La camorra in Toscana: se Don Chisciotte si arrende ai mulini a vento

Nella foto: la pizzeria Don Chisciotte di Prato, sequestrata nel 2012 al clan camorristico dei Terracciano. È il simbolo più noto dell'infiltrazione camorristica in Toscana. Credits: 2spaghi.it

Nella foto: la pizzeria Don Chisciotte di Prato, sequestrata nel 2012 al clan camorristico dei Terracciano. È tra i più noti simboli dell’infiltrazione camorristica in Toscana. Credits: 2spaghi.it

Se la tenuta di Suvignano (Siena) rappresenta il più grande bene sequestrato alle mafie nel centro-Italia, nonché l’emblema di come la burocrazia possa rivelarsi alleata delle consorterie criminali, a Prato Don Chisciotte ha smesso di combattere contro i mulini a vento, che in questo caso portano i nomi dei clan della camorra infiltratisi nell’economia cittadina.

La catena di pizzerie, che faceva parte della Donchisciotte Holding srl, viene sequestrata nel 2012 ai fratelli Giacomo e Carlo Terracciano, di 60 e 63 anni, condannati in via definitiva per associazione a delinquere di stampo mafioso e ritenuti i referenti della camorra a Prato. Nel febbraio 2012 l’operazione “Ronzinante” della Guardia di Finanza definisce i contorni del vastissimo impero del clan, nato negli anni ’90 sotto la Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo e capace di creare una associazione camorristica del tutto autonoma, basata su un impero economico fatto di catene di ristoranti, beni di lusso (yacht e auto), decine di immobili, e scuderie di cavalli tra Toscana, Basilicata, Lazio, Sicilia, Friuli, Emilia-Romagna e Umbria. L’operazione – che ha coinvolto anche Paolo Posillico, titolare delle pizzerie accusato di essere prestanome del clan – portò al sequestro di beni per 41 milioni di euro e fu la prima applicazione della legge 575/1965 in territorio toscano.

Tra i beni sequestrati anche la pizzeria di viale Galilei, oggi amministrata dal curatore fallimentare Evaristo Ricci, che dalle pagine del quotidiano Il Tirreno (edizione pratese) a novembre evidenziava come il locale non avesse mai smesso di lavorare, rendendo così più facile un eventuale acquisto da parte dell’imprenditoria “pulita” pratese che però, ad oggi, latita. I vari tentativi di vendita sono andati deserti, tanto che il valore della perizia è sceso dagli iniziali 225.000 euro agli attuali 178.000.

L’ampia operatività nel settore dell’economia pulita serviva al clan per riciclare i proventi di sfruttamento della prostituzione, estorsioni e usura, praticata al tasso del 150%, come emerso da un’altra indagine sul clan del dicembre 2009 che portò a quattro misure di custodia cautelare, tra cui quelle per Michele Di Tommaso e Pasquale Ascione, secondo gli inquirenti al vertice del clan dopo agli arresti del giugno precedente – tra cui quelli dei fratelli Terracciano – seguiti ad una indagine sull’infiltrazione del clan nei locali notturni toscani.

Dall’infiltrazione allo sfruttamento: la camorra in Toscana
Il richiamo più grande per l’opinione pubblica in merito all’infiltrazione della camorra in Toscana arriva però lo scorso gennaio, quando gli uomini del Gico, i Gruppi d’investigazione sulla criminalità organizzata della Guardia di Finanza scoprono – con l’operazione “Atlantide” – che due ditte vicine ai casalesi si sono aggiudicate i lavori in subappalto per la ristrutturazione degli Uffizi. Titolare di fatto delle società, secondo le indagini, è Giovanni Potenza, 62 anni, in passato legato come i Terracciano alla Nco di Cutolo.

Insieme alla ‘ndrangheta, la camorra è considerata la principale consorteria mafiosa operante in Toscana, soprattutto nell’ambito del mercato del falso (dove si starebbero creando sodalizi con la mafia cinese) nello spaccio di stupefacenti insieme ai clan albanesi e calabresi e nello smaltimento di rifiuti tessili e tossici, questi ultimi al centro di una “chiacchierata” intervista che il Procuratore nazionale antimafia Franco Roberti rilasciò nel dicembre 2013 all’Associated Press – successivamente corretta – dove indicava l’esistenza di una discarica abusiva a Prato.

Sia i sodalizi criminali campani che quelli calabresi sono inoltre molto attivi nell’ambito del riciclaggio dei proventi illeciti, in particolar modo attraverso l’acquisto di immobili ed attività commerciali e nell’usura – tra gli 8.000 e i 10.000 commercianti colpiti dal 2010 al 2014 – realizzata anche attraverso la creazione di fittizie agenzie di recupero crediti. Nella sola Firenze il giro d’affari è di un miliardo di euro. Stando al rapporto di Confapi (la confederazioe delle piccole-medie imprese) e della Fondazione Sdl, la Toscana registra anche altissimi livelli di usura bancaria, con il 94,8% dei conti correnti che presentano tassi di interesse superiori ai tassi d’usura, a fronte del 71% di media nazionale.

Per approfondire: Allarme usura in Toscana, Gaetano Liardo, LiberaInformazione.org, 6 marzo 2013;
Le imprese accusano: le banche in Toscana sono come gli usurai, Samuele Bartolini, Il Tirreno, 27 novembre 2014

Nell’ambito del reimpiego di capitali illeciti sono da tempo noti gli interessi toscani del clan Mallardo, a cui nel 2010 vengono sequestrati immobili nelle province di Santa Maria a Monte (Pisa), Marciano della Chiana e Foiano della Chiana (Arezzo). A gennaio 2014 sequestri di vari beni vengono emessi anche nei confronti del clan Contini – alleato storico dei Mallardo ed uno dei clan di camorra economicamente più potenti – che in Toscana e nel Lazio opera attraverso i fratelli Righi, attivi nel settore della ristorazione e illecitamente intervenuti nella promozione del Gallipoli in serie B dopo la stagione 2008-2009. “In Toscana” – evidenziava il pm Giuliano Giambartolomei, titolare dell’inchiesta sugli interessi dei Contini in regione insieme al pm Giulio Monferini – “siamo di fronte non più a infiltrazioni, ma a ramificazioni ben strutturate di componenti di clan camorristici, che la vedono come una terra da sfruttare per reinvestire i proventi di natura illecita”.

Nel febbraio 2013 a fare notizia è invece il ritrovamento del Caffé Bonetti – in piazza Pitti, centro di Firenze – tra i locali nella disponibilità di Carmine D’Ario, “colletto bianco” del clan Contini e appartenente ad un’organizzazione di narcotrafficanti guidata da Vincenzo Timpano, legato alla ‘ndrangheta.

Oltre ai Terracciano, dal rapporto della Direzione nazionale antimafia del 2010 è accertata la presenza dei clan Mazzarella, Gallo, Abbinate e Giugliano, questi ultimi operanti nel Valdarno – dove nel 2009 viene arrestato Paolo Orlanducci, cognato del boss Antonio Giugliano – e federato alla cosca Fabbrocino.
Indagini del 2011 hanno invece portato all’arresto di un bancario vicino al boss casalese Michele Zagaria e ad indagare 31 persone legate ai clan Ligato, Russo e Bardellino.

L’esilio e la nascita dei “casalesi di Toscana”
La presenza dei casalesi in Toscana, stando all’ultima relazione Dna (pubblicata a gennaio 2014 e relativa al periodo 1 luglio 2012-30 giugno 2013), appare nascere quasi per caso. Tutto inizia con l’arrivo in Versilia di Stefano Di Ronza, imprenditore e lontano parente di alcuni camorristi, che in Toscana inizia ad occuparsi di smaltimento dei rifiuti, mettendosi “a disposizione” quando necessario. Dopo qualche anno l’imprenditore viene raggiunto da Maurizio Di Puorto, identificato come uomo vicinissimo al boss Antonio Iovine e da questi allontanato, stando al racconto di vari collaboratori di giustizia, per uno sgarro fatto ad un altro esponente del clan. La scelta di esiliarlo in Versilia sarebbe stata fatta proprio per la presenza di Di Ronza. È a questo punto che, attraverso i primi taglieggiamenti agli imprenditori campani trasferitisi in Toscana, inizia a prendere forma questo nuovo gruppo criminale che, comunque, continuava a ricevere ordini dal “quartier generale” di Gricignano d’Aversa (Caserta).

Il sindacalista di via Di Vittorio
Ai casalesi, soprattutto ai clan Russo e Nuvoletta, fanno inoltre riferimento i D’Innocenzo, capaci come i Terracciano di creare in Toscana un gruppo camorristico autonomo, dedito al recupero crediti e all’acquisizione di società in crisi economica da rilevare – anche con l’aiuto del ragioniere Francesco Brocco – e gestire attraverso prestanome.
Nel 2011 Diocrate D’Innocenzo, figlio dell’imprenditore Benedetto, considerato al vertice del gruppo criminale, ha organizzato per due volte un attentato – una gambizzazione, secondo la stampa dell’epoca – nei confronti di Giovanni Piras, sindacalista Cgil “reo” di aver convinto oltre 40 rammendine dell’ex Gruppo Flowers (con sede in via Di Vittorio a Montemurlo, quando si dice i ricorsi storici) di proprietà di D’Innocenzo junior a rivolgersi all’Ispettorato del lavoro per farsi pagare gli stipendi arretrati. Fortunatamente per Piras, entrambe le volte Alfonso Di Penta, l’“uomo di fatica” del clan, va a vuoto. Da qui la decisione di lasciar perdere.

[8 – Continua]

[7 – ‘Ndrangheta in Toscana: bunker, grandi appalti e lo strano caso dei soldi tra Calabria e Mugello]
[6 – Alleati ma nemici, cosa nostra tra Sicilia e Toscana]
[5 – L’anima imprenditoriale delle mafie in Toscana: stracci, droga e discoteche (2/2)]
[4 – Mafie in Toscana: vecchi business, rifiuti e clan autoctoni (1/2)]
[3 – 67 beni sottratti alle mafie in Toscana nel 2013. Ma l’Agenzia per i beni sequestrati è ferma da due anni]
[2 – Più di 30 milioni di euro contro la precarietà abitativa. La Toscana chiude l’epoca dell’urbanistica criminale?]
[1 – Toscana, case popolari nei beni confiscati. Contrastare la mafia combattendo l’emergenza abitativa]

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