“Un euro speso in prevenzione equivale a 9 euro in emergenza”. Intervista a Sergio Brachi, R.U.O. Protezione Civile Prato

Sede della Protezione Civile di Prato, via Alessandro Lazzerini 58. Credits: @Andrea Intonti

Sede della Protezione Civile di Prato, via Alessandro Lazzerini 58. Credits: Andrea Intonti


A Genova, prima dell’alluvione del 9 e 10 ottobre scorso, “ci sono stati picchi di 220 millimetri all’ora” di pioggia, mentre la media massima annuale oraria di precipitazione nell’area – come spiegato da Antonio Parodi, esperto di modellazione atmosferica e analisi statistica degli eventi estremi e project leader del Centro Internazionale in Monitoraggio Ambientale (Cima) – “è di circa 30-35 millimetri”. Per questo, alle 23.15, il fiume Bisagno è esondato scatenando una nuova emergenza – e nuove polemiche – dopo quella del 2011.

Tra le altre, scalpore aveva suscitato la gestione della comunicazione della Protezione Civile di Genova, racchiusa in quell’incomprensibile tweet “Allora” [https://twitter.com/ProtCivileGE/status/520830877237272576]

Ho raccolto così varie domande per proporle a Sergio Brachi, Responsabile Unità Operativa della Protezione Civile di Prato. Ne è venuta fuori una lunga – e piacevole – chiacchierata sulla situazione di Prato, il ruolo dei social media e sulla necessità di tornare a creare cultura della protezione civile nella cittadinanza. Questa la prima parte dell’intervista, realizzata il 20 ottobre 2014 presso la sede della Protezione Civile di Prato.

Qual è l’iter che deve essere seguito in casi come quello della recente alluvione di Genova da parte della Protezione Civile, sia da un punto di vista operativo che da un punto di vista comunicativo?
Premettiamo subito una cosa: la Protezione Civile, finché non verrà modificato il Titolo V della Costituzione, in Italia è materia concorrente, per cui ogni regione legifera per conto suo. Da quando è uscito il c.d. Decreto Bertolaso del 2004 relativo alle previsioni degli eventi meteo prevedeva in tutte le Regioni d’Italia – tranne che per il Lazio, che fa riferimento al Dipartimento che sta a Roma – la costituzione di un Centro Funzionale Regionale (da ora CFR) che nell’ambito territoriale regionale ha lo specifico compito di emanare delle previsioni meteorologiche che vengono emesse con cadenze ben precise, con diverse tipologie a seconda di quelli che vengono definiti “scenari di rischio” in base all’evento, per cui neve piuttosto che vento, temporali, mareggiate laddove ce ne sono, etc.

In Toscana – lo scenario che ovviamente conosco meglio e del quale posso riferirle – il CFR emette quotidianamente per ognuna delle 24 zone d’allerta in cui il territorio regionale è diviso un “avviso di criticità meteo”, composto da una serie di “bollettini di aggiornamento” che durano 24 ore e la cui cadenza varia in base alla criticità dell’evento in atto.
Questa zonizzazione, che dal primo ottobre doveva essere rivista in base alla normativa approvata il 18 luglio ma ancora non entrata in vigore, si basa sui bacini idraulici, perché non ha nessun senso che io veda una zona d’allerta a Prato lasciando fuori zone, come Montemurlo ad esempio, che magari hanno lo stesso problema perché il bacino è unico. Le zone di allerta che ci interessano direttamente sono due: la “B3” che è esattamente la zona dei confini del territorio pratese e fa riferimento al bacino dell’Ombrone pistoiese e parte della zona “B5” che è la parte nord e fa comunque riferimento al bacino del Bisenzio.

credits: Centro Funzionale Regionale Toscana ()

credits: Centro Funzionale Regionale Toscana ()

Lo stato di criticità meteo in Toscana si divide in quattro stadi: criticità “nulla” – che ha un codice di colore verde – criticità “ordinaria”, “moderata” ed “elevata”, che ha un codice di colore rosso. Questa classificazione viene fatta dai meteorologi del CFR identificando quelli che noi chiamiamo “tempi di ritorno” (che vedremo in seguito, ndr).
Se la criticità è moderata o elevata allora – e solo in questi due casi – la Regione Toscana emette uno stato di allerta, che a seconda del tempo in cui si prevede inizierà l’evento può essere allerta di “tipo 2”, se l’evento si svolge entro le 24 ore, o allerta di “tipo 1” se si prevede che l’evento inizierà dopo le 24 ore. In questo ad esempio, e glielo dico perché lo so, c’è una grossa differenza rispetto alla Liguria, dove i due gradi di allerta si definiscono in base a quanto grave è l’evento previsto
(magnitudo, in gergo tecnico, ndr).

Per approfondire: un esempio di “avviso di criticità” relativo a Prato del 2 novembre 2014

A Prato quali potrebbero essere le problematiche principali?
Guardi, qui il rischio più elevato è il rischio idrogeologico. Con “rischio elevato” non intendo quello più grave, ma quello che è più probabile accada. Perché Prato, purtroppo o meno male perché è stata la fortuna della città, è attraversata da tanti corsi d’acqua realizzati in quanto servivano all’industria tessile. Quello idrogeologico è un rischio che non dobbiamo sottovalutare né dimenticare, ed è sicuramente il problema che ci vede più impegnati.
Ad esempio fino a luglio di quest’anno, nel 2014 è piovuto a Prato 208 millimetri. Detto così può esser tanto come può esser poco. Le posso dire che l’anno scorso, a luglio, è piovuto 10 millimetri. È venti volte di più. Nel 2012 zero, non c’è stato neanche un giorno di piovosità; nel 2011 54 millimetri; nel 2010 46 millimetri. Lei pensi che a ieri
(al 19 ottobre per chi legge, ndr) a Prato è piovuto 1.146 millimetri. In tutto il 2013 1.076 millimetri, in tutto l’anno precedente 763 millimetri.

Naturalmente poi ci sono una serie di rischi, chiamiamoli “scenari di rischio” che noi abbiamo analizzato e pubblicato sul sito internet come per il rischio sismico, che ai sensi dell’ultima normativa emanata dalla Regione Toscana nel 2012 vede il nostro territorio in categoria 3 su quattro categorie che funzionano al contrario del rischio idraulico, quindi con la categoria 3 che ci vede relativamente tranquilli.

Come vengono definite queste categorie?
Prima le ho parlato di tempi di ritorno – cioè ogni quanto si verifica un determinato evento con una data frequenza e una data intensità – più alto è questo tempo più grave è l’evento. L’alluvione di Firenze (4 novembre 1966, ndr) è un evento duecentennale, l’esondazione dell’Ombrone in un’area precisa è un evento decennale. Il concetto è “meno grave però più frequente, più grave ma meno frequente”. Detto ciò, quando si dice che il Comune di Prato è in zona sismica 3 si dice praticamente che, a seguito degli eventi registrati nel corso degli anni precedenti, Prato è stata casomai interessata da un evento del 5.6 o da quello accaduto nel Mugello nel 1919 che è l’evento più grave (con una magnitudo del 6.2 che causò 200 morti, ndr) i cui risentimenti sono stati sentiti a Prato con questo tipo di intensità. Questo non vuol dire che domani, mi auguro di no, non possa succedere un 6.0 a Prato, a quel punto sarebbe molto più grave, e andrebbe a fare annali, perché via via che gli eventi succedono i livelli di criticità tendono a cambiare. Ad esempio il CFR ha modificato il livello di criticità del Bisenzio nella sezione di Gamberame (Vaiano) in seguito agli eventi del 2009, perché questi purtroppo sono andati a incidere sui tempi di ritorno.

Quando sono entrato io a lavorare qui dentro il mio dirigente di allora, padre della Protezione Civile Nazionale Roberto Corrieri, una persona eccezionale, nelle varie formazioni ci diceva che 100 millimetri di pioggia a Prato in 24 ore ci avrebbero messo in crisi. Oggi il livello si è un po’ elevato – si può dire che 120 millimetri su tutto il territorio cittadino in 24 ore mi preoccupano – ma il problema non è tanto nelle 24 ore quanto l’ora, le due ore. Gli eventi che si sono succeduti ultimamente sono stati a questi livelli. Io non sopporto il termine “bombe d’acqua”, ma la verità è che si sta parlando di quantità importantissime in un arco di tempo estremamente ridotto.
Nel tragico evento del 5 ottobre 2010 dove morirono le tre donne di nazionalità cinese il pluviometro di Galceti registrò 98 millimetri di pioggia in due ore, quello situato all’università non arrivò ai 40. Quindi l’evento non è più come prima che era sul territorio, si sta parlando di un chilometro quadrato.

Cosa si può fare a livello economico, urbanistico e politico per evitare che ad ogni pioggia più copiosa scoppino “emergenze” come a Genova?
Il sistema fognario pratese, ma di tutte le città, è stato progettato all’incirca tra il ’70 e l’80 e per l’epoca è stato progettato anche bene. Iperdimensionato per quel tipo di eventi. Ma quando lei mi prende una precipitazione di 98 millimetri in due ore e me la butta tutta su una fogna è impensabile che quella fogna riesca a smaltire immediatamente, così la fogna va in pressione e non scarica più, facendo saltare i tombini etc. Che facciamo, rifacciamo tutta la rete idraulica di Prato? Impossibile. Quindi mettiamo mano pezzo per pezzo, evento per evento.

Più che sulla parte emergenziale mi sembra più opportuno parlare di programmazione e prevenzione. Perché ad esempio a livello urbanistico durate un’emergenza non è che puoi far qualcosa. Però a livello urbanistico puoi fare molto in termini di programmazione. La legge prevede ormai da tempo che in zona P4 e P3 (zone a pericolosità molto elevata o elevata, ndr) non possono esistere locali ad uso abitativo interrato, che vengono autorizzati solo ed esclusivamente come garage, cantine e comunque non a scopo abitativo.

Si potrebbe, ad esempio, obbligare a mettere in sicurezza le abitazioni risalenti per dire al 1800 quando vengono fatte richieste per ristrutturarle. Questo a livello preventivo si potrebbe fare, più che a livello emergenziale. Soprattutto oggi perché dall’uscita della legge 100/2012 – la legge fondamentale degli ultimi anni che ha modificato la legge 225/1992, che è la legge base della Protezione Civile – è scritto chiaro nel testo della legge: “una delle attività della protezione civile è la prevenzione ma senza opere”, così come diceva la 225.

Cosa significa “prevenzione senza opere”?
Significa che i servizi di Protezione Civile non possono mettere in atto opere preventive ma possono – e devono – segnalarle agli uffici competenti. Se si tratta di mettere una pompa fissa, per fare un esempio, non la posso mettere io, la deve mettere il mio ufficio di rischio idraulico. Ovviamente io posso fare le opere di soccorso ed emergenza.
La legge 100 dice che la prevenzione deve consistere nella creazione di una cultura di protezione civile, non nelle opere. Non deve essere la protezione civile a fare un ponte, ma deve essere colei che instilla la cultura del cittadino: ”ci vorrebbe un ponte!”.

Il governatore Rossi ha recentemente dichiarato che, a prescindere dal patto di stabilità, dal prossimo anno utilizzerà 50 milioni di euro per interventi di difesa idrica. Quanto di quel denaro servirebbe a Prato? Per quali interventi?
Fare previsioni di spesa non è di mia competenza. Posso invece dirle delle piccole cose, sempre sul discorso rischio idrico che, le ripeto, è il rischio principe a livello di accadimenti a Prato. Per esempio uno dei problemi più grossi che ci troviamo ad affrontare tutti i giorni e sempre di più è l’”abbandono delle campagne”, chiamiamolo così, che significa non pulire più i fossi, i terreni, etc.. Se a questo affianca le recenti normative – a cui premetto di non essere contrario, ma ritengo dovrebbe essere opportuno valutarle e quindi applicarle correttamente – sullo smaltimento dei rifiuti, quando noi dovremo intervenire per la pulizia dei fossi lungo strada, per legge dovremmo attendere il seccamento del materiale eliminato dal fosso, il suo vaglio e successivamente il trasferimento a discariche specifiche.

Tenga presente che per 100 metri di fosso costa “x” la pulitura ed “x più 5” lo smaltimento. Di solito si dice che un euro speso in prevenzione equivale a nove euro spesi in emergenza, quindi ad ogni euro speso per ripulire il fosso corrispondono 5 euro per smaltire il residuo, di qualunque tipo esso sia. Questa è una cosa che diventa difficilmente gestibile in una situazione economica come quella che abbiamo. Con lo stesso investimento che noi avevamo la possibilità di fare dieci anni fa e che ci permetteva di pulire uno o due chilometri l’anno di fossettine quest’anno facciamo cento metri. Questa è la proporzione e la realtà purtroppo.

[1 – Continua]

Un Commento

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