TTIP&Tisa: Usa e Unione Europea negoziano il “diritto al profitto”

Questo articolo è stato pubblicato su The Blazoned Press il 10 settembre 2014

credits: AgoraVox.fr

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Ttip, Icsid e Tisa. Ovvero il “corrispettivo economico della Nato[1], il Tribunale del “diritto al profitto” e un accordo di privatizzazione dei servizi pubblici che sarebbe dovuto rimanere segreto almeno per altri cinque anni.
Tre sigle sconosciute ai più che rappresentano perfettamente quello che, insieme al potere dei gruppi criminali, può considerarsi l’unico, vero, potere globale: il potere delle imprese multinazionali.

TTIP: Porte aperte ai trattati mai approvati<

120 miliardi di euro all’anno investiti dagli Stati Uniti nell’Unione Europea; 95 miliardi destinati a fare il tragitto opposto in un mercato che coinvolgerà, sulle due sponde dell’Atlantico, più di ottocento milioni di consumatori[2].
È questo il volume d’affari del Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti (Transatlantic Trade and Investment Partnership o Ttip), considerato l’accordo commerciale più importante della storia del vecchio continente.

Il trattato, un accordo per la promozione e la protezione degli investimenti – mai definito fino ad ora tra Bruxelles e Washington – prevede la clausola del “trattamento giusto ed equo” per le multinazionali[3], lo stesso cavillo che permette oggi alle società di citare in giudizio, di fronte a specifici tribunali arbitrali internazionali, quei governi che attuino politiche troppo protettive nella difesa dei diritti sanitari, sociali o lavorativi.
L’idea alla base del Trattato, la protezione degli investimenti privati, non è nuova all’interno dei negoziati euro-statunitensi, essendo stata alla base dell’Accordo multilaterale sugli investimenti (Mai) discusso tra il 1995 ed il 1997 tra i ventinove paesi dell’Ocse e mai approvato per la forte mobilitazione popolare globale, che porterà di lì a un anno alle manifestazioni di Seattle e all’esordio mediatico dei primi nuclei del movimento altermondialista.
Ma quel che non riuscì vent’anni fa – la cancellazione di “barriere non tariffarie” come le legislazioni ambientali o sanitarie – ritorna oggi nel Trattato transatlantico, forte di una opposizione molto diversa da allora.

Il buon esito dei negoziati sul Ttip – che dovrebbero concludersi il prossimo anno – metterà in discussione le politiche pubbliche in ambiti come la sicurezza alimentare, la sanità, la privacy e l’utilizzo delle risorse naturali.
A trattato in corso, ad esempio, le norme europee sui pesticidi, la carne agli ormoni o gli Ogm diventerebbero “barriere commerciali illegali” in quanto più restrittive delle norme statunitensi, aprendo il mercato del vecchio continente all’importazione di polli disinfettati al clorovietati in Europa dal 1997 – o addizionati di beta-antagonisti come il cloridrato di ractopamina, un medicinale usato per gonfiare il tasso di carne magra in suini e bovini e vietato in circa 160 Paesi in quanto nocivo per la salute di animali e consumatori.
Secondo le società statunitensi tali divieti distorcerebbero la libera concorrenza, allo stesso modo dell’azione delle comunità che lottano contro la privatizzazione dell’acqua.

Altri effetti del Trattato? L’indebolimento delle normative europee nel settore finanziario e nel mercato dei dati personali, con grandi nomi come Google, Facebook e Microsoft – e dietro di loro i servizi di intelligence, come dimostra il caso Datagate – pronti a fare pressione in Europa su quel che rimarrebbe dei diritti digitali a tutela della riservatezza.
Attraverso il Ttip, troverebbe peraltro applicazione un altro dei trattati internazionali mai entrato in vigore, l’Anti-Counterfeiting Trade Agreement (ACTA, bloccato dalle mobilitazioni online nel 2010 e rigettato dal Parlamento europeo nel luglio 2012) che aveva tra gli altri l’obiettivo di identificare “chiunque fosse coinvolto in qualsiasi aspetto di presunta infrazione”[4] dei diritti di proprietà intellettuale, in rete così come in ambiti quali il rapporto tra brevetti medicinali e diritto alla salute nei Paesi poveri o in via di sviluppo.

Le norme contenute nel Ttip sarebbero inoltre indipendenti dal livello e dal colore dei governanti. Il trattato, emendabile solo con consenso unanime, prevede infatti che i diritti degli investitori siano esigibili a qualsiasi livello di governo, tanto nazionale quanto locale.

Evidente, dunque, quanto l’accordo sia sbilanciato in favore delle imprese multinazionali, come ben dimostrano i 520 incontri – su 560 totali – che la Direzione generale al Commercio della Commissione Europea ha avuto con i lobbisti privati, di cui un terzo non iscritti al Registro per la trasparenza Ue. Solo 26, riportava a luglio eunews.it, gli incontri concessi a gruppi di interesse pubblico come sindacati o associazioni di consumatori.

credits: Profiting from injustice. How law firms,  arbitrators and financiers are fuelling an investment arbitration boom, report del Corporate European Observatory, 2012

credits: Profiting from injustice. How law firms, arbitrators and financiers are fuelling an investment arbitration boom, report del Corporate European Observatory, 2012

A guidare i negoziati – stando ad uno studio del Corporate Europe Observatory – i lobbisti del settore agroalimentare, come la Food and Drink Europe, il più importante gruppo di pressione del settore alimentare in Europa che rappresenta grandi multinazionali come Nestlé e Coca Cola.
Seguono i gruppi del cosiddetto “multiple business” come la US Chamber of Commerce, il Transatlantic Business Dialogue (Tabd) o BusinessEurope, il gruppo di pressione delle Confindustrie europee guidato dall’attuale presidente dell’Eni Emma Marcegaglia, dal 2008 al 2012 alla guida della Confindustria italiana.
Conosciuto anche come Transatlantic Business Council, il Tabd è stato fondato nel 1995 come organo di dialogo ufficiale dei settori pubblici e privati tra Bruxelles e Washington, trovando fin da subito il patrocinio della Commissione Europea e del Ministero del commercio americano. Oggi il gruppo rappresenta più di 70 multinazionali e più di 5,6 milioni di dipendenti.

TISA, negoziati segreti al tempo di Wikileaks
Google, 21st Century Fox, Citigroup, Jp Morgan sono invece alcune delle società che fanno parte della U.S. Coalition of Services Industries, il più importante gruppo di pressione statunitense dell’industria dei servizi – di cui fa parte anche l’Ordine degli avvocati statunitensi – tra i principali sostenitori del Trade in Service Agreement (Tisa), trattato sul del mercato dei servizi, il più grande settore al mondo per posti di lavoro e da cui dipende il 70% del Prodotto Interno Lordo globale. I negoziati sarebbero dovuti rimanere segreti almeno per i prossimi cinque anni, come dimostra il testo diffuso da Wikileaks.

Per approfondire: Il cartello del crimine finanziario, Darren Puscas – Carmilla.com, 21 agosto 2004

Così come il Ttip tenta di riportare nei negoziati euro-statunitensi i pilastri dell’Accordo multilaterale sugli investimenti, anche il Tisa – basato sull’Accordo Generale sugli Scambi di Servizi (GATS) – non è altro che un tentativo per portare a compimento un altro accordo mai entrato in vigore, ovvero l’Accordo generale sul commercio e i servizi (Agcs) discusso per oltre un decennio e, come il Mai, congelato per le contestazioni di piazza.

Oggi come allora, al centro dei negoziati c’è il tentativo di privatizzare servizi come la sanità, gli asili nido, l’acqua ed il grande mercato dei dati, soprattutto di natura finanziaria, trasformando i diritti in vere e proprie merci profittevoli da scambiare in un mercato (globale) che oltre a Stati Uniti ed Unione Europea coinvolgerà anche Australia, Nuova Zelanda, Canada, Svizzera, Islanda, Norvegia, Liecthenstein, Israele, Turchia, Taiwan, Hong Kong, Corea del Sud, Giappone, Pakistan, Panama, Perù, Paraguay, Cile, Colombia, Messico e Costa Rica.

Il 16 dicembre 2013 cento organizzazioni non governative – tra le quali ActionAid USA, Greenpeace, Transnational Institute, alcune sezioni nazionali di Attac – hanno inviato una lettera a Michael Froman e Karel de Gucht rispettivamente Rappresentante al Commercio Usa e commissario al Commercio europeo per chiedere che nel Ttip non venga introdotta la clausola ISDS (Investor-State Dispute Settlement; Risoluzione delle dispute investitore-Stato) che, si legge nel testo

“garantisce alle corporation straniere il diritto di presentarsi davanti a un tribunale internazionale privato e citare direttamente le politiche e le azioni dei governi che, a detta loro, riducono il valore dei loro investimenti”

[1 – Continua]

Note:
[1] citazione di Anthony Gardner, ambasciatore degli Stati Uniti presso l’Unione Europea, http://www.euractiv.com/sections/euro-finance/ttip-will-not-include-financial-services-says-us-ambassador-303536;
[2] La mondializzazione felice, istruzioni per l’uso. Raoul Mar Jennar e Renaud Lambert, Le Monde Diplomatique, giugno 2014 (pagg.12-13) [pdf]
[3] In Namen des Geldes http://www.zeit.de/2014/10/investitionsschutz-schiedsgericht-icsid-schattenjustiz) traduzione da Internazionale;
[4] Anti-Counterfeiting Trade Agreement, pagina E-7 [pdf];

  1. Pingback: Algocrazia: il potere politico degli algoritmi | Il Dettaglio - Il blog di Andrea Intonti

  2. Pingback: ICSID: il Tribunale Internazionale del Diritto al Profitto | Il Dettaglio - Il blog di Andrea Intonti

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