dei main sponsor.

Al centro (oli) del sistema (II)
Costruito nel 1997 in Val d’Agri, il centro oli di Viggiano rappresenta uno dei nodi principali – se non il principale – dell’intera questione lucana, legando in uno stesso impianto la problematica ambientale, quella sanitaria e quella politico-affaristica.
L’impianto è infatti sottoposto a direttiva Seveso in quanto considerato a rischio di incidente rilevante, come accaduto a fine settembre 2002, quando la rottura di un forno dell’impianto di desolforizzazioe, con relativa emissione di gas inquinanti, porta l’allora presidente della Regione Filippo Bubbico a tornare in tutta fretta da Roma per redigere un’ordinanza di sospensione dell’attività del centro. Una nota dell’Eni – “tradotta” all’epoca dal WWF – definisce l’incidente in “migliaia di chilogrammi di gas tossici e nocivi(…)immessi direttamente nell’aria per diversi giorni, senza che il ciclo produttivo venisse fermato e senza che scattasse alcun allarme di pericolo per la contaminazione dei cittadini e dell’ambiente”. Proseguendo nella lettura della nota, si scopre infatti che dal 27 settembre al 4 ottobre – ovvero dal momento in cui la società rende noto l’incidente al momento in cui viene firmata l’ordinanza di sospensione – sia i livelli medi giornalieri che quelli di picco dei gas di emissione non sembrano essere stati monitorati.

Per effetto dell’articolo 19 (comma 4) del Dlgs n.625/96, i dati dei monitoraggi sono “autodichiarati” dalle compagnie petrolifere alle istituzioni competenti – Arpab ed Unmig – lasciando sostanzialmente ai controllati la funzione di controllori. Questo permette all’Eni, ad esempio, di certificare valori di Pm2,5 maggiori dei dati di Pm10, di cui i primi rappresentano però una frazione, come denunciato da Gianluigi De Gennaro – docente di chimica all’università di Bari e consulente del Comune di Viggiano – durante il Consiglio comunale tenutosi il 20 febbraio 2012.

Tra i gas inquinanti prodotti dal centro oli, particolare menzione spetta all’idrogeno solforato (H2S) in quanto archetipo di quanto le politiche ambientali in Italia siano estremamente sensibili a volontà tutt’altro che ambientalistiche, come d’altronde dimostrano i recenti fatti di cronaca legati all’Ilva di Taranto.
Prodotto dal trattamento del petrolio, l’Organizzazione mondiale della sanità ha fissato il limite massimo di H2S a 0,005 parti per milione (ppm). Il processo di Claus riesce ad eliminare dalla lavorazione circa il 95-97%, ciò che rimane viene immesso nell’aria attraverso un inceneritore a fiammella costante. Dato l’alto tasso di tossicità – pari a quello del cianuro – negli Stati Uniti i livelli massimi concessi in alcuni Stati sono addirittura inferiori.
Il decreto ministeriale del 12 luglio 1990 ha invece fissato i limiti massimi in 5 (cinque) ppm per l’industria non petrolifera e in 30 (trenta) ppm per quella petrolifera.

Per approfondire: Danni alla salute umana causati dall’idrogeno solforato. Maria Rita D’Orsogna, Thomas Chou, Department of Mathematics, California State University at Northridge, 14 gennaio 2010

Invaso del Pertusillo, dove l’acqua è ammalata
In Val d’Agri – dove tracce di idrocarburi sono state ritrovate persino nel miele delle api – a pochi chilometri dal centro oli c’è il lago artificiale del Pertusillo, costruito tra il 1957 ed il 1962 come sbarramento del fiume Agri. I suoi 155 milioni di m3 di acqua riforniscono tanto la Basilicata quanto la vicina Puglia, nonostante 3.200 tubature di proprietà pubblica quanto privata riversino nel lago sostanze inquinanti come metalli pesanti e batteri come escherichia coli e streptococchi fecalitipici degli scarichi fognari – o Idrocarburi Policiclici Aromatici (Ipa), in grado di interagire con il patrimonio genetico delle cellule con cui entrano in contatto, aggiungendo problemi sanitari al già grave danno ambientale dovuto ai 25 pozzi attivi del Parco Nazionale della Val d’Agri.

I quasi 170 milioni di euro versati in royalties nel 2012, sommati al progetto già definito tra Stato e Regione di portare la produzione dagli attuali 80.000 barili al giorno a 129.000 – per un totale di 175.000 barili se si considera anche la produzione di Tempa Rossa – hanno creato per anni una vera e propria cappa di silenzio sulla vicenda.

Ne sanno qualcosa il tenente della Polizia Provinciale Giuseppe Di Bello e Maurizio Bolognetti, giornalista freelance e segretario dell’Associazione Radicali Lucani. Autori di due analisi indipendenti, di varie denunce e – nel caso di Bolognetti – ben due libri sulla questione, si sono visti denunciare per procurato allarme, poi trasformato in rivelazione di atti d’ufficio per la moria di pesci nell’invaso che invalidava la prima accusa. Per il giornalista è arrivata l’assoluzione il 14 giugno 2014. Le motivazioni della sentenza – che creano un precedente giuridico – si sono incentrate sull’articolo 32 della Costituzione e sulla Convenzione di Aahrus, ratificata dal nostro Paese nel marzo 2001, il cui articolo 1 sancisce il “libero accesso alle informazioni, alla partecipazione ai processi decisionali e all’accesso alla giustizia in materia ambientale”.

Per approfondire: La Basilicata dei veleni. Intervista a Giuseppe Di Bello, di Antonio Musella, fanpage.it

Di Bello, condannato a due mesi e 20 giorni (pena sospesa e non menzione) ed oggi dinanzi alla Cassazione, è tra i candidati alle primarie online del Movimento 5 Stelle per la scelta di chi dovrà rappresentare il partito alle elezioni regionali lucane. L’ampia vittoria conseguita dura qualche minuto. Perché Di Bello è condannato – “una medaglia al merito”, la definisce il tenente – e quindi, per la fede nella burocrazia interna, non più candidabile, alla stregua di un condannato per omicidio o per inquinamento ambientale. Il tenente è, peraltro, vittima di una duplice beffa: non solo quella legata al M5S ma anche quella di vedersi condannato per aver fornito a Bolognetti i dati sul Pertusillo e vedersi giudiziariamente trattato in modo diverso. Le motivazioni della sentenza permetteranno di chiarire meglio la questione.

Che la Basilicata abbia una grave situazione ambientale è d’altronde istituzionalmente certificato già nel 1989, quando con una delibera di luglio la Giunta Regionale vietava lo smaltimento dei rifiuti tossico-nocivi nella discarica di rifiuti pericolosi di Pisticci Scalo (Matera, nel SIN Val Basento) che nel 2003 porteranno alla saturazione di una delle due vasche da 20.000 m3 e dove solo nel 2008, come riportato dal ministero per l’Ambiente nel verbale della Conferenza dei Servizi Decisoria del 14 gennaio, si scopre che “le due vasche costituenti la discarica sono state realizzate prive dei dovuti settori dedicati allo smaltimento delle diverse categorie di rifiuti pericolosi e non, e l’impianto è stato esercito senza impedire che detti rifiuti venissero a contatto”.

L’inceneritore di dati
A San Nicola di Melfi (Potenza) nelle acque del fiume Ofanto arrivano sostanze come il mercurio – 140 volte superiore ai limiti di legge – o gli alifati clorurati cancerogeni, prodotti dalle 65.000 tonnellate di rifiuti urbani e industriali dell’inceneritore Fenice, dal 2000 di proprietà della società francese EDF.
L’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente (Arpab) è a conoscenza degli alti livelli degli inquinanti presenti in falda almeno dal gennaio 2008, ma per mesi non ne ha pubblicato i dati. Anzi, secondo quanto dichiarato al Tgr Basilicata del 25 settembre 2009 dall’allora direttore Vincenzo Sigillito, i dati per il quadriennio 2002-2006 all’epoca nemmeno esistevano. “Non spettava al nostro Ente lanciare l’allarme”, dichiarava Bruno Bove, responsabile provinciale dell’agenzia.
Da “inesistenti”, i dati divennero “non divulgabili per volere della magistratura[6] per essere poi diffusi solo nel marzo 2009, quindici mesi dopo la scoperta ufficiale dell’inquinamento.

L’inchiesta giudiziaria aperta per la mancata diffusione dei dati pubblici, delineava una associazione a delinquere al cui vertice ci sarebbero stati Sigillito e Bove. Accusa caduta a marzo quando il Gup di Potenza, Rosa Larocca, ha comunque rinviato a giudizio una ventina di persone per la mancata comunicazione. La prima udienza del processo si è tenuta il 23 giugno.

Nessun processo, invece, per l’ex assessore regionale alle attività produttive Erminio Restaino (all’epoca capogruppo regionale Pd), accusato con Sigillito di aver pilotato a scopi elettorali una serie di assunzioni presso la società interinale Tempor Spa, a cui è affidata la gestione dell’inceneritore Fenice. A differenza degli altri indagati, che andranno comunque a processo, Restaino – accusato di essere il “suggeritore” dell’intera operazione – è stato prosciolto “per non aver commesso il fatto”.

Tito, l’enciclopedia dei veleni
Secondo Federambiente, per la bonifica della discarica illegale nel SIN di Tito Scalo (Potenza) ci vorrebbero 13 milioni di euro.
Ammoniaca, amianto, cromo esavalente, fosfogessi (contenenti uranio e radio), mercurio sono alcune delle sostanze smaltite nelle vasche dell’area degli impianti della Liquichimica Meridionale Spa, chiusa nel 1989 oggi di proprietà del Consorzio per lo sviluppo industriale della Provincia di Potenza. L’inquinamento prodotto dalla discarica ha portato il sindaco nel 2005 ad emanare un divieto assoluto di utilizzare “per uso umano, per irrigazione e per altre attività l’acqua prelevata dai pozzi presenti all’esterno del perimetro dell’area industriale e compresi in una fascia di mt 100 dal limite dell’area[7], che quattro anni dopo una nuova ordinanza aumenterà a 150 metri.
La discarica – 27.000 m2 per quattro metri di profondità – viene sequestrata nel 2001, quando il decreto ministeriale n.468 istituisce il sito di bonifica di interesse nazionale. Vengono stimate, per difetto, 250.000 tonnellate di fanghi industriali.

Per approfondire:
Intervista a Giuseppe Di Bello (da 1:53 a 9:33), “Rifiuti Connection” di Pietro Dommarco e Vito Foderà, Current Italia

Regione a proporzionalità inversa
Grave livello di inquinamento ambientale, aumento di tumori e tasso di ospedalizzazione per infezioni polmonari più che doppio rispetto alla media regionale[8], animali avvelenati ai pascoli con il timore che ormai i veleni facciano parte della catena alimentare. È di tutto questo che (non) si può parlare in Basilicata, regione con poco spazio sui media nazionali e molto nei documenti economici dei grandi players petroliferi.

Una sorta di “proporzionalità inversa” che non appare affatto casuale se si considera come la regione più povera d’Italia sia al contempo uno degli snodi strategici nel mercato mondiale di petrolio e gas, data la vicinanza geografica con i Paesi produttori del Nord Africa e quella geoeconomica con la Russia. Con Mosca dal 2007 è stato definito un progetto per lo stoccaggio di 1,5 miliardi di m3 di gas proveniente dal Mar Caspio in arrivo dalla Puglia, definita in una relazione del 2008 del ministero per lo Sviluppo Economico come il punto di arrivo del gasdotto TransAdriatic Pipeline (TAP), dieci miliardi di metri cubi in arrivo sulle coste del Salento a partire dal 2019 (venti miliardi potenziali).

A gestire il progetto la Geogastock Spa, controllata da quell’Avelar Energy Group legato tanto ai berlusconiani attraverso Marcello Dell’Utri quanto ai dalemiani attraverso Roberto De Santis e Massimo De Caro, quest’ultimo responsabile delle relazioni istituzionali di Reova, società di maggioranza nel gruppo. Dalemiano era, all’epoca, anche l’allora titolare del ministero per lo Sviluppo Economico, quel Pierluigi Bersani che – da segretario del Partito Democratico – nel 2010 arringava la folla chiedendosi “quanti turni devono fare gli operai perché si possa toccare un petroliere?

Per approfondire
1 – Partenariato orientale: tra gasdotti e diritti umani (dimenticati);
2 – Gasdotti, governi&geopolitica;
3 – Partner dalla doppia identità: i casi Ucraina e Turchia;
4 – Le strade del gas puntano sul Salento (e la Basilicata)

L’importanza strategica dei pozzi lucani è inoltre certificata da Goldman Sachs, che ha inserito il progetto per il giacimento “Tempa Rossa” nell’alta Valle del Sauro (concessione “Gorgoglione”, nel Comune potentino di Corleto Perticara) tra i 128 progetti più importanti al mondo. I 50.000 barili al giorno prodotti da maggio 2015 – data prevista per l’entrata in funzione dell’impianto – e destinati alla raffineria Eni di Taranto dovrebbero portare nelle casse di Total, Shell ed Exxon circa 144.000.000 di euro annui.
Negli anni ’90 l’area venne sottoposta dalla Procura di Potenza ad un’indagine basata sui reati di omicidio colposo plurimo e attentato alla salute pubblica dopo il ritrovamento di 20.000 m3 di idrocarburi e metalli pesanti in un campo poi riconsegnato ad ignari pastori.

Alla luce di tali interessi, non appare affatto una casualità che l’Osservatorio ambientale sulla Val d’Agri previsto dal protocollo di intenti del 1998 sia stato istituito a Marsico Nuovo (Potenza) solo nel marzo 2011.

Intorno al petrolio, ai suoi inquinanti ed ai suoi rifiuti si è creato una gigantesco indotto in cui si sommano ritardi nella comunicazione dei dati, compensazioni ambientali minime sotto forma di royalties, assenza di registri come l’anagrafe dei siti da bonificare o il registro delle malformazioni. Sullo sfondo, una zona d’ombra dove carriere e decisioni politiche si mescolano ad affari privati – in alcuni casi all’interno di medesimi nuclei familiari – e inchieste giudiziarie.

Tre gradi di separazione (familiare)
Ad agosto dello scorso anno la Procura di Potenza apre un’indagine su due delibere regionali del 2011 (n. 313 e 627) con le quali la Regione ha concesso l’autorizzazione integrale ambientale per i lavori di ammodernamento della linea 4 del centro oli di Viggiano, un affare da 270.000.000 di euro.
Secondo gli inquirenti infatti entrambe le delibere sono state rilasciate in palese conflitto di interessi. Nella società che si è aggiudicata i lavori, la Mediterranea Ingegneria srl (anche Med.Ing), lavora Maria Grazia Panetta, di professione maestra di matematica e fino al 2012 in affari con imprenditori nell’orbita dell’Eni, ma soprattutto moglie di Donato Viggiano, direttore generale del Dipartimento all’Ambiente promotore dei lavori di ampliamento, accolti con parere favorevole dal Comitato tecnico regionale presieduto proprio da Viggiano, il quale da Capo del dipartimento Ambiente della Regione firmerà successivamente le due delibere al centro dell’inchiesta giudiziaria.

La stessa entra nell’universo Eni attraverso il gruppo Cosmi della famiglia Resca – dal quale riceve un’altra commessa – che nella compagnia petrolifera vede Mario Resca, ex commissario straordinario Cirio nel dopo-Cragnotti oggi amministratore indipendente del cane a sei zampe e mediatore per la cessione del Milan di Silvio Berlusconi, alle cui aziende è professionalmente molto legato.

Nella Med.Ing. lavora anche Palma Augusto Polito, moglie di Sergio Polito, a capo del settore Beni e Servizi di Assomineraria – l’Associazione dell’industria mineraria e petrolifera italiana, partner diretta della Med.Ing – e presidente dell’Assoil School di Viggiano, scuola di formazione e riqualificazione a disposizione del settore petrolifero. Dal giugno 2012 è inoltre amministratore della Met Newen Spa e consulente capo per gli affari legati a gas e petrolio della controllante Maire Tecnimont Spa, società dell’imprenditore romano Fabrizio Di Amato, che due mesi prima della nomina di Polito si è aggiudicata i lavori per la realizzazione del centro oli “Tempa Rossa” (Total) di Corleto, una commessa da 500.000.000 di euro.

Così come Pasquale Criscuolo che della Med.Ing. è socio di maggioranza, la signora Palma Augusto Polito compare anche nella Outsourcing srl, fondata nel 2007 da Vincenzo Robortella e Maria Antonia de Carolis e nella quale ha lavorato anche Gerardo Fiore, figlio dell’ex sindaco di Corleto Rosaria Vicino, oggi assessore alla pubblica istruzione e all’edilizia scolastica di Potenza. L’idea imprenditoriale della società, si legge sul loro sito, è di “allestire un centro servizi nell’area industriale di Guardia Perticara, dopo aver analizzato il programma di investimenti nell’area posto in essere da alcune compagnie petrolifere che prevede la realizzazione di un centro oli in località Tempa Rossa[…]”.
Per la realizzazione del centro servizi, la società ha potuto godere di circa 430.000 euro di fondi pubblici concessi da Sviluppo Basilicata, la finanziaria della Regione che opera “a sostegno dello sviluppo, della ricerca e della competitività del territorio della regione Basilicata”.

Vincenzo Robortella è oggi consigliere regionale PD eletto con la lista “Pittella Presidente”. Ha sostituito nel ruolo pubblico il padre Pasquale, ex consigliere regionale alle attività produttive e al territorio oltre che sindaco di San Martino d’Agri (1992-2010) e presidente della V Commissione Consiliare Ambiente dal 1999 al 2004, oggi passato alla società di famiglia Magiovi srl, che opera indistintamente nel campo della “produzione e commercializzazione di energia elettrica” come in quello dello “sgombro neve” o dei “servizi per conto terzi di attività di segreteria”. L’ex sindaco è inoltre rinviato a giudizio per corruzione a causa dei suoi interessi in una società che mirava alle commesse per la ristorazione dei lavoratori impegnati nello sviluppo del programma di estrazione dell’area.

“Dì che cambino la busta D”
L’inchiesta giudiziaria più importante legata al petrolio lucano esplode nel 2008. Al centro i lavori per la realizzazione del Centro oli Total di Tempa Rossa: 50.000 barili al giorno dal 2016 e 1,6 miliardi di euro di investimento. L’appalto, dicono gli inquirenti, viene truccato attraverso un accordo commerciale quinquennale del valore di 15 milioni di euro tra la multinazionale e una cordata di imprese aggregatesi intorno all’imprenditore materano Francesco Rocco Ferrara (Gruppo Ferrara), operante nell’ambito delle grandi opere pubbliche e coinvolto nelle indagini sulle irregolarità del Pirellone bis. I rapporti tra le imprese si basava, stando alle ricostruzioni giudiziarie, sulla costituzione di un “comitato d’affari” tra dirigenti della Total come l’allora amministratore delegato Lionel Levha, imprenditori come Ferrara ed esponenti politici come il deputato democratico Salvatore Margiotta ed il collega di partito Vito De Filippo, all’epoca dei fatti presidente della Regione, poi dimessosi per lo scandalo sui rimborsi elettorali di alcuni dei suoi assessori.
Per pilotare l’appalto il “comitato” avrebbe fatto leva proprio sulla posizione di Margiotta – deputato e leader locale del partito – in cambio di 200.000 euro. L’indagine era rafforzata da una intercettazione telefonica nella quale uno degli indagati esprimeva la necessità di sostituire una delle buste (la “busta D”) contenenti le offerte per l’appalto.

Il virus dei “comitati d’affari”
I dirigenti della Total vennero inoltre accusati di aver acquistato con condizioni capestro terreni nel comune di Corleto Perticara interessati alla costruzione del centro oli. Grazie alla collaborazione di un funzionario del Comune, infatti, la società offriva 5 euro a metro quadro evidenziando – o minacciando, a seconda di come si vuol leggere la questione – che per l’esproprio “per pubblica utilità” fatto dal Comune i contadini avrebbero ottenuto in cambio esattamente la metà del denaro.

Ma la Lucania è terra in cui le indagini sui “comitati d’affari” non piacciono a tutti, come ben dimostra l’inchiesta “Toghe Lucane”.
Per il Tribunale del Riesame, infatti, non esiste alcun “comitato d’affari” e, per logica deduzione, nessuna associazione a delinquere intorno al centro oli di Tempa Rossa. Margiotta, prosciolto in primo grado, è oggi impegnato nel processo d’appello, mentre la posizione di De Filippo è stata fin da subito considerata “marginale”. Ferrara, definito come il perno dell’intero sistema, è stato nuovamente arrestato nel 2009 in quanto trovato in possesso della trascrizione di alcune intercettazioni a suo carico.

Nel “filone romano” del Totalgate, aperto proprio grazie alle indagini sull’imprenditore materano e tutt’ora in corso, sono stati coinvolti i fratelli Alfonso e Marco Pecoraro Scanio, rispettivamente ex ministro dell’Ambiente ed ex senatore. Al centro di questa nuova indagine un ennesimo “comitato d’affari” volto alla spartizione delle bonifiche dei siti inquinati in Basilicata, Campania e Calabria. L’ex ministro è inoltre accusato di aver ricevuto contributi illeciti per attività politica.

Di tutto questo, nei grandi mezzi di informazione, si parla davvero poco.
Chi prova a farlo, come Maurizio Bolognetti o l’ex collaboratrice del quotidiano (ex)comunista Liberazione Sabina Morandi, viene messo nella condizione di non poter più svolgere il proprio lavoro o si ritrova a passare più tempo nei tribunali che in redazione. Il motivo di questa auto-censura è di facile individuazione: è il denaro che si muove tra compagnie petrolifere, fondazioni politiche e informazione in Italia.

[4 – Continua]

Note
[1]La proprietà dei giacimenti è così ripartita: Gorgoglione 75% Total, 25% Shell Italia; Serra Pizzuta 100% Eni; Val d’Agri (da cui proviene quasi interamente il petrolio lucano): 61% Eni, 39% Shell Italia;
[2] “Ecosistema Rischio 2009. Monitoraggio sulle attività delle amministrazioni comunali per la mitigazione del rischio idrogeologico”, Legambiente, dicembre 2009;
[3] Ministro dell’Industria, del Commercio e dell’Artigianato nel governo Dini (1995-1996), fa parte del c.d.a. della holding finanziaria Atlantia Spa. Ex consigliere di amministrazione di Eni, è oggi supervisor del RIE (Ricerche Industriali ed Energetiche) e che professore ordinario di Economia presso l’Università “Alma Mater” di Bologna;
[4] dichiarazione di Vincenzo Montemurro, ex magistrato della Direzione Distrettuale Antimafia di Potenza al convegno del Partito Radicale “Veleni industriali e politici della Basilicata”, Potenza, 24 agosto 2010. Riferimento: Maurizio Bolognetti, “La peste italiana. Il caso Basilicata”, Reality Book, 2011, pag. 125;
[5] Per approfondire: Velenitaly: storia (parziale) del traffico di rifiuti tossici italiano;
[6] la Procura di Melfi pose infatti il segreto di Stato sui dati nell’estate del 2009, per poi revocarlo il 13 ottobre dello stesso anno;
[7] Maurizio Bolognetti, “La peste italiana. Il caso Basilicata. Dossier sui veleni industriali e politici che stanno uccidendo la Lucania”, Reality Book, 2011, pag. 107;
[8] Dott. Tommaso Pagliani, “Aggiornamento studio ambientale del progetto per la realizzazione del centro oli E.N.I. “Miglionico” in località Ortona (Ch)” Centro di Scienze Ambientali, Fondazione Mario Negri Sud, 3 marzo 2009, pag. 3;

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