Alleati ma nemici, cosa nostra tra Sicilia e Toscana

Nella foto: tenuta di Suvignano (Siena), sequestrata alla mafia già nel 1983. Più importante bene sequestrato a cosa nostra in Toscana. Credits: ilsignorrossi.it

Nella foto: tenuta di Suvignano (Siena), sequestrata alla mafia già nel 1983. Più importante bene sequestrato a cosa nostra in Toscana. Credits: ilsignorrossi.it

Quel peccato originale chiamato “soggiorno obbligato”
Tutto inizia nel decennio ’60-’70, quando l’antimafia giudiziaria – in quello che probabilmente rimane il più importante degli errori commessi, come evidenziavano magistrati del calibro di Giovanni Falcone e Cesare Terranova – inizia a mandare in giro per l’Italia i boss in soggiorno obbligato, portando nelle province toscane 228 soggiornanti (pdf). Dopo il maxi-processo di Palermo (1986) la Toscana diventa la terza regione per numero di mafiosi ospitati, soprattutto a Firenze, Siena e Arezzo, nonché uno dei principali nodi per traffico di stupefacenti e contrabbando di tabacchi. È in questa fase che le mafie iniziano a sfruttare l’economia toscana per il riciclaggio di denaro ed il controllo di alcuni settori dell’economia legale.

Alleati ma nemici, cosa nostra tra Sicilia e Toscana
Le prime mappature arrivano negli anni Novanta, mentre già da un decennio l’Italia faceva i conti con l’”emergenza droga” e Firenze si risvegliava – il 27 maggio 1993 – con la bomba di via dei Georgofili. In quello stesso anno la relazione del prefetto di Firenze alla Commissione Antimafia evidenziava come l’area della Piana tra Firenze, Prato e Pistoia fosse controllata da alcune delle più importanti famiglie della cosa nostra palermitana, in special modo dalla famiglia Marchese di Corso dei Mille e dai corleonesi – all’epoca alleati tra loro – di cui uomo di punta era Antonino Vaccaro, considerato l’ambasciatore di Totò Riina in Toscana. L’anno prima, nel 1992, la regione aveva visto ben 804 persone indagate per reati di matrice mafiosa. Attraverso indagini su Vaccaro e Giacomo Riina – zio del boss corleonese, assolto nel gennaio 1995 dall’accusa di associazione mafiosa per aver rilevato industrie tessili in difficoltà al fine di provocarne il fallimento – il Gruppo di Investigazione sulla criminalità organizzata di Firenze riesce, nel 1992, a smantellare una delle principali centrali per la distribuzione della droga in Italia: l’autoparco di Milano. Ancora oggi, comunque, il capoluogo lombardo continua ad essere il punto di riferimento per le forniture di droga per i clan trapiantati in Toscana, Liguria ed Emilia-Romagna.

Nel 2009 l’operazione “Mixer-Centopassi” porta al sequestro di due imprese edili a Firenze e Livorno di proprietà dell’imprenditore siciliano Gaspare Ofria, da anni residente in Toscana. “L’inchiesta”, spiegava all’epoca il procuratore di Palermo Francesco Messineo, “ha svelato la curiosa alleanza tra due fazioni di cosa nostra, quella facente capo al boss deceduto Tano Badalamenti (al cui vertice c’era Leonardo Badalamenti, figlio di “don Tano Seduto e noto anche come Carlos Massenti, nda), e quella dell’area delle Madonie, fedeli ai boss corleonesi, da anni nemiche”. Ofria e Badalamenti jr nel 2011 verranno accusati di aver imbastito una truffa attraverso falsi titoli di Stato venezuelani e falsi documenti bancari informatici necessari all’apertura di una linea di credito bancaria per operazioni ad alto rendimento.

Ma dalla Sicilia non arrivano solo i mafiosi palermitani. Uno dei più importanti pentiti nelle inchieste sulle infiltrazioni di cosa nostra in Toscana, Domenico Casale, apparteneva al clan catanese di Giuseppe Pulvirenti, detto “’u Malpassotu”, divenuto collaboratore di giustizia dopo essere stato uno degli uomini di Benedetto “Nitto” Santapaola.
Da Misterbianco (Catania) arrivarono negli anni Ottanta anche i Nicotra, scappati dalla Sicilia al termine della faida con il clan Pulvirenti – che nel 1989 uccisero il capoclan, Mario “’u Tuppu” Nicotra – e rifugiatisi a Prato. I Nicotra avrebbero messo in cantiere un attentato tramite autobomba nei confronti dell’ex procuratore della Direzione distrettuale antimafia di Firenze Pier Luigi Vigna. Il ritrovamento dell’esplosivo tra Prato e Vinci (provincia di Firenze) portò all’arresto di Antonio Nicotra, figlio dell’ex reggente, nell’ambito dell’operazione denominata “Gregge”, finita con 21 arresti e 10 ordini di custodia cautelare per associazione mafiosa. Sotto la guida di Gaetano Nicotra – che fin dagli anni Novanta coltivava legami con ‘ndranghetisti, camorristi e uomini della Sacra Corona Unita pugliese – il clan torna a Misterbianco nel 2010, riprendendo in mano il locale mercato della cocaina. A settembre 2013 l’operazione “Tuppi” della Dda di Catania ha messo fine a traffici e clan.

Nel marzo 2010, intanto, l’operazione “Golem 2” porta la squadra mobile di Lucca a perquisire l’abitazione e lo studio di Castelnuovo Garfagnana di una professionista quarantenne, residente da alcuni anni nel centro storico lucchese, lontana parente delle famiglie mafiose trapanesi che hanno favorito la latitanza di Matteo Messina Denaro, al quale tra Lucca e Siena verranno sequestrate alcune aziende operanti nella ristorazione e nella distribuzione alimentare, gestite attraverso prestanome.

[6 – Continua]

[5 – L’anima imprenditoriale delle mafie in Toscana: stracci, droga e discoteche (2/2)]
[4 – Mafie in Toscana: vecchi business, rifiuti e clan autoctoni (1/2)]
[3 – 67 beni sottratti alle mafie in Toscana nel 2013. Ma l’Agenzia per i beni sequestrati è ferma da due anni]
[2 – Più di 30 milioni di euro contro la precarietà abitativa. La Toscana chiude l’epoca dell’urbanistica criminale?]
[1 – Toscana, case popolari nei beni confiscati. Contrastare la mafia combattendo l’emergenza abitativa]

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