La Consorteria Petrolifera – viaggio nel polmone nero del Potere italiano. Capitolo V: Lampi sull’Eni. Il gruppo di pressione

Questo articolo è stato pubblicato su The Blazoned Press il 1 luglio 2014

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foto: lavocesociale.it

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Rocco&Gian Maria
L’immagine più efficace per descrivere il potere petrolifero in Italia è quella di un pescatore in un lago inquinato. A pescare è Max Gazzé, attore in Basilicata Coast to Coast, film del 2010 diretto ed interpretato dal lucano Rocco Papaleo. Il lago inquinato – come certificano le analisi dell’Associazione per la tutela dell’ambiente e della salute in Basilicata (EHPA) dal 2011 – è quello artificiale del Pertusillo, dove i pesci muoiono più per le sostanze inquinanti che per la bravura dei pescatori.

Per approfondire: Esposto dell’Ehpa e dell’Oipa (Organizzazione Italiana Protezione Animali)

Ma nel film, questo, non si dice. Così come nessun accenno viene fatto alla questione petrolifera, nonostante i due terzi del territorio regionale siano interessati da concessioni per la coltivazione di idrocarburi e permessi di ricerca. Scelta narrativa che diventa di ovvia comprensione nei titoli di coda del film, quando a comparire per primo è il logo della francese Total, società petrolifera tra le più interessate – insieme ad Eni e Shell – ai giacimenti lucani e che ha finanziato, come si legge sul sito della multinazionale, un viaggio per “scoprire le ricchezze paesaggistiche e culturali della Basilicata”. Nonostante le scuse, non aiuta il fatto che Papaleo sia passato al finanziamento della Total dopo aver partecipato all’edizione del 2012 del Festival di Sanremo sponsorizzata dall’Eni ed essersi prestato come uomo immagine per una campagna pubblicitaria dell’Ente Nazionale Idrocarburi qualche anno fa. L’attore lucano non è Gian Maria Volonté[1]Ascanio Celestini, ma la Basilicata avrebbe bisogno più di un testimonial impegnato che non di un ennesimo personaggio pubblico legato agli interessi – in questo caso economici – petroliferi.

La favola della piccola fiammiferaia e del cane a sei zampe
Prima multinazionale italiana secondo i dati R&S Mediobanca 2013 – dodicesima al mondo – partecipata al 30% dallo Stato attraverso il ministero dell’Economia e Cassa Depositi e Prestiti Spa[2], l’Ente nazionale idrocarburi, fondato nel 1962 da Enrico Mattei, rappresenta oggi la più importante società del potere petrolifero italiano. Una società che intorno al petrolio ha creato negli anni un sistema di pressione basato su giornali e giornalisti, partiti e fondazioni che ne fanno uno dei più importanti centri di potere del nostro Paese.

Nel 2009 l’Unione Europea concludeva una lunga indagine con la quale accusava il cane a sei zampe di impedire ai concorrenti l’accesso alla vasta rete di gasdotti di sua proprietà. Tre anni prima, per la stessa ragione, alla società era stata comminata una multa da 290 milioni di euro. “Abuso di posizione dominante” si chiama in gergo. Multa arrivata in un anno dove le previsioni dei grandi azionisti non erano state completamente rispettate e nel quale, sul piano internazionale, scoppiava la prima crisi energetica in Ucraina. Un’occasione perfetta per trasformare quella che nei documenti interni sullo “scenario energetico italiano 2010-2015” veniva definita come “bolla del gas” in quella che Sabina Morandi – all’epoca giornalista scientifica del quotidiano Liberazione – definisce la “balla del gas[3]: “In parole povere, il cane a sei zampe ha stoccato riserve di gas che superano di molto la previsione della domanda; la vera paura è che quell’eccesso resti invenduto e si trasformi in una perdita secca per l’azienda, costretta dagli accordi contrattuali internazionali (take for pay, ndr), a pagare ai paesi fornitori tutto il gas estratto”. È per questo motivo che in quell’anno l’Eni basa la sua campagna La piccola fiammiferaia nella morsa del Generale Inverno su una narrazione molto in voga negli anni ’70 nelle compagnie petrolifere private: le crisi energetiche inventate.

Per approfondire: Gasdotto Snam Brindisi-Emilia. Quando il monopolio Eni rende necessaria un’opera inutile, Fainotizia.it 9 ottobre 2012

Ente Nazionale Umanitario
Quando il denaro del petrolio arriva tanto alle agenzie di stampa quanto ai medio-grandi giornali – compresi quelli che dovrebbero fare opposizione politica – attraverso le inserzioni o il controllo di quote societarie, controllare quali informazioni far arrivare all’opinione pubblica è piuttosto semplice.

Emblematico, in tal senso, è l’intervento del contingente italiano in Iraq nell’ambito della seconda guerra del Golfo, volta alla sostituzione del regime baathista di Saddam Hussein. Oggi è stato accertato come nel 1997 sia stato firmato un contratto da 1,9 miliardi di dollari – della durata di 23 anni – tra il governo iracheno e l’Eni per lo sfruttamento di un giacimento da 2,5-3 miliardi di barili a Nassiryia, dove all’epoca erano già presenti due oleodotti, un porto e una raffineria del governo iracheno.
È da questa situazione che sei mesi prima dell’invasione il ministero per le Attività produttive commissiona al professor Giuseppe Cassano, docente di statistica economica all’Università di Teramo e consulente ministeriale, uno studio sulla situazione irachena le cui conclusioni, in buona sostanza, affermano che la nostra assenza da Nassiriyia avrebbe fatto sfumare un affare da 300 miliardi di dollari. Non appare dunque un caso che la scelta della base italiana “Maestrale” sia ricaduta sul complesso della vecchia Camera di commercio – soggetta ad attentato nel 2003, rivendicato proprio contro l’Eni – situato a 40 chilometri dal porto, dove stazionava la nave San Giusto, e soprattutto a circa 4 chilometri dalla raffineria.

Per approfondire: In nome del petrolio – la verità scomoda, di Sigfrido Ranucci, RaiNews24, 13 maggio 2005

Ente Nazionale Informazione
Tiziano Terzani, nella lunga chiacchierata con il figlio Fosco che ha poi dato origine a La fine è il mio inizio, a proposito del rapporto tra giornalismo e potere dice: “Ho sempre avuto questo senso di orgoglio che io al potere gli stavo di faccia, lo guardavo, e lo mandavo a fanculo. Aprivo la porta, ci mettevo il piede, entravo dentro, ma quando ero nella sua stanza, invece di compiacerlo controllavo che cosa non andava, facevo le domande”.

Molta acqua è passata sotto i ponti dai tempi di Terzani, parafrasando il noto detto. Oggi, nel giornalismo precarizzato e fin troppo finanziato da quegli stessi sistemi di potere che dovrebbe denunciare, a fare domande si rischia di perdere il posto. O di vedersi comprare l’intero giornale intorno, come accaduto a Sabina Morandi, giornalista scientifica freelance che dal 1999 al 2008 ha collaborato con Liberazione, house organ di Rifondazione Comunista all’epoca diretto da Piero Sansonetti.
Da un giornale politico di matrice anticapitalista, per piccolo che possa essere, ci si aspetterebbe un certo tipo di atteggiamento nei confronti del Potere e dei suoi sistemi di pressione. Ma nel caso della Morandi – che ha ripreso gli articoli sull’argomento in C’è un problema con l’Eni. Il cane nero si è pappato i rossi. Come insabbiare un’inchiesta e liberarsi del giornalista, edito da Coniglio Editore nel 2010 – si è verificato l’atteggiamento opposto: il cane nero ha messo le zampe sul giornale liberandosi della giornalista.

All’epoca, il giornale si ritrova con l’editore-partito nel pieno della lotta tra il gruppo-Ferrero e il gruppo-Vendola – che porterà alla fuoriuscita di quest’ultimo e alla nascita di Sel – e con le casse sempre più vuote. L’Eni, fino a quel momento al centro degli articoli della Morandi, propone il salvataggio della testata attraverso la creazione di “ENERGicamente”, un supplemento pubbliredazionale affidato ai dipendenti della società di marketing Minimega – in stretti rapporti con l’Ente nazionale – e attraverso la creazione di un free-press estivo, da trasformare in edizione serale permanente. Il tutto, naturalmente, a condizione che la giornalista non si occupasse più della società. C’è un problema con l’Eni rende di facile intuizione come sia finita la storia.

Eni Editore
Se fosse una casa editrice ufficiale, l’Ente Nazionale Idrocarburi potrebbe contare su un parco informativo di tutto rispetto. A tenere i rapporti tra le due società Stefano Lucchini, per nove anni alle relazioni istituzionali e alla comunicazione dell’Eni, dalla quale è uscito con il passaggio di gestione da Paolo Scaroni a Claudio Descalzi. Presidente della Fondazione Benedetto XVI pro Matrimonio et Familia ed ex docente alla Scuola di Giornalismo presso l’Università Cattolica di Milano, Lucchini nel 2008 veniva indicato come il lobbista più potente d’Italia.

Proprio in quell’anno l’Ente nazionale dava alle stampe il primo numero di Oil, rivista trimestrale nata “con l’intento di diffondere la cultura dell’energia, del mondo del petrolio e del gas” e rivolta a “istituzioni, media, analisti, stakeholder ma anche al grande pubblico”.
Direttore responsabile è Gianni Di Giovanni, indicato come possibile sostituto di Lucchini nel nuovo organigramma societario. Direttore della seconda agenzia stampa nazionale – l’AGI, Agenzia Giornalistica Italia, finanziata con 9.200.300 euro di fondi all’editoria dal governo Letta per il 2014 – nel maggio 2013 ha scritto due articoli come blogger dell’Huffington Post Italia a proposito dell’Eni’s way, un modo di condurre gli affari ma anche il nome del magazine edito dalla compagnia petrolifera dal 2002 al 2007 e stampato dalla Ilte, società di Luigi Bisignani, legato a Lucchini. Nel comitato editoriale di Oil si sono susseguiti, oltre a personalità internazionali come Moises Naim (Foreign Policy ed editorialista del Corriere della Sera), Zbigniew Brzezinski, consigliere di politica estera di Barack Obama o Joaquin Navarro Valls (membro laico della prelatura cattolica dell’Opus Dei) anche giornalisti come Carlo Rossella, Ilvo Diamanti, Alberto Quadrio Curzio o ex ministri come Domenico Siniscalco o Alberto Clò, recentemente autore di un rapporto per Assomineraria – l’associazione dell’industria mineraria e petrolifera interna a Confindustria – secondo il quale non esisterebbe “alcuna comprovata correlazione negativa tra attività mineraria e i settori dell’agricoltura, della pesca e del turismo”.

Per quattro numeri, a presiedere questo Comitato editoriale dall’altissima competenza, è stata chiamata Lucia Annunziata, giornalista della terza rete pubblica e direttrice fin dalla fondazione dell’HPI, nato da una collaborazione tra l’omonimo giornale online statunitense e L’Espresso del gruppo De Benedetti, che almeno fino a maggio 2012 ha “prestato” ad Oil anche la firma di Repubblica Federico Rampini. È dunque difficile definire come casualità che tra i main sponsor dell’HPI, insieme alla Tod’s di Diego Della Valle, alla Wind o alla Citroën ci siano proprio le sei zampe del cane nero.
Ma i rapporti tra il gruppo De Benedetti e l’Eni potrebbero andare al di là delle collaborazioni nel campo dell’informazione, essendo quest’ultima una delle possibili società interessate al salvataggio di Sorgenia, società energetica del Gruppo Cir.
I rapporti tra la compagnia petrolifera, il centro-sinistra e De Benedetti – spesso indicato come il titolare della tessera n.1 del Partito Democratico – non finiscono qui. Come si apprende da un articolo di Marco Damilano pubblicato su L’Espresso nel 2012, l’Eni è anche inserzionista della casa editrice Solaris, che pubblica la rivista mensile di Italianieuropei, la fondazione di Massimo D’Alema, che dalla multinazionale petrolifera riceve circa 30.000 euro per i propri spazi pubblicitari.

Quanto una stampa amica fosse importante lo aveva capito già Enrico Mattei, che nel 1956 fondò il quotidiano Il Giorno allo scopo di informare, fare cultura e – soprattutto – fare politica a favore della sua creatura. Anche perché a quel tempo non c’erano le fondazioni.

ThinkEniTank
Più che i partiti, infatti, con la sempre maggior personalizzazione della politica sono proprio le fondazioni ad essere diventate interlocutore prediletto per la borghesia del Potere italiana, petrolifera o meno.
Oltre alla già citata Italianieuropei, l’Eni ha pagato altri 30.000 euro per il convegno “Pacchetto Clima-Energia: una sfida tra costi e benefici”, tenutosi nel 2008 a Sesto San Giovanni (Milano) ed organizzato dalla Fondazione FareFuturo. Tra i think tank di destra più vicini al mondo petrolifero c’è la Magna Charta fondata nel 2004 dall’allora presidente del Senato Marcello Pera ed oggi riferibile all’area politica di Gaetano Quagliariello. Tra i fondatori del pensatoio, infatti, spiccano i nomi della Secofin Holding – società del gruppo Moratti – e di Garrone, oltre ad altri grandi nomi del potere italiano come la Fondiaria del gruppo Ligresti e Mediaset.

Prima della chiusura per conflitto di interesse dello scorso ottobre, il denaro dell’Eni serviva anche per l’attività di VeDrò, la fondazione guidata da Enrico Letta e Angelino Alfano che ha raccolto personalità dei campi più svariati, dagli allenatori Cesare Prandelli (ex nazionale italiana di calcio) e Jacques Brunel (nazionale italiana di rugby) ad accademici come Giulio Napolitano – figlio dell’attuale Presidente della Repubblica – Lorenzo Bini Smaghi (board di Morgan Stanley), attori come Massimo Ghini e, naturalmente, politici come gli ex ministri del governo Letta Nunzia De Girolamo e Josefa Idem (per una lista completa).
La fondazione, salita agli onori della cronaca per la vicinanza con le società del gioco d’azzardo è stata inoltre finanziata da Farmindustria, associazione delle imprese del farmaco aderente a Confindustria e della quale fanno parte grandi multinazionali come Bayer, Eli Lilly e GlaxoSmithKleine.

Della fondazione faceva inoltre parte anche l’ex ministro dello Sviluppo Economico Corrado Passera, convinto sostenitore della necessità di rilanciare la produzione di idrocarburi adeguando “agli standard internazionali la nostra normativa di autorizzazione e concessione, che oggi richiede passaggi autorizzativi lunghissimi ed è molto più restrittiva di quanto previsto dalle normative europee”, come ribadito durante un incontro di Italiadecide, fondazione ideata da Luciano Violante che vede tra i notabili Carlo Azeglio Ciampi, Gianni Letta o l’attuale ministro Pier Carlo Padoan e tra i fondatori, oltre a Ferrovie dello Stato Spa ed Enel Spa anche l’Eni.

Nel novembre 2012 in Basilicata venne realizzato un convegno dal titolo “Ricerca, sviluppo e utilizzo delle fonti fossili” al quale presenziarono le alte cariche istituzionali locali, da Vito De Filippo – all’epoca presidente della Regione ed oggi sottosegretario alla salute nel governo Renzi – a Raffaele Vita, direttore dell’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente (Arpab) passando per il direttore generale del Dipartimento ambiente Donato Viggiano e Salvatore Margiotta, oggi coinvolto nel processo d’appello per lo scandalo Totalgate.

Per approfondire: Petrolio: un medico e una telecamera al Congresso dei Geologi – Matera5Stelle

Le associazioni ambientaliste accusarono le istituzioni locali di aver agito in maniera parziale, non avendo partecipato ad un altro convegno – sullo stesso argomento – nel quale avrebbero però parlato ricercatori e studiosi indipendenti.
A fare la differenza, probabilmente, il fatto che il primo convegno fosse stato organizzato con il patrocinio delle alte cariche istituzionali nazionali e soprattutto di Giorgio Napolitano, patrocinante in quanto Presidente della Repubblica ed attraverso la Fondazione Mezzogiorno Europa, nata nel 2000 per sua volontà e fondata anche da Gianni Pittella, ex vice-presidente del Parlamento Europeo e fratello dell’attuale presidente della Regione Basilicata Marcello.

Di ambientalismo, denaro e polemiche
Intendiamoci: non ci sono reati in una gestione del potere di questo tipo. Non ci sono tangentiper le quali l’Eni è sottoposta a varie inchieste giudiziarie in Italia e nel mondo – né fondi neri per comprare leggi come negli anni ’70. Il dubbio, lecito, è che con una così ingente quantità di denaro versata nelle casse di giornali, giornalisti e fondazioni, non serva neanche più fare quella concreta attività di pressione che non a caso in Italia non è mai stata regolata, nonostante alle camere siano state presentate oltre cinquanta proposte di legge. L’ultima in ordine di tempo è del governo Letta, prevedeva entro questo mese la creazione di un registro dei lobbisti nonché l’obbligo per i decisori pubblici di rendicontare, in una relazione annuale, il nome dei portatori di interesse con i quali intrattengono rapporti o ricevono consigli normativi. Il cambio di governo e le diverse priorità del precedente esecutivo hanno fatto cadere l’iter nel dimenticatoio.

Per approfondire: Politica esautorata e leggi inutili: la miscela che paralizza l’Italia – Euronews

Alle fonti fossili, evidenziava Legambiente in un rapporto del 2013 vengono destinati in Italia 12 miliardi di euro tra sussidi diretti ed indiretti, con il petrolio passato dai 18.653.000 euro del 2000 ai 34.742.000 euro del 2011. Valga, su tutte, ciò che avviene con le royalties, che con una percentuale del 7% sono le più basse al mondo. Con royalties al 50% – si legge nel rapporto – nel 2012 “ci saremmo trovati invece che un gettito di 333,5 milioni di euro[…]con uno da 2.859 milioni” così come avremmo evitato di regalare alle società petrolifere 2.364 milioni di euro in sussidi indiretti lo scorso anno, oltre ad altri 300.000.000 di euro per il non adeguamento dei canoni annui per i permessi di prospezione e ricerca.

Il branding dell’Istruzione
Il denaro risparmiato permette alle compagnie petrolifere di prendere parte e finanziare una serie di attività culturali volte a far conoscere l’attività petrolifera ad una opinione pubblica più o meno specializzata.
È per questo che nascono master universitari come il “Petroleum geoscience”, nato da una partnership tra Total e Shell con l’Università della Basilicata per “preparare esperti nell’analisi geologica delle aree da cui si estrarrà il petrolio”. I laureati in Scienze Geologiche dell’ateneo lucano sono inoltre coinvolti nel progetto “Geoscuola”, ideato a marzo dalla Shell e dalla Regione per far scoprire “i misteri e le meraviglie della Terra” nelle scuole secondarie di primo livello della Val d’Agri, già coinvolte nel progetto dell’Eni denominato Schoolnet, iniziativa internazionale rivolta alle scuole secondarie della Val d’Agri e della Val Basento tanto quanto a scuole di Angola, Australia, Norvegia, Tunisia o Venezuela.

Per i bambini delle elementari, inoltre, nel 2008 la Saras del Gruppo Moratti ha ideato il gabbiano Gaby, “testi e contenuti a cura del Servizio Comunicazione e immagine della Saras”, si legge sul sito della cooperativa che ha realizzato il fumetto. Le sorelle petrolifere americane, scriveva il Fatto Quotidiano nel 2010, sono entrate nelle scuole pubbliche americane – nella fattispecie in una scuola elementare dell’Ohio – grazie ad una partnership con Disney, il marchio per bambini per antonomasia.
In Italia, comunque, il branding dell’Istruzione è stato importato con ampio ritardo. Negli Stati Uniti, come ampiamente scriveva nel 2000 Naomi Klein in No Logo, le multinazionali hanno iniziato a muoversi all’interno degli istituti pubblici già a partire dagli anni Novanta.

Nella musica, invece, l’Eni ci è arrivata anche grazie a Jovanotti. Per il Backup Tour 2013 che ne ha festeggiato i 25 anni di carriera, l’artista fiorentino ha scelto come sponsor proprio il cane a sei zampe, contraddicendo il filone politico delle sue canzoni di qualche anno fa. In rete si trova una sua risposta – ma provenendo dalla rete è sempre bene prenderla con il beneficio del dubbio – nella quale si accenna all’”Eni di Enrico Mattei” ed alla “sua visione che è quanto di più avanzato, indipendente e progressista il capitalismo italiano abbia prodotto nel ‘900”. Una realtà ben diversa dalla società denunciata da quegli “organismi critici” con cui Jovanotti sostiene di aver parlato. Eppure nel 2011 fu l’Espresso – settimanale mainstream non certo controinformativo – a pubblicare la lista dei processi in cui l’Ente nazionale era coinvolta.

Per approfondire: Gela. Il cane a sei zampe e il bambino a sei dita – Terrelibere.org

Più che all’arte, però, l’indignazione dovrebbe essere rivolta verso il decisore pubblico.
Da qualche mese, infatti, la Commissione Ambiente e Giustizia del Senato sta discutendo sul Disegno di legge 1345 che, recependo l’articolo 3 della direttiva europea 99/2008, dovrebbe introdurre nel codice penale italiano i reati contro l’ambiente fino ad oggi sanzionati attraverso l’articolo 434 del codice penale come delitti contro la pubblica incolumità, o per reati di traffico illecito di rifiuti e “combustione illecita” (decreto Terra dei Fuochi 2014).

Magistrati ed esperti di diritto dell’ambiente stanno lanciando l’allarme: per come è formulato, il testo – basato sì sul concetto del “chi inquina paga” ma solo se il danno è irreversibile e la riparazione troppo onerosa per le casse pubbliche – potrebbe trasformarsi in un gradito regalo per le società a processo per disastri da inquinamento ambientale.

Il nuovo articolo 452 ter, che definirebbe il reato di “disastro ambientale” con pene dai 5 ai 15 anni, è definito come “alterazione irreversibile dell’equilibrio dell’ecosistema”, rischio fortunatamente scongiurato. Anche per chi si ritrova seduto sul banco degli imputati.

Per poter accertare il nuovo reato di disastro ambientale” – si legge sul sito di PeaceLink in un articolo del Coordinamento Regionale rifiuti Campania – “si dovrebbero poter produrre dati certi sull’estensione ed il numero delle persone coinvolte nonché la incontrovertibile correlazione tra decessi, malattie o offese e gli evventi inquinanti, ma la realtà dimostra, come nel caso dell’amianto, che il disastro può restare “invisibile” a lungo prima che emergano i segnali della compromissione dell’ambiente e della salute della collettività”, soprattutto se quella collettività, come avviene in Basilicata, per conoscere i dati sulla reale situazione di inquinamento ambientale e contaminazione sanitaria deve svolgere indagini per proprio conto.
Un dato interessante, riportato da Alessandro Marescotti per PaceLink, è che “la legge è passata senza l’opposizione di alcun partito”.

[5 – Fine]

Note
[1] A proposito del ruolo dell’attore, si legge in “Un attore contro. Gian Maria Volonté. I film e le testimonianze” curato da Franco Montini e Piero Spila, edito nel 1984 da BURsenzafiltro: “Io cerco di fare film che dicano qualcosa sui meccanismi di una società come la nostra, che rispondano a una certa ricerca di un brandello di verità. Essere un attore è una questione di scelta che si pone innanzitutto a livello esistenziale: o si esprimono le strutture conservatrici della società e ci si accontenta di essere un robot nelle mani del potere, oppure ci si rivolge verso le componenti progressive di questa società per tentare di stabilire un rapporto rivoluzionario fra l’arte e la vita”;
[2] Ministero dell’Economia e delle Finanze 3,934%; CDP Spa 26,369% fonte: dati Consob 2014. Terzo azionista è, al 2,102%, la People’s Bank of China (fonte: Consob.it)
[3]. Sabina Morandi, C’è un problema con l’Eni. Il cane nero si è pappato i rossi. Come insabbiare un’inchiesta e liberarsi della giornalista, Coniglio editore, 2010 pag.84

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