Rifiuti tossici in Toscana, tra mafie e cultura della mafiosità

Credits: italiadallestero.info

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Sono oltre 130 le inchiesta sul traffico di rifiuti tossici che hanno coinvolto la Toscana negli ultimi 15 anni, soprattutto lungo la rotta tosco-campana. Sono proprio i casalesi, peraltro, ad aver trasformato la regione in un vero e proprio “trampolino” verso Romania e Cina. Parlare di “Terra dei fuochi toscana” è forse eccessivo, ma che la Toscana abbia un grave problema di criminalità ambientale, in molti casi non legata alle consorterie mafiose ma ad una cultura mafiosa – come dimostra l’elenco presentato nel rapporto specifico della Fondazione Caponnetto – è un dato di fatto accertato da anni.

Per approfondire: Sintesi report sui rifiuti in Toscana, Renato Scalia e Salvatore Calleri, Fondazione Caponnetto, 2014

Già nel 2005, infatti, Legambiente inseriva la Toscana dietro Campania e Puglia per numero di reati compiuti nel traffico illecito dei rifiuti43 miliardi di euro il volume d’affari globale negli ultimi dieci anni – gestito dai casalesi, con inchieste che nel corso degli anni hanno riguardato la Lucchesia, Grosseto (dove nel 2011 una discarica abusiva è stata individuata sui terreni gestiti dal Consorzio di Bonifica), Orbetello o l’acciaieria di Piombino, che depositava rifiuti speciali non pericolosi in una discarica a cielo aperto.

Anche in questo caso è Firenze la provincia toscana dove, dal 2011 al 2013, si sono registrati più reati legati al ciclo dei rifiuti (163 su 582 secondo i dati di Legambiente), seguita dai 97 reati commessi a Livorno – che con il porto rappresenta uno degli snodi più importanti nella storia criminale italiana – e Siena (84).


I primi interessi ecomafiosi si registrano già negli anni ’80, quando la Toscana diventa il centro degli interessi del “ministero dei Rifiuti” del clan dei casalesi, arrivati in Versilia tra il 1989 e il 1990 attraverso l’imprenditore Francesco Di Puorto, seguito dai camion diretti a Massa Carrara e Santa Croce sull’Arno (Pisa) di Carmine Schiavone, Gaetano Vassallo, Cipriano Chianese o di quel Gaetano Cerci che Schiavone nelle dichiarazioni rilasciate alla Commissione bicamerale sui rifiuti (pdf) nel 1997 definiva in rapporti con “un signore che si chiama Licio Gelli”.
Ecologia ’89, la società con sede in Toscana usata dai casalesi per muoversi nel business dei rifiuti, entrerà nell’elenco delle società toscane che sono materialmente responsabili della Terra dei fuochi campana, elencate nel rapporto del geologo Giovanni Balestri del 2010 (pdf), secretato per alcuni anni in quanto al centro della delicata indagine sull’interramento dei rifiuti tossici e sulla gestione della discarica Resit da parte dell’avvocato Chianese.

Per approfondire: Rifiuti, lo spettro della camorra sulla toscana. Tra vecchi traffici e nuove paure, Alessandro Bartolini, Il Fatto Quotidiano, 29 gennaio 2014

Il traffico di rifiuti tra Toscana e Campania viene scoperto durante l’operazione “Artemide” (2000) attraverso le indagini su Giacomo Diana, imprenditore campano proprietario della discoteca “Area” di Montecatini Alto, gestita per nome e conto del clan La Torre di Mondragone (Caserta, gruppo “satellite” dei casalesi), che proprio nella provincia pistoiese hanno realizzato una serie di incontri riservati per definire come smaltire i rifiuti e riciclarne i proventi.
Rifiuti toscani – per la precisione bidoni pieni di scarti di lavorazione delle concerie – vennero rinvenuti all’epoca nella discarica abusiva di Bortolotto, a Castelvolturno, gestita da Diana.

Da quel momento, le indagini del Corpo forestale dello Stato e del Noe dei Carabinieri individuano un numero sempre maggiore di discariche abusive, utilizzate da imprenditori non affiliati alle mafie ma ben disposti verso la mafiosità, “spia” di un’infiltrazione culturale ben più grave – e difficile da individuare – di quella territoriale.
È con questo atteggiamento che si spiegano, ad esempio, i rifiuti individuati nel “triangolo delle cave” aretino o le 13.000 tonnellate di pietrisco mescolato a rifiuti contenenti nichel, cromo, solfati e altri veleni che avrebbero dovuto comporre il manto stradale dell’autostrada Siena-Bettolle, così come la presenza di nichel in percentuali cinque volte superiori ai limiti di legge nella falda acquifera di Fondovalle a Chiusi, in Provincia di Siena, che appare riconducibile allo sversamento di “farine animali idrolizzate” contenenti metalli pesanti o le innumerevoli discariche abusive sparse sul territorio regionale ed elencate nel rapporto della Fondazione Caponnetto dedicato al traffico di rifiuti.

Più volte, inoltre, approfondimenti investigativi hanno riguardato i lavori per la Tav, come l’operazione del Ros che nel gennaio 2013 ha individuato uno smaltimento illegale di fanghi da parte di una ditta che sarebbe vicina ai casalesi.

Per approfondire: Tav, arrestata la Lorenzetti. Il progetto va fermato e il Pd ha un problema, l’Altracittà, giornale di periferia. 16 ottobre 2013

Quinta regione per inchieste sulla corruzione ambientale (dopo Lombardia, Campania, Calabria e Sicilia), in Toscana l’inchiesta più importante attualmente in corso è il procedimento contro la cosiddetta mafia degli stracci, che vede al centro la società Eurotess di Franco Fioravanti, accusata di essere snodo centrale di un traffico illecito di rifiuti tessili tra Prato ed Ercolano (Napoli) grazie alla collaborazione del clan camorristico Birra-Iacomino. Gli abiti usati, spesso prelevati dalle raccolte di solidarietà fatte da ignari cittadini, venivano ricommercializzati al dettaglio senza alcun tipo di trattamento, con un risparmio di 25 centesimi a chilo.
Il processo di primo grado, conclusosi nel febbraio 2012, vede Fioravanti condannato per traffico di rifiuti con l’aggravante mafiosa a due anni e sei mesi (rito abbreviato), pene da un anno a un anno e sei mesi per altri sei imputati più undici rinvii a giudizio e un’assoluzione.

Nel luglio 2013, infine, viene scoperto un traffico internazionale con lo stesso schema tra Prato, la Cina e la Tunisia, dove venivano inviati rispettivamente rifiuti plastici e tessili. Al centro dell’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Firenze la New Trade dei fratelli Nicola e Franco Cozzolino, una delle due società impegnatesi per la riconversione Golden Lady di Gissi (Chieti). Arrestati, nell’ambito delle indagini, anche Vincenzo e Ciro Ascione, titolari della Eurotrading International, legati all’indagine sulla Eurotess.

Nell’ambito delle consorterie mafiose, però, l’ecomafia in Toscana non parla solo il dialetto campano. Parlavano i dialetti somali le navi dei veleni su cui nel 1994 stavano indagando Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, così come parlerebbe il dialetto della ‘ndrangheta la nave contenente scorie farmaceutiche fatta inabissare nel 2009 davanti Livorno di cui parlava Francesco Fonti, appartenente alla ‘ndrina calabrese dei Romeo prima di diventare collaboratore di giustizia e, per un periodo, vero e proprio Caronte della magistratura nel sistema del traffico di rifiuti tossici passati dall’Italia. Rifiuti che secondo pescatori e ambientalisti fin dagli anni ’80 verrebbero seppelliti in un’immensa discarica in mare tra Gorgona, Capraia ed Elba.

I rifiuti “persi” due volte
A Gorgona, la più piccola delle isole dell’arcipelago toscano, nel dicembre 2011 vengono “persi“ 198 fusti contenenti 40 quintali di catalizzatori esausti a base di nichel e molibdeno, provenienti dal petrolchimico di Siracusa. Rifiuti tossici, in poche parole. A “smarrirli” per prima è la nave Cargo Venezia dell’armatore Grimaldi Lines, partita da Catania in direzione Genova – i fusti erano diretti in Lussemburgo – nonostante i bollettini meteo annunciassero forti venti e mareggiate. “I fusti”, commenta l’armatore “si sono persi in una manovra decisa dal comandante per salvare vite, oltre che la nave”. Ma che i fusti siano caduti in mare a bordo se ne accorgono solo quando la nave arriva a destinazione. A dicembre 2013, quando la Procura di Livorno chiede il processo per tre persone accusandole di “disastro ambientale”, di fusti ne sono stati recuperati 148. Degli altri 50 ad oggi ancora nessuna traccia, tanto che lo stesso ministero dell’Ambiente – costituitosi parte civile nel processo – li ha definiti ufficialmente “introvabili”. Per lo smarrimento dei fusti tossici vengono rinviati a giudizio Pietro Colotto, comandante della nave; Salvatore Morello, responsabile del magazzino della società produttrice Isab e Mario Saccà, rappresentante della ditta incaricata di portare a bordo della nave cargo i fusti. I tre, secondo il pubblico ministero Luca Masini

avrebbero causato un disastro nocivo per gli organismi acquatici e a lungo termine per l’ambiente marino, nella violazione delle procedure di sicurezza e di trasporto dei materiali

In un’isola in cui gli abitanti si contano a mala pena sulle dita delle mani la notizia arriva subito, ma chi ha provato a renderla nota “all’esterno” come Antonio Brindisi, giornalista professionista promotore del Comitato Abitanti Isola di Gorgona, si è visto sequestrare il sito per diffamazione, senza sapere né chi lo abbia querelato né il motivo di tale denuncia. Ad oggi il sito rimane sotto sequestro.

Per approfondire: 40 tonnellate di rifiuti tossici affondati nel Mar Ligure: il governo Renzi che fa? Gianni Lannes, 24 marzo 2014

Dalle navi dei veleni alle carrette del ferro
Innumerevoli, inoltre, i sequestri delle cosiddette “carrette del ferro”, versione su strada delle più note navi dei veleni. Queste carrette – come ha dimostrato l’operazione “Vesper” portata avanti nel 2013 dal Corpo forestale e dai carabinieri di Arezzo – vengono caricate di scarti metallici, senza che questi vengano prima bonificati dalla presenza di oli esausti, refrigeranti o pneumatici fuori uso, per essere inviate dai porti italiani verso Cina, Corea del Sud e India, dove i rifiuti vengono trasformati in materie prime per i tanti prodotti altamente tossici reimportati nei paesi occidentali, come gli inquirenti hanno scoperto grazie all’operazione “Gold Plastic” del 2011, che ha portato ad individuare anche la stretta collaborazione tra sodalizi mafiosi italiani e stranieri, soprattutto cinesi.

A Valle Secolo nessuno ci rompe le scatole
Agli inizi di dicembre, la Direzione distrettuale antimafia di Genova dà avvio ad un’indagine sulla famiglia Poggi di Carrara, accusata di aver creato un sodalizio criminale che raccoglieva e distribuiva tra La Spezia e Pisa scarti della lavorazione del marmo senza che questi venissero prima trattati nell’impianto di recupero della Sirmi srl (società dei Poggi). I rifiuti – in totale circa 70.000 tonnellate – venivano invece interrati illegalmente nella cava di Valle Secolo (Pisa) e nell’agriturismo Terra di Mare di Pietralba, La Spezia. Tutto questo veniva poi nascosto attraverso documenti falsi che accertavano il regolare recupero dei rifiuti presso gli impianti Sirmi.

Dopo un anno di indagine – con gli indagati che definivano le strategie per gli interramenti tranquillamente a telefono – il 9 dicembre scorso vengono arrestati Giancarlo Poggi, 62 anni, che gli uomini della Dda ligure definiscono a capo dell’intera organizzazione; suo fratello Giuseppe (52) ed il figlio Riccardo (36), tutti accusati di traffico organizzato di rifiuti e Giacinto Paladino, 59enne titolare di una discarica di Arcola, nello spezzino. I quattro sono stati immediatamente posti in regime di arresto domiciliare, mentre è stato comminato l’obbligo di dimora ai quattro autisti della Poggi srl che hanno materialmente realizzato i trasporti. Altre sette persone, come Angelo Petrazzoli, titolare dell’agriturismo, sono ancora indagate.

Quel “mondo di mezzo” in Toscana, Massimo Braglia, Il Tirreno, 10 dicembre 2014

Corruzione ambientale, un reato in forte crescita
L’Ufficio antifrode della Banca d’Italia (Uif) da alcuni anni evidenzia nei rapporti e nelle audizioni in Commissione antimafia come il settore dei rifiuti – e della relativa corruzione ambientale – stia diventando una delle attività economiche più utilizzate per il riciclaggio di denaro sporco, con la Toscana che al 2012 risultava seconda regione dell’Italia centro-settentrionale per numero di operazioni sospette (4.386, +35% rispetto al 2011) e quinta in Italia dopo Lombardia, Campania, Calabria e Sicilia. Un’area grigia in cui collimano gli interessi criminali “propriamente detti” delle consorterie mafiose, quelli economici di una certa imprenditoria figlia di Edoardo Nottola – il personaggio interpretato da Rod Steiger ne “Le mani sulla città” di Francesco Rosi – e una classe politica che in cambio di denaro e voti ha reso flessibili a particolari esigenze concessioni edilizie, piani regolatori e varianti urbanistiche. Oppure impone, senza apparente motivo criminale, discariche di amianto aggirando la volontà dei cittadini e delle istituzioni come avvenuto a Paterno, in provincia di Firenze.

[9 – Continua]

[8 – La camorra in Toscana: se Don Chisciotte si arrende ai mulini a vento]
[7 – ‘Ndrangheta in Toscana: bunker, grandi appalti e lo strano caso dei soldi tra Calabria e Mugello]
[6 – Alleati ma nemici, cosa nostra tra Sicilia e Toscana]
[5 – L’anima imprenditoriale delle mafie in Toscana: stracci, droga e discoteche (2/2)]
[4 – Mafie in Toscana: vecchi business, rifiuti e clan autoctoni (1/2)]
[3 – 67 beni sottratti alle mafie in Toscana nel 2013. Ma l’Agenzia per i beni sequestrati è ferma da due anni]
[2 – Più di 30 milioni di euro contro la precarietà abitativa. La Toscana chiude l’epoca dell’urbanistica criminale?]
[1 – Toscana, case popolari nei beni confiscati. Contrastare la mafia combattendo l’emergenza abitativa]

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