L’anima imprenditoriale delle mafie in Toscana: stracci, droga e discoteche (2/2)

[continua da qui]

Nella foto: incendio alla discoteca Meccanò di Firenze (2008). Credits: firenzetoday.it

Nella foto: incendio alla discoteca Meccanò (2008). Credits: firenzetoday.it

Oltre al settore degli appalti pubblici – dove le consorterie mafiose si muovono attraverso subappalti e aggiudicazioni al massimo ribasso – secondo don Andrea Bigalli, coordinatore regionale di Libera, tra i fenomeni che meritano più attenzione in Toscana ci sono le “faraonicheristrutturazioni di locali che né prima né dopo risultano avere elevati volumi d’affari volti a giustificare tali opere, dietro le quali si nasconderebbero palesi fenomeni di autoriciclaggio, in un sistema che porta alla marginalizzazione delle imprese toscane non criminali.

Sono tutte dinamiche rispetto alle quali bisogna attivare tutti i livelli di conoscenza e divulgazione possibile, tenendo presente che queste realtà sono possibili anche perché evidentemente c’è l’estendersi di una zona grigia in direzione del mondo di chi, per esempio, consente di gestire gli affari

Compro Oro (per ricettazione e riciclaggio), gioco d’azzardo (usura) ristorazione (riciclaggio e forme di sfruttamento dell’immigrazione clandestina, gestita soprattutto dalla mafia cinese) sono alcune delle aree economiche in cui anche in Toscana le consorterie mafiose hanno particolare capacità di penetrazione.

Il core business delle mafie presenti in Toscana sono però gli stupefacenti – sia di fascia alta che per lo spaccio in strada – con i sodalizi criminali italiani che hanno lasciato la gestione delle piazze alle mafie straniere o hanno creato cartelli transnazionali, come per il controllo del mercato della cocaina a Firenze, gestito da camorra, ‘ndrangheta e mafia albanese.
Nel 2000 l’operazione Scilla condotta dal Ros dei Carabinieri definì come in Toscana la ‘ndrina Iamonte, che a Melito Porto Salvo (Reggio Calabria) era molto attiva nel controllo degli appalti pubblici, fosse diventata il riferimento nel traffico di droga anche per i clan campani e siciliani.
Tra i nuovi business, invece, diventa sempre più ampio l’interesse delle mafie per la sofisticazione alimentare e la contraffazione dei prodotti tipici toscani destinati ai mercati esteri.

Toscana Rossa…di sangue
Che le mafie in Toscana si siano date un’anima più imprenditoriale che omicida, non significa che di sangue non ne sia stato versato.
La prima volta accade nel 1978: nella guerra delle bische viene ucciso Michele Cavataio – cugino e omonimo del boss dell’Acquasanta assassinato nella strage di viale Lazio del 1969 – inserito nell’elenco dei mafiosi di Palermo nel 1966 ed inviato in soggiorno obbligato nel 1973 prima a Montalcino (Siena), poi a Campi Bisenzio (Firenze). Anche il sospettato per quell’omicidio, Francesco Romeo, verrà ucciso a Firenze nel 1981 da Stefano Cavataio, figlio di Michele, i cui fratelli – Marcello e Giovanni – avevano iniziato ad imporre il pizzo ai commercianti di Campi. Tra questi la merciaia Pina Aquilini, le cui denunce portano i fratelli Cavataio in carcere, con l’accusa di estorsione, minacce e violenze, nel 1992. Ma fino a quel momento la Toscana non era terra di fatti di mafia e per questo tribunale e procura non si trovarono d’accordo nell’applicare l’aggravante mafiosa.

La guerra delle discoteche
I due fratelli verranno arrestati nuovamente nel 2000, condannati in primo grado a 10 anni – e poi assolti – per traffico di cocaina. Il cognome Cavataio tornerà negli atti dell’antimafia un decennio dopo. Nell’ottobre 2011 la Direzione distrettuale antimafia di Firenze definisce Stefano Cavataio socio occulto dell’imprenditore pratese Michele Tempestini in un’impresa edile e, soprattutto, nella discoteca Central Park, situata all’interno del parco delle Cascine a Firenze. I due, era la tesi emergente dalle tante intercettazioni, volevano di fatto gestire l’intero mercato del divertimento notturno fiorentino. Il controllo di discoteche e nightclub da parte della criminalità organizzata, realizzato anche con la creazione di agenzie per la fornitura di servizi di sicurezza ai locali notturni è strumento per veicolare molteplici traffici (soprattutto stupefacenti e sfruttamento della prostituzione) e per riciclare denaro.

Secondo le indagini dell’antimafia fiorentina, sarebbero stati Tempestini e Cavataio i mandanti del rogo che il 15 aprile 2008 devastò la discoteca Meccanò, su cui lo stesso imprenditore pratese aveva più volte tentato, invano, di mettere le mani. Un anno prima del rogo, invece, Tempestini avrebbe sfruttato il nome di Cavataio per aggiudicarsi il Central Park, partecipando ad un’asta giudiziaria che, alla vigilia, aveva visto l’abbandono di tutti gli altri imprenditori interessati. Dall’episodio non è mai scaturita alcuna denuncia. Durante il processo, il pubblico ministero Ettore Squillace Greco aveva chiesto 4 anni e 600.000 euro di multa per Tempestini, accusato di tentata estorsione per il controllo del Central Park e 14 anni per tentata estorsione ed incendio del Meccanò per il boss di cosa nostra. Ma a marzo di quest’anno il Tribunale di Firenze, accogliendo le tesi degli avvocati della difesa, ha assolto entrambi con formula piena per il reato di estorsione e per insufficienza di prove per il filone d’indagine sull’incendio.

Prima dell’assoluzione, il Central Park e il Meccanò – oggi demoliti – erano noti anche per essere stati al centro della cosiddetta “guerra delle discoteche”. Ma di guerre legate alle mafie, in Toscana, ce n’era già stata una.

La prima guerra di mafia in Toscana
Tra il 1989 ed il 1991, lungo la costa tra Livorno e La Spezia si sviluppa una guerra per il controllo del traffico di droga, della prostituzione e del gioco d’azzardo. A fronteggiarsi il clan guidato da Carmelo Musumeci – entrato al 41 bis con la seconda elementare ed oggi laureato in legge con tesi sul carcere ostativo, regime a cui è tuttora sottoposto – e l’aquilano Ludovico Tancredi, a capo dell’omonimo clan ed oggi collaboratore di giustizia.
A cadere nella faida sono, tra gli altri, Paolo Bacci, trafficante di cocaina considerato elemento di spicco del clan di Musumeci, ucciso nel 1989 davanti al “Number One” di Marina di Massa il giorno dopo l’omicidio di Pippo Messina, amico di Tancredi e gestore di parte del traffico di droga nella Lunigiana. Viene ucciso nel settembre 1991 Roberto Giurlani, titolare del “Nebraska” di Camaiore, accusato di aver fatto realizzare due grosse operazioni antidroga e di aver “cantato” in merito all’omicidio Bacci. Nell’ottobre 1991 i carabinieri mettono fine alla guerra tra i due clan a suon di arresti, non prima di aprire indagini sugli omicidi di Marco Palma – contabile di Musumeci, ucciso a poche ore dal Natale 1990 – e Alessio Gozzani, ex portiere della Carrarese amico di Tancredi e socio della Silver Marmi, attraverso la quale si sarebbe opposto al pagamento della “tassa del settimo” (cioè un “pizzo” che poteva arrivare fino al 14% del fatturato) imposto ad alcune aziende consorziate dalla Sam-Imeg, società che, stando alla richiesta di archiviazione presentata il 9 giugno 2003 dall’allora procuratore capo di Caltanissetta Francesco Messineo nell’ambito delle idagini sulle stragi di Capaci e via D’Amelio, sarebbe stata il punto di raccordo tra la mafia corleonese – attraverso i fratelli Antonino e Salvatore Buscemi, legati a Totò Riina – e la Calcestruzzi Spa, capofila del gruppo Ferruzzi.

Per approfondire: Gardini e Cosa Nostra: quei legami che nessuno ricorda, Nicola Biondo, Narcomafie (link archivio900.it), 1 ottobre 2006

Stracci macchiati di sangue
Ciro Cozzolino, noto come “Vincenzo ‘O Pazzo” viene ucciso il 4 maggio 1999 in un agguato di matrice camorristica a Montemurlo (Prato), dove era detenuto in regime di semilibertà. Nel febbraio 2011 l’operazione “Never give up” porterà ad otto misure di custodia cautelare per l’omicidio, che gli investigatori definiscono essere maturato nell’ambito della cosiddetta “mafia degli stracci” (o “mafia del tessile”, una delle peculiarità delle consorterie mafiose toscane). Cozzolino, infatti, avrebbe assunto il predominio del commercio di abiti usati della zona, intralciando le attività dei clan camorristici Birra-Iacomino e Ascione-Suarino, entrambi della zona di Ercolano e presenti in regione.

Per l’omicidio verranno condannati all’ergastolo Palmerino Gargiulo, appartenente al clan camorristico di Torre Annunziata guidato da Michele Chierchia (noto come “Francois”), all’epoca dei fatti legato ai Birra-Iacomino e alleato del clan Gionta; Giovanni Birra, detto “Giovanni ‘a mazza”, capo del clan omonimo e suo fratello Antonio; i fratelli Giacomo e Stefano Zeno – quest’ultimo cognato di Giovanni Birra – per aver svolto diversi sopralluoghi prima del delitto e Giuseppe Chierchia, figlio di Michele. Assolti invece Gerardo Ascione e Salvatore Di Dato, le cui assoluzioni vanno ad aggiungersi a quelle – già confermate in Cassazione prima del settembre 2013 – di Vincenzo Ascione, Vincenzo Oliviero e Michele Chierchia. Quest’ultimo verrà nuovamente indagato nel maggio 2008 dalla Mobile di Caserta nell’ambito delle operazioni Intercity (pdf) e Intercity bis sullo spaccio di cocaina tra Versilia, Livorno e Massa realizzato anche attraverso corrieri che si spostavano – pagati 1.000 euro a viaggio – utilizzando gli Intercity notte.

Nel 2011, intanto, il Noe dei carabinieri di Firenze riesce a bloccare un maxi traffico di indumenti usati tra la Toscana, la Campania e l’Emilia-Romagna gestito dal clan Birra-Iacomino. Attraverso due società controllate dal clan gli abiti, spesso raccolti attraverso donazioni fatte da inconsapevoli cittadini, venivano inviati ad aziende toscane e campane che li commercializzavano al dettaglio senza i necessari trattamenti, violando la normativa sui rifiuti. Oltre ad Ascione – titolare della Eurotrading International, oggi amministrata dal figlio – il 16 febbraio 2012 viene condannato in primo grado a 2 anni e 6 mesi per traffico di rifiuti con l’aggravante mafiosa anche l’imprenditore pratese Franco Fioravanti, titolare della Eurotess e primo imprenditore toscano ad essere accusato per reati di mafia.

Per avere un’idea del giro d’affari della “mafia degli stracci”, dalle indagini di quattro anni fa emerse come gli abiti venissero acquistati a 10 centesimi al chilo e rivenduti a 40, eliminando i costi per il trattamento degli indumenti e sostenendo solo i 2-3 centesimi a chilo per il trasporto. Nella sola indagine Eurot – attualmente il più importante processo per corruzione ambientale in Toscana – vennero individuati 320 trasporti illeciti, per un totale di 5.000 tonnellate di indumenti trafficati che hanno generato un profitto di oltre 7.000.000 di euro. Oggi, secondo Salvatore Calleri della Fondazione Caponnetto, i rifiuti tessili sarebbero alla base di un patto tra camorra e mafia cinese, che smaltirebbero gli stracci tra Cina e Tunisia.

[5 – Continua]

[4 – Mafie in Toscana: vecchi business, rifiuti e clan autoctoni (1/2)]
[3 – 67 beni sottratti alle mafie in Toscana nel 2013. Ma l’Agenzia per i beni sequestrati è ferma da due anni]
[2 – Più di 30 milioni di euro contro la precarietà abitativa. La Toscana chiude l’epoca dell’urbanistica criminale?]
[1 – Toscana, case popolari nei beni confiscati. Contrastare la mafia combattendo l’emergenza abitativa]

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