Dispersione scolastica, se si svuota l’aula “antimafia”

credits: minori.it

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Drop out”, “Early School Leavers[1], “fuoriusciti”. Nomi diversi per indicare la dispersione scolastica, che negli ultimi 15 anni ha portato 3 milioni di studenti ad abbandonare la scuola prima di ottenere un titolo di studio e che i più recenti dati (2012) fissano nel 17,6% nella fascia d’età 18-24 anni, portando l’Italia al quart’ultimo posto tra i paesi dell’Unione Europea, dove la media è del 12,8%.

Sono soprattutto istituti professionali (38,1% i dispersi al termine dell’ultimo quinquennio), gli istituti d’arte (34,9%) e gli istituti tecnici (27,1%) a fare i conti con l’abbandono prematuro degli studi, in una situazione non certo priva di implicazioni di classe e che, dopo le isole, vede nel Nord Ovest la più alta percentuale di fuoriuscita dalla scuola pubblica (rispettivamente 35,4% e 29,1%, con una media nazionale del 27,9% secondo il dossier presentato alla Camera da Tuttoscuola lo scorso aprile).

Seppur in diminuzione – nel 2000 la dispersione scolastica nella scuola secondaria superiore si aggirava intorno al 37% – l’abbandono prematuro degli studi rappresenta la principale spesa che l’Italia, indipendentemente dal colore politico del governo in carica, non può permettersi di sostenere.

A livello economico, infatti, l’abbandono pesa sui conti italiani per 70 miliardi l’anno, circa quattro punti percentuali di Pil secondo l’analisi che il professor Daniele Crecchi, docente di Economia politica all’Università di Milano, ha realizzato su dati Bankitalia e Isfol per la “Ricerca nazionale sulla dispersione scolastica”, realizzata in collaborazione con la Fondazione Agnelli e l’associazione Bruno Trentin della Cgil. Una cifra, sottolineava il professore al Corriere della Sera nell’ottobre 2013assolutamente ipotetica, ma che dà l’idea del potenziale economico che il tema ha nel nostro Paese”.

Parte dei “dispersi” dalla scuola pubblica continua il percorso d’istruzione in scuole non statali o in corsi di formazione, molti altri vanno invece ad aumentare le fila dei Neet (“Not (engaged) in Education, Employed or Training”) coloro che non studiano, non lavorano, non fanno formazione né apprendistato. L’Istat calcolava che nel 2012 i Neet in Italia – dove il fenomeno incide più che in ogni altro paese europeo – fossero poco più di 2 milioni, compresi nella fascia d’età 25-29 anni. Secondo Confindustria, se venissero impiegati nel mondo del lavoro i Neet rappresenterebbero più del 2% del Pil e, naturalmente, andrebbero a diminuire quei 32,6 miliardi di euro che lo Stato spende per loro ogni anno (153 miliardi il costo sociale del fenomeno in Europa, dove la media è del 14,5%).

credits: pagina99, edizione cartacea

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260.000, invece, sono i minori di età compresa tra i 7 ed i 15 anni coinvolti nel mondo del lavoro secondo il rapporto “Lavori ingiusti realizzato a giugno da Save The Children e ministero della Giustizia. Più della metà dei minori ha lavorato di sera o di notte in ambiti come la ristorazione, la vendita, l’edilizia o nell’agricoltura, andando così ad interferire con la normale partecipazione all’attività scolastica dei minori. È la stessa Confederazione, inoltre, ad evidenziare come a minor titolo di studio dei padri corrisponda una maggiore facilità nel prematuro abbandono degli studi da parte dei figli, situazione che getta così le basi per trasformare l’abbandono scolastico in un problema intergenerazionale.

Numeri, situazioni e storie che portano l’Italia ben lontana da quel 10% di dispersione scolastica fissato come limite massimo per i paesi europei dalla strategia di Lisbona e dal successivo programma Europa2020. Per l’Italia, l’obiettivo specifico è il raggiungimento di un target del 15-16%.

credits: frequenza200.it

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Il peso che la dispersione scolastica ha sullo sviluppo dell’Italia è enorme. Al di là dell’impatto economico – sia in termini di riduzione della produttività che in termini di aumento della spesa pubblica – questa porta i giovani “fuoriusciti” ad un distorto rapporto con il cibo, ad un maggior uso di farmaci senza prescrizione medica ed a comportamenti illeciti, secondo quanto la Fondazione Exodus verifica sul campo ormai da 25 anni grazie al progetto “DonMilani2”.

Dispersione scolastica, precoce ingresso nel mondo del lavoro e comportamenti illeciti possono avere, infatti, una stretta correlazione. Stando all’indagine realizzata da Save the Children, il 40% dei minori attualmente detenuti in istituti penali per minorenni, centri di prima accoglienza e comunità ministeriali ha lavorato prima dei tredici anni, e solo nel 21% dei casi per aiutare i propri genitori. Reati contro il patrimonio (54,5%) e contro la persona (12,7%) gli illeciti maggiormente contestati ai minori con esperienze lavorative precoci e coinvolti nell’indagine dell’associazione.

Non bisogna dimenticare, peraltro, quanto un basso livello di istruzione ed una maggior propensione a questi reati rendano i giovani “drop out” maggiormente permeabili alle attenzioni delle mafie. Il rapporto della Commissione di Indagine sull’Esclusione Sociale del 2008 individuava proprio nei cosiddetti “territori a rischio” alti livelli di dispersione nella fascia 10-14 anni e negli istituti professionali e tecnici.

La mafia teme la scuola più della giustizia[2]. Lo diceva già vent’anni fa Antonino Caponnetto, magistrato che dal 1983 guidò il pool antimafia di Palermo dopo l’assassinio del giudice Rocco Chinnici. Lo ripetono, oggi, preti che non inchinano Madonne ai boss come don Luigi Ciotti o don Tommaso Scicchitano e lo dicono progetti come “Fuoriclasse”, o “Frequenza200” – dal numero dei giorni di frequenza scolastica obbligatoria – realizzati in zone ad alta emarginazione sociale o dove più alto è il rischio di legare la dispersione all’arruolamento dei “muschilli da parte delle mafie, che solo nei 178 comuni sciolti almeno una volta per infiltrazione mafiosa negli ultimi vent’anni possono contare su un eventuale bacino di 700.000 minori tra affiliazione vera o simbolica.

Uno dei motivi per cui la mafia riesce ad avere un così alto riscontro fra i giovanissimi risiede nell’alto tasso di povertà di alcune zone del nostro paese. Le analisi dell’Eurostat dimostrano che l’Italia è uno degli Stati europei a più alto rischio di povertà minorile. (continua a leggere: L’infanzia negata: minorenni nel circuito mafioso – I Siciliani giovani)

Vari, nel corso degli anni, sono stati i progetti nati per contrastare il negativo rapporto tra dispersione scolastica e arruolamento mafioso. Il primo e più noto è stato “Chance”, promosso nel 1997 a Napoli ad opera dei futuri “maestri di strada” Marco Rossi Doria (poi sottosegretario all’Istruzione nei governi Monti e Letta) Cesare Moreno e Angela Villani, che in una decina d’anni era riuscito a togliere dale mani dei boss della camorra circa 600 ragazzi in zone come i Quartieri Spagnoli, Soccavo o il quartiere di Barra-San Giovanni. Studiato all’estero, il programma venne chiuso nel 2009.

Per combattere la mafia”, scriveva nel 2011 sul quotidiano spagnolo El Mundo Silvia Ragusa, “ci sono due tipi di aule da considerare: l’aula bunker e l’aula universitaria” anche se quest’ultima tra tagli all’istruzione e criticità sul piano edilizio, non sembra godere di grande considerazione.

[2 – Fine]
[Parte 1: Edilizia scolastica, il governo Renzi riparte dalle fondamenta della scuola]

NOTE
[1] Con il termine “Early school leavers” si indicano i giovani tra 18 e 24 anni che hanno abbandonato la scuola senza conseguire un diploma di scuola superiore;
[2]la mafia teme la scuola più della giustizia, l’istruzione toglie erba sotto i piedi della cultura mafiosa” (Antonino Caponnetto, 1994)

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