Mafie in Toscana: vecchi business, rifiuti e clan autoctoni (1/2)

credits:  viareggino.com

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Sono 116 i clan mafiosi operanti in Toscana: 48 gruppi criminali riferibili alla camorra; 34 alla ‘ndrangheta, 29 a cosa nostra, tre alla mafia pugliese, uno alla criminalità sarda e un gruppo legato alla banda della Magliana, a cui vanno aggiunte le mafie straniere, in special modo russa e cinese, che portano a 35 il numero delle organizzazioni mafiose operanti – e censite lo scorso anno dalla Fondazione Antonino Caponnetto – in Toscana.

Non tutte le organizzazioni prese in considerazione sono ancora attive, ma come ricordava Salvatore Calleri, presidente della Fondazione, durante l’audizione del 24 ottobre 2013 alla commissione Affari istituzionali della Regione “quelli che non sono ancora attivi vengono bilanciati da quelli che ci sono e che non abbiamo ancora trovato” (pdf).

Una penetrazione che non si è mai basata su omicidi e violenza – perché il sangue porta indagini più penetranti per rassicurare l’opinione pubblica – ma sull’idea di una Toscana come “lavanderia” delle mafie, in cui spartirsi gli affari seduti ad un tavolo piuttosto che eliminando fisicamente la concorrenza degli altri clan, come dimostra il “consorzio” creato da camorra, ‘ndrangheta e mafia albanese per la gestione del mercato della droga a Firenze. Uniche eccezioni l’omicidio di Ciro Cozzolino, avvenuto a Montemurlo nel 1999 nell’ambito della cosiddetta “mafia degli stracci” e la guerra combattuta per le piazze di spaccio in Versilia alla fine degli anni Ottanta.

La conta: una prima mappatura dei clan penetrati in Toscana
La relazione della Direzione Investigativa Antimafia presentata nel secondo semestre del 2012 va ancora più in profondità rispetto ai dati della Fondazione Caponnetto, realizzando una mappatura della distribuzione delle mafie italiane provincia per provincia. Firenze risulta essere la città che ospita il maggior numero di gruppi mafiosi (64), di 24 appartenenti a cosa nostra; 22 alla camorra; 15 ‘ndrine calabresi, 2 clan pugliesi e la Banda della Magliana. Ad Arezzo e Livorno sono presenti 31 gruppi, soprattutto della camorra – la consorteria mafiosa che, insieme alla ‘ndrangheta, è maggiormente penetrata in Toscana – seguite da Pistoia (25 gruppi) e Prato, dove oltre al peso della mafia cinese e delle temibili gang giovanili si muovono 10 gruppi camorristici, soprattutto il clan dei Terracciano e quello dei Birra-Iacomino; 8 gruppi di cosa nostra e tre ‘ndrine calabresi, tra cui il gruppo criminale che ruotava intorno a Domenico “don Mico” Libri, capobastone e braccio imprenditoriale dell’omonima ‘ndrina di Cannavò (Reggio Calabria) divenuto capo dell’intera organizzazione dopo l’omicidio di Paolo De Stefano e fino al suo arresto, avvenuto a Marsiglia il 17 settembre 1992. Morto nel 2006, Libri ha scontato gli arresti domiciliari in un appartamento di Prato, in seguito alla condanna – trasformata in assoluzione in appello – nel maxiprocesso Olimpia (248 gli imputati) a 6 ergastoli per l’omicidio di 18 persone e per il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso.

Un più recente studio della Fondazione Caponnetto, che analizza anche la situazione della città di Prato (pdf) evidenzia come, ad oggi, a muoversi sul territorio toscano siano le famiglie camorriste degli Ascione-Suarino – braccio economico degli Ascione-Papale – e dei Birra-Iacomino provenienti come il clan Cozzolino dalla zona di Ercolano, dove da anni i due gruppi sono in guerra per il controllo degli affari sul territorio. Il gruppo toscano della camorra vede inoltre muoversi i casalesi oltre alle famiglie dei Ligato, dei Mazzarella, dei Russo e dei Terracciano, questi ultimi nati nella Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo e in grado di costruire un clan autonomo.

Dalla Calabria sono invece salite in Toscana le ‘ndrine dei Libri, dei Lo Giudice provenienti dal mandamento di Reggio Calabria e la ‘ndrina crotonese dei Farao-Marincola che si aggiungono agli stiddari – la mafia “dissidente” da cosa nostra – e ad elementi delle famiglie palermitane e catanesi (corleonesi, mafia di Corso dei Mille, cursoti, Nicotra, Madonia).

credits:  Fondazione Antonino Caponnetto

credits: Fondazione Antonino Caponnetto

Le mani sul territorio
Ad oggi, stando all’Analisi sulla criminalità organizzata realizzata dalla Regione, le uniche zone dove le consorterie mafiose controllano o puntano a controllare il territorio sono Prato, parte della Valdinievole, la Versilia e il Valdarno aretino. Territori che vengono spartiti attraverso la gestione della prostituzione – ampiamente in mano alle mafie straniere – e dagli acquisti immobiliari, tra i principali strumenti per il riciclaggio di denaro di provenienza illecita. Esempio lampante è l’area di Montecatini, che ben si presta a forme di riciclaggio, gioco d’azzardo e sfruttamento della prostituzione, soprattutto di ragazze provenienti dall’est Europa.
Non appare un caso, dunque, che proprio nel comune pistoiese siano stati sequestrati beni al clan camorristico Gionta di Torre Annunziata (2008) e all’imprenditore Armando Raso, condannato per appartenenza alla ‘ndrina Piromalli-Molè di Gioia Tauro.

Già nel 2008 la Fondazione Caponnetto lanciava l’allarme sull’Isola d’Elba, dove la camorra e la mafia russa starebbero da qualche anno aggiungendosi alla criminalità autoctona. Nel 2006 l’operazione “MA.RA.TA.” dimostrò come la camorra fosse riuscita a ritagliarsi un importante spazio nell’economia isolana attraverso il 77enne Giovanni Morandino – ex esponente di spicco della Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo arrestato all’alba del 25 settembre 2014.

A destare preoccupazione è, soprattutto, l’area di Campi Bisenzio. Qui – denuncia da tempo la Fondazione – sarebbe stato creato un cartello di imprese riferibili a clan siciliani e calabresi volto ad aggiudicarsi gare d’appalto in un Comune a forte speculazione immobiliare. 27 gli imputati, tra imprenditori e rappresentanti d’impresa per associazione a delinquere, turbata libertà degli incanti e truffa nella cosiddetta “Appaltopoli” di Campi Bisenzio del 2008. “Le indagini” – riporta un articolo del Corriere Fiorentino dell’epoca – “evidenziarono sospette variazioni dei parametri di sviluppo edilizio nel piano regolatore di Campi e presunti favoritismi per pratiche edilizie da parte dei dipendenti del comune”. Due anni dopo l’inchiesta venne “decapitata” con undici assoluzioni e la sostanziale distruzione del teorema accusatorio.

È bene ricordare, peraltro che la Piana fiorentina sarà interessata nei prossimi anni dai lavori per il termovalorizzatore di Case Passerini (Sesto Fiorentino) e, soprattutto, i lavori per la costruzione della pista da 2.400 metri all’aeroporto “Amerigo Vespucci” di Firenze. Due “grandi opere” su cui, sicuramente, le consorterie mafiose non si faranno trovare impreparate.

Per approfondire: Le mani sulla città: la gestione (speculativa) dello spazio a Firenze Cortocircuito, 28 aprile 2013

[4 – Continua]

[3 – 67 beni sottratti alle mafie in Toscana nel 2013. Ma l’Agenzia per i beni sequestrati è ferma da due anni]
[2 – Più di 30 milioni di euro contro la precarietà abitativa. La Toscana chiude l’epoca dell’urbanistica criminale?]
[1 – Toscana, case popolari nei beni confiscati. Contrastare la mafia combattendo l’emergenza abitativa]

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