Mafie straniere in Toscana: Tirana-Mosca, l’inabissamento nella lavanderia Toscana

Mafie straniere in Toscana: Tirana-Mosca, l’inabissamento nella lavanderia Toscana
Campania, Calabria, Sicilia, ma anche Albania, Russia e Cina. Sono questi i territori di provenienza delle mafie che stanno infiltrandosi in Toscana, insieme a gruppi autonomi come i trafficanti nigeriani. Mafie che hanno imparato a parlare gli stessi dialetti e che, autoctone o importate, hanno in comune la difficoltà ad essere riconosciute, per quel vecchio adagio secondo il quale parlare di mafie crea danno all’economia.

La prima mafia albanese in Italia: violenza e traffici sulle due sponde dell’Adriatico
La mafia albanese sbarca – letteralmente – tra i profughi in fuga dall’Albania dei primi anni Novanta, un paese che aveva chiuso da poco con il comunismo e si ritrovava in una fortissima crisi economica. Da Brindisi, i clan albanesi si spostano soprattutto in Toscana e nel Lazio, mentre la Relazione 2013 della Direzione Nazionale Antimafia (pdf) evidenzia come marginali siano le indagini su questa mafia nelle aree controllate dalle mafie tradizionali, con eccezione della Puglia e di Catania.

Articolata su base territoriale o familistica – dove i legami di sangue rappresentano un ottimo deterrente contro eventuali pentiti – la prima mafia albanese che arriva in Toscana si dedica soprattutto a reati predatori, con una predilezione verso le rapine in ville isolate e un alto tasso di violenza. Negli ultimi anni i boss venuti dall’altra parte dell’Adriatico sono riusciti ad impaurire persino esponenti delle ‘ndrine calabresi, costretti a scendere a patti con una mafia che – scriveva nel 2010 la Fondazione Caponnetto (pdf) – “preoccupa molto per la sua capacità di tessere ottime reti internazionali per il traffico di droga e armi”. Traffici che, insieme a quello dei migranti che non rientrano nel decreto flussi del 1991, sono alla base del primo accordo che i clan albanesi stipulano in Italia con la Sacra Corona Unita pugliese, che così entra nel commercio illegale della droga leggera.
Il denaro derivante da tali commerci, così come dallo sfruttamento della prostituzione, viene riciclato direttamente in Albania sotto forma di speculazione immobiliare, o usato per fare pressione sui politici.

È seguendo tali accordi che tre anni fa la Direzione Investigativa Antimafia di Bari scopre un’alleanza per la gestione del mercato della droga di Firenze tra clan albanesi – che hanno soppiantato i gruppi nordafricani – ‘ndrangheta e camorra. Le indagini portano al sequestro di beni di lusso, immobili e quote societarie riconducibili ai clan di Valona (guidati da Mehmeti Ermal e Cobo Krenar) ed agli Hasani di Durazzo. Tra gli indagati dall’antimafia barese anche Domenico Ardizzone, già appartenente al clan Anemolo di Bari e il trafficante toscano Alessio Santini.

Per approfondire: Mafia albanese, un’epopea criminale, Federico Giamperoli, Narcomafie, 19 ottobre 2011

L’operazione “Alleanza” (2005) ha evidenziato l’esistenza di un sodalizio tra clan albanesi e cinesi – a loro volta divisi tra un gruppo di base a Prato ed uno operante in Francia – a cui la Dia di Firenze ed il comando provinciale dei Carabinieri di Prato hanno contestato i reati di associazione a delinquere, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, sequestro di persona, estorsione, rapina detenzione di armi e falso documentale. Le indagini permisero di individuare un traffico di migranti cinesi che arrivavano in Italia (soprattutto a Prato e Bologna) passando attraverso la Grecia e l’Albania, dove venivano segregati dai clan locali prima dell’ultima parte del viaggio. Ad alcuni dei migranti venivano forniti passaporti falsi, ai quali in Cina venivano sostituite le foto.

Le aquile in giacca e cravatta
Nel 2011 è stato aperto – e immediatamente concluso per una sostanziale prescrizione – un processo per traffico di droga contro 83 persone per reati risalenti al periodo 1997-2000.
All’epoca, si legge nel Rapporto sulla criminalità straniera in Toscana realizzato dalla Regione nel 2010 (pdf), l’Autorità Giudiziaria di Bari individuò un traffico di cocaina ed eroina, che venivano stoccate in Albania e, attraverso la Puglia, inviate a Prato, dove gli appartenenti alla famiglia Disha rifornivano le locali piazze di spaccio. Parte dei proventi venivano lasciati in gestione alle famiglie in Albania, in modo da attirare nuove leve.

Intanto la mafia albanese in Italia cambia volto. Dal 2004 i clan abbandonano i reati e le modalità che fanno presa sull’opinione pubblica (come gli sbarchi o la violenza nelle rapine) a favore di una sorta di “inabissamento” che porta ad un riequilibrio dei rapporti interni. A prendere il sopravvento sono i gruppi più “manageriali”, che danno all’intera organizzazione una struttura più verticistica ed una visione di lungo termine.

La prima struttura di questa nuova mafia albanese in Toscana viene individuata nel 2006, quando il gip di Firenze individua un’organizzazione dedita al traffico di cocaina, eroina e hashish tra Olanda e Toscana, soprattutto nelle zone di Empoli e San Miniato (Pisa). Al vertice del clan – nato tra Firenze e Pisa agli inizi del 2004 – c’era Skender Barushi, arrivato come operaio negli anni ’90 e in grado di creare una struttura operante in Albania, Italia e Olanda e in affari con i trafficanti colombiani. La caratura del personaggio la dà quanto avvenuto nei primissimi giorni del 2005, quando Barushi viene ferito da un connazionale a Punta Marina di Ravenna. Prima di recarsi in ospedale, l’uomo chiama il fratello per una rappresaglia, che viene evitata solo per l’intervento della Squadra Mobile di Ravenna.

L’indagine dimostra come la mafia albanese abbia aperto i confini delle alleanze e dei traffici. Operazioni come “Edone” (2008) o “Fiore Nero” (2009) mostrano come i gruppi albanesi siano spesso alleati con sodalizi africani, rumeni e slavi nella gestione degli stupefacenti – soprattutto cannabis ed eroina, prodotti in Albania – e nello sfruttamento della prostituzione di ragazze dell’Europa dell’Est. Traffici in cui le organizzazioni criminali albanesi ricoprono un ruolo tanto importante da riuscire a tener testa persino al potere della ‘ndragheta, considerata la più potente mafia occidentale.

Organizatsya: il potere dei soldi
Nel 2008, intanto, viene scoperto un traffico internazionale di auto rubate tra Russia e Toscana gestito da un’organizzazione che si riuniva a Montecatini, di fatto la “capitale” della mafia russa in Toscana. I primi sequestri di beni arrivano due anni dopo, quando la Guardia di Finanza sequestra due immobili tra Montecatini e San Casciano Val di Pesa (Firenze) del valore di 2,4 milioni di euro a due affaristi russi, artefici in patria di una truffa ai danni di circa 4.000 persone. Il denaro veniva poi riciclato anche attraverso società legali, tanto da portare le fiamme gialle a perquisire sedi societarie tra Firenze, Montecatini, Campi Bisenzio, Fucecchio (Fi) e San Casciano (Fi).

L’espansione della mafia russa – conosciuta anche come “Organizatsya” – si muove seguendo il dinamismo economico delle zone di infiltrazione, da qui la scelta di regioni come l’Emilia-Romagna o il Lazio e, in Toscana, di zone come Firenze, la Versilia o l’Isola d’Elba, dove negli anni scorsi sono stati intercettati gli interessi delle mafie italiane.

L’interesse verso tali zone, e soprattutto verso il giro di denaro che da tali aree scaturisce, ha portato i clan russi ad interessarsi soprattutto al riciclaggio di veicoli di grossa cilindrata o al reimpiego dei capitali di provenienza illecita, attraverso speculazioni immobiliari o l’acquisto di immobili e imprese nei mercati di largo consumo (scarpe, vestiti) o nel settore alberghiero e dei night club, dove la mafia russa esercita il proprio potere anche attraverso lo sfruttamento della prostituzione.
Pur continuando a fare affari in economie completamente illegali come la tratta o il contrabbando di tabacchi, la relazione della Direzione Nazionale Antimafia del 2013 evidenzia come dalla fine degli anni ’90 la mafia russa “ha mantenuto un atteggiamento defilato(…)evitando espliciti atteggiamenti criminali” rendendo così ancor più difficile per le autorità italiane definire l’origine dei proventi reinvestiti in attività imprenditoriali e immobiliari nel nostro paese, e dunque indagare gli appartenenti a tale consorteria mafiosa per riciclaggio.

[11 – Continua]

[10 – Paterno, la guerra sui rifiuti tossici tra politica e camorra]
[9 – Rifiuti tossici in Toscana, tra mafie e cultura della mafiosità]
[8 – La camorra in Toscana: se Don Chisciotte si arrende ai mulini a vento]
[7 – ‘Ndrangheta in Toscana: bunker, grandi appalti e lo strano caso dei soldi tra Calabria e Mugello]
[6 – Alleati ma nemici, cosa nostra tra Sicilia e Toscana]
[5 – L’anima imprenditoriale delle mafie in Toscana: stracci, droga e discoteche (2/2)]
[4 – Mafie in Toscana: vecchi business, rifiuti e clan autoctoni (1/2)]
[3 – 67 beni sottratti alle mafie in Toscana nel 2013. Ma l’Agenzia per i beni sequestrati è ferma da due anni]
[2 – Più di 30 milioni di euro contro la precarietà abitativa. La Toscana chiude l’epoca dell’urbanistica criminale?]
[1 – Toscana, case popolari nei beni confiscati. Contrastare la mafia combattendo l’emergenza abitativa]

Un Commento

  1. Pingback: Mafia cinese in Toscana: falso, migranti e babygang | Il Dettaglio - Il blog di Andrea Intonti

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