67 beni sottratti alle mafie in Toscana nel 2013. Ma l’Agenzia per i beni sequestrati è ferma da due anni

La mafia non è una società di servizi che opera a favore della collettività, bensì un’associazione di mutuo soccorso che agisce a spese della società civile e a vantaggio solo dei suoi membri.
(Giovanni Falcone – Cose di Cosa Nostra)

Sono 10.766 i beni sequestrati alle mafie tra l’1 agosto 2013 ed il 31 luglio 2014, ai quali si aggiungono altri 3.513 beni confiscati. Di questi, poco meno di 900 sono aziende. Il loro valore economico – quasi 5 miliardi di euro – è pari a quanto lo Stato spende per l’intero sistema universitario.

67 beni sottratti alle mafie in Toscana nel 2013. Ma l’Agenzia per i beni sequestrati è ferma da due anni

Clicca sull’immagine per la mappa interattiva dei beni sequestrati alle mafie in Toscana, dati gennaio 2013 credits: Regione Toscana

Tutto inizia nel 1996, sull’onda lunga della maturazione antimafia della società italiana dopo le bombe di cosa nostra dei primi anni Novanta. È su quella indignazione che una allora neonata associazione antimafia – Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie, costituita nel marzo 1995 – riuscirà a raccogliere 1 milione di firme per l’uso sociale dei beni confiscati, portando esattamente un anno dopo alla legge n.109 “Disposizioni in materia di gestione e destinazione di beni sequestrati o confiscati” (pdf).
Oggi quel clima di forte condanna verso le mafie, denunciava nelle scorse settimane Don Luigi Ciotti, deve fronteggiare una situazione in cui la crisi economica porta un italiano su cinque a non porsi problemi ad andare in un bar o una pizzeria colluso con le mafie se i prezzi sono convenienti ed il 61% dei disoccupati ad avere meno remore a lavorare in un’attività collusa con la criminalità organizzata. Un dato allarmante dal punto di vista economico e, soprattutto, culturale.

Dalla mafia alla società: viaggio burocratico di un bene confiscato
Il primo provvedimento adottato nei confronti di un bene nelle disponibilità delle mafie è il sequestro, attuato dal giudice come misura cautelare richiesta dall’organo che ha proposto l’azione penale. Porta alla sottrazione del bene e alla nomina di un amministratore (o un custode) per l’intero svolgimento del processo. Spetta invece al giudice di secondo grado confermare la confisca definitiva. Solo a questo punto il bene viene ceduto allo Stato, che può gestirlo al massimo per 90 giorni, dopodiché avviene la destinazione vera e propria: lo Stato può decidere di non cederlo – destinando gli immobili alla pubblica sicurezza o ad altre finalità “di giustizia, ordine pubblico e di protezione civile”, creando ad esempio avamposti delle forze dell’ordine, scuole, ospedali – o può trasferirne la proprietà ad un ente locale, che può decidere se amministrare il bene in prima persona o cederlo, in comodato d’uso gratuito, ad associazioni che dovranno riutilizzarlo a fini sociali.
Solo in via residuale la legge prevede la vendita del bene stesso.

Al 7 gennaio 2013 – ultimi dati disponibili sul sito dell’Agenzia per i beni confiscati (ANBSC) – dei quasi 13 mila beni confiscati (11.238 beni immobili e 1.708 aziende), il 72% è stato sequestrato nelle regioni delle mafie tradizionali, soprattutto in Sicilia (43%). Quarta regione è la Lombardia, con 1.186 beni confiscati.
67 i beni sequestrati alle mafie in Toscana, dove sono 12 le aziende confiscate.

A registrare il più alto numero di beni sottratti alle mafie in regione sono Pistoia (15) e Firenze (13 beni, di cui 8 a Tavarnelle Val di Pesa), dove spicca il sequestro del caffè Bonetti nella centralissima piazza Pitti, realizzato dal Tribunale di Napoli nel febbraio 2013 contro Carmine D’Ario, più volte condannato per traffico internazionale di droga e detenuto dal 2010.
Quattro, invece, i beni sequestrati a Prato: un appartamento a Montemurlo, ancora gestito dall’Agenzia e tre beni a Vaiano, tra cui un appartamento che oggi ospita il Comando Provinciale del Corpo Forestale dello Stato.

Dei 36 beni confiscati in Toscana e consegnati al 7 dicembre 2013, la metà è stata destinata alla creazione di alloggi per indigenti (10) o a centri di attività sociali rivolte ai tossicodipendenti.

Suvignano, se la mafia si allea con la…burocrazia
Il più importante dei beni sequestrati alle mafie in Toscana è rappresentato dai 713 ettari della tenuta di Suvignano di Monteroni d’Arbia, in provincia di Siena, dove si trovano 13 case coloniche, una villa padronale, un ex magazzino, una vecchia fornace e un fabbricato con annessa chiesa sconsacrata. È attualmente il più grande bene sottratto alle mafie nel centro Italia.
La tenuta, che ospita l’azienda agricola “Suvignano srl”, viene sequestrata una prima volta da Giovanni Falcone nel 1983 e poi nel 1996 all’imprenditore edile Vincenzo Piazza, appartenente alla famiglia mafiosa degli Inzerillo. La confisca in via definitiva arriva solo nel 2007.

L’anno successivo la Regione, in accordo con il Comune di Monteroni d’Arbia e la Provincia di Siena, avanza richiesta all’Agenzia del Demanio per trasferire il bene al patrimonio agricolo-forestale toscano, presentando un ampio progetto imprenditoriale da 30 milioni di euro – con 12 dipendenti – che prevede tra gli altri l’avvio di una produzione agricola biologica e l’allevamento di bestiame, da destinare anche alla fattoria didattica, nonché l’apertura di una scuola di legalità per i giovani.

Il progetto, evidentemente, non trova tutti d’accordo, così nell’estate 2013 l’Agenzia per i beni sequestrati indice una gara ad evidenza pubblica (tradotto: un’asta) mettendo in vendita la tenuta per 22 milioni di euro. Un’operazione che era già stata tentata nel 2009 nonostante l’enorme impatto sociale, culturale ed economico che una decisione del genere ha, dato che proprio il riutilizzo sociale dei beni sequestrati rappresenta il più importante strumento per togliere consenso alle organizzazioni mafiose. La proposta viene infine ritirata dall’agenzia a settembre dell’anno scorso, anche grazie alla forte mobilitazione dell’antimafia sociale culminata nella manifestazione dell’8 settembre.

Un mese dopo, il viceministro dell’Interno Filippo Bubbico rilascia ai media una dichiarazione nella quale impegna se stesso ed il governo a modificare la norma a cui aveva fatto riferimento l’Agenzia per la vendita di Suvignano, un intervento necessario per evitare il rischio che le aste diventino – attraverso l’uso di prestanome – il modo più semplice con cui le mafie riacquistano i beni sequestrati. Ad oggi di quell’impegno non sembra esservi più traccia.

L’Agenzia dei conti che non tornano

Dal 2010 (decreto legge n.4 del 4 febbraio 2010) per la gestione dei beni confiscati è stata creata l’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata (ANBSC), il cui compito è quello di seguire il bene dal momento del sequestro preventivo fino al termine dell’iter giudiziario. Un periodo di tempo medio di 5 anni (5,5 in Toscana) che può arrivare anche al doppio – in base alla durata dei processi per mafia – e che danneggia soprattutto le aziende, costrette spesso ad uscire dal mercato, come dimostra l’emblematico dato di 35 aziende attive su 1.639 confiscate al 2 luglio 2012.
È da premesse come queste che si arriva a quel 61% di disoccupati non contrari a lavorare in attività colluse con le mafie o che “penseranno con rimpianto alla gestione mafiosa”.

Per approfondire: Mafia, su 10 aziende confiscate 9 falliscono, Agata Pasqualino, CTZen/I Siciliani Gioani, 8 maggio 2012

Nel Programma Operativo Nazionale (PON) Sicurezza, all’ANBSC sono stati destinati e liquidati 6 milioni di euro per la creazione entro gli inizi del 2013 di un database sui 13.971 beni sottratti alle mafie e di cui ad aprile la relazione della Commissione antimafia lamentava ancora gli incomprensibili ritardi. Ad oggi il portale presenta dati fermi al 7 dicembre 2013, con il rapporto della Commissione Garofoli che presenta dati discordanti, censendo 12.946 beni sequestrati contro i 13.971 dell’agenzia.
Altri dati, presentati da Libera, presentano inoltre una situazione anche peggiore, soprattutto da un punto di vista simbolico. Dei 3.995 beni che l’agenzia non ha ancora assegnato, 1.666 sono bloccati da ipoteche bancarie, il restante è invece inutilizzato, inagibile o da ristrutturare.

La necessaria riforma dell’ANBSC non sembra rientrare nelle rottamazioni del governo Renzi, che sembra muoversi nel solco dei precedenti governi, spesso sordi alle richieste di modifica – prima fra tutte la necessità di integrare un organico sottodimensionato – per un’agenzia che, se messa nelle condizioni di lavorare, sarebbe strategica nel contrasto alle mafie.
Una proposta di riforma era stata presentata al governo Letta dalla commissione presieduta dal magistrato Roberto Garofoli (vicino a Massimo D’Alema ed oggi capo di gabinetto del ministro dell’Economia Padoan), ma il cambio di governo e la bocciatura di Nicola Gratteri a ministro della Giustizia ha portato al procuratore reggino il “contentino” di una commissione nata per riscrivere norme, procedure e regolamenti e creare nuovi strumenti per il contrasto alla criminalità organizzata, che rende evidentemente inutile il lavoro prodotto dalla precedente commissione, di cui proprio Gratteri – insieme a Raffaele Cantone, nominato da Renzi presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione – aveva fatto (gratuitamente) parte.

Per approfondire: Rapporto della task force di Letta: le idee per combattere (davvero) le mafie – Claudio Cordova, Ildispaccio.it, 31 gennaio 2014
Il «pacchetto Gratteri» a Renzi: pene più pesanti per il 416-bis – Roberto Galullo, IlSole24Ore, 28 novembre 2014

Non va dimenticato, infine, che spesso la gestione dei beni confiscati risulta difficile per giunte comunali con problemi di bilancio o, peggio, con pressioni o infiltrazioni mafiose, come testimoniano i 229 consigli comunali sciolti dal 1991 (anno di entrata in vigore dell’articolo 15 bis della legge n.55/1990) al 2012. Nel solo 2011 Avviso Pubblico ha censito 270 atti di intimidazione contro amministratori e personale della Pubblica Amministrazione – il 27% in più del 2010 – di cui circa 50 (il 26%) contro amministratori locali.

credits: rapporto della Commissione parlamentare antimafia

credits: rapporto della Commissione parlamentare antimafia

L’edizione 2013 del rapporto “Amministratori sotto tiro” (pdf), realizzato ogni anno da Avviso Pubblico, vede la Toscana al nono posto, con 8 casi di intimidazione, di cui tre hanno coinvolto la provincia di Firenze (Barberino del Mugello e Castelfiorentino), due Livorno e Pisa e uno – la finta bomba del 18 gennaio all’Asm, la municipalizzata che si occupa dei rifiuti – Prato.
Nessuna di queste risulta di matrice mafiosa.

[3 – Continua]

[2 – Più di 30 milioni di euro contro la precarietà abitativa. La Toscana chiude l’epoca dell’urbanistica criminale?]
[1 – Toscana, case popolari nei beni confiscati. Contrastare la mafia combattendo l’emergenza abitativa]

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