Mafia cinese in Toscana: falso, migranti e babygang

Mafia cinese in Toscana: falso, migranti e babygang

Tra le mafie straniere presenti in Toscana, quella più strutturata, infiltrata e – dunque – più pericolosa è la mafia cinese, che presenta molti punti di contatto con il modus operandi delle mafie italiane. Firenze, Prato, Empoli e la zona delle concerie tra Pisa e il capoluogo le aree di massima penetrazione. Già nella relazione del secondo semestre 2010 la Direzione Investigativa Antimafia evidenziava come un terzo dei cittadini cinesi segnalati per reati associativi risiedesse nelle province toscane.

Le note peculiarità delle comunità cinesi emigrate – soprattutto la barriera linguistica e le difficoltà di integrazione nei paesi ospitanti – sono servite per amplificare l’efficacia intimidatoria di questa consorteria mafiosa, capace di imporre il pizzo agli imprenditori connazionali e di dirottare, spesso in forma illegale, i profitti delle ditte cinesi nei sistemi finanziari paralleli come il sistema dei money-transfer. Un sistema attraverso il quale sono stati riciclati tra il 2006 e il 2010 qualcosa come quattro miliardi e mezzo di euro, come scoperto dalla Direzione distrettuale antimafia di Firenze attraverso le operazioni “Money2Money” e “Cian Ba”. A gestire il tutto il gruppo criminale italo-cinese Cai-Bolzonaro.

Il sistema del dragone
L’organizzazione più potente nella mafia del Dragone è quella delle Triadi (o Tiandihui, note anche come “società nere”), nate alla metà del diciottesimo secolo come società di mutuo soccorso per commercianti e oggi trasformatesi in “famiglie allargate”, strutturate attraverso vincoli di sangue – come le ‘ndrine calabresi – e per vincolo territoriale, come per i mandamenti di cosa nostra ed allo stesso modo della mafia albanese. A loro è affidato il compito di controllare le attività economiche delle comunità cinesi. In Italia nel 1993 vennero individuate tre Triadi: una a Milano, una a Roma e l’altra a Firenze, con ramificazioni in Versilia, a Prato e ad Empoli e contatti con la comunità criminale cinese di Parigi.

Il fenomeno che più preoccupa gli investigatori italiani sono però le violentissime gang giovanili, “articolazioni di gruppi criminali maggiori“ che rappresentano una vera e propria spaccatura tra vecchia e nuova mafia cinese. Questi gruppi, che la relazione annuale della Direzione Nazionale Antimafia del 2014 indica come una “criticità rilevate nel panorama della criminalità organizzata operante in Prato” vengono scoperti in Toscana nel gennaio 2010, quando un giovane ventunenne di nazionalità cinese viene accoltellato in un internet point di via Rota a Prato, nell’ambito di quello che gli inquirenti reputano un regolamento di conti interno alla guerra delle gang giovanili orientali combattuta in città per la spartizione del mercato dell’eroina con i gruppi criminali nordafricani.

L’operazione “Economia sicura” (Prato, 2009) considerata la più grande operazione contro l’illegalità cinese in Italia, ha inoltre permesso di individuare la cosiddetta “Nuova mafia economica”, sostanzialmente la “borghesia” della mafia cinese, con una notevolissima capacità di riciclaggio del denaro sporco – derivante soprattutto dalla contraffazione – attraverso l’acquisto di esercizi commerciali e immobili. Già un paio di anni fa la Direzione nazionale antimafia lanciava l’allarme sulla capacità di influenza che tale mafia ha sul nostro sistema economico-finanziario.

Una mafia multi-settoriale
La porta d’ingresso è stata, naturalmente, l’economia illegale. A dare l’impulso a tali attività sono la gestione dell’immigrazione clandestina (e dunque lo sfruttamento della prostituzione e della manodopera illegale) e la contraffazione, quest’ultima portata avanti anche grazie ai contatti con la camorra, come hanno dimostrato le operazioni “Felix” e “Safe Job” della Guardia di Finanza napoletana del 2008. Oltre ai “classici” della contraffazione – vestiario e accessori di marca – è ormai noto come tale sodalizio sia in grado di falsificare anche ricambi per auto e medicinali (come emerso dall’operazione “Rispetto delle Regole”, conclusa dalla Guardia di Finanza di Prato a fine 2012) che arrivano per lo più nel porto di Napoli grazie agli accordi con i clan campani.

Negli anni si sono inoltre aggiunti il controllo del gioco d’azzardo e delle bische clandestine, il traffico di droga – soprattutto eroina e droghe sintetiche come metanfetamine e chetamina – con le prime indagini che si registrano già nel 1983, quando Giovanni Falcone indagava sui rapporti tra i clan cinesi e la cosa nostra di Rosario Riccobono e Gaspare Mutolo – e reati come l’usura, l’estorsione e i sequestri di persona, collegati all’immigrazione clandestina. Sarebbero inoltre le triadi a gestire le cliniche clandestine, stando a quanto scriveva la Fondazione Caponnetto nella relazione del 2011.

Mutuo soccorso…criminale
Nel 2008, inoltre, la Direzione Nazionale Antimafia evidenziava come le consorterie mafiose cinesi penetrino ed utilizzino per i loro traffici anche le associazioni culturali che nascono come forma di aiuto all’interno delle comunità migrate all’estero. Queste associazioni, che non hanno niente di illegale, avendo come scopo anche la rappresentanza degli interessi della comunità cinese rappresentano dei formidabili centri di potere che, naturalmente, le mafie hanno tutto l’interesse a controllare.

L’operazione “Ramo d’Oriente della Dia ruota intorno all’”Associazione dell’amicizia dei cinesi”, guidata a Firenze dal 62enne Chen I Tao, di professione ristoratore. Secondo le indagini – che portarono nel capoluogo al sequestro di beni per un valore di oltre 600.000 euro – l’uomo avrebbe creato all’interno dell’associazione un’organizzazione dedita al racket nei confronti di imprenditori connazionali ed allo sfruttamento dell’immigrazione clandestina, le cui mire stavano spostandosi verso il controllo dell’economia cinese di Prato.
Tra i capi dell’organizzazione anche Zhu Lianji, cugino di quel Hsiang Ke Zhi che l’operazione “Gladioli rossi” del 1998 (nome ripreso dal modo in cui i clan cinesi dichiarano la condanna a morte) definì come vero e proprio capomandamento a Firenze, in collegamento con le Triadi di stanza a Parigi, da cui molti dei clan cinesi operanti in Italia dipenderebbero. Questa vicenda porta per la prima volta ad applicare la normativa di prevenzione antimafia nei confronti di cittadini cinesi.

Gli inquirenti accertarono anche come a gestire il traffico dei “wu min” (clandestini) sfruttandoli illegalmente nelle attività di ristorazione fossero le famiglie criminali dei Hsiang, degli Zheng e dei Chen. Da questa indagine prende inoltre avvio anche l’operazione “Alleanza” del 2005, che ha accertato la creazione di un sodalizio sino-albanese che a Firenze era dedito allo sfruttamento dell’immigrazione clandestina.

Un mese prima di quell’operazione, lungo la strada che da Palermo porta all’aeroporto di Punta Raisi vengono fermati Ruan YuMu e Zhou Jie Shang, entrambi 23enni ed entrambi boss della mafia cinese. YuMu, addirittura, ne era l’ambasciatore in Sicilia, mentre Shang era ricercato dalla Procura di Prato da quattro anni per sequestro di persona, lesioni, estorsioni e rapina. Sarebbe stata l’organizzazione da loro guidata, nel 2004, a commettere il primo omicidio della mafia cinese in Italia ai danni di Ren Jinxing, commerciante 44enne “reo” di essersi opposto ad un tentativo di rapina.

Progetto “Lavoro sicuro”: basta davvero regolarizzare?
Primo dicembre 2013: nei capannoni della confezione “Teresa Moda” di via Toscana a Prato, un incendio dovuto al malfunzionamento dell’impianto elettrico uccide sette operai cinesi che dormivano nel dormitorio abusivo allestito nell’immobile, intossicati dal monossido di carbonio e dal cianuro sprigionati dalla combustione di stoffe di nylon. Nei giorni successivi l’Italia scopre – per l’ennesima volta – il cosiddetto “distretto parallelo”, nonostante persino l’Asm avesse effettuato sopralluoghi nell’immobile per calcolare la tassa sui rifiuti, considerando anche i metri del soppalco. Un elemento che rende ancor meno sconosciuta una situazione a cui di ignoto – per inquirenti, giornalisti e cittadinanza – non è rimasto assolutamente niente.
A processo vanno Massimo e Giacomo Pellegrini (proprietari dell’immobile attraverso l’immobiliare Mgf) accusati di omicidio colposo plurimo e Lin Youlan, Lin Youli e Hu Xiaoping, gestori di fatto della ditta, accusati di omicidio colposo plurimo aggravato, incendio doloso aggravato, omissione dolosa di cautele antinfortunistiche e sfruttamento della manodopera. Pur riconoscendo le attenuanti generiche dovute al risarcimento già pagato ai familiari delle vittime, il pm Lorenzo Gestri ha chiesto 10 anni per Lin Youlan e 8 anni ciascuno per la sorella minore Lin Youli e suo marito Hu Xiaoping.

Per approfondire: Rogo via Toscana, il pm chiede 26 anni di reclusione per i tre imputati: “Tutti gestivano la Teresa Moda”, Nadia Tarantino, Notiziediprato.it, 24 novembre 2014

Sei mesi dopo la Regione lancia il progetto “Lavoro Sicuro”, un programma straordinario di controlli nei capannoni del distretto dell’abbigliamento low-cost tra Prato e l’area Firenze-Empoli-Pistoia, che significa 7.700 aziende (4.000 solo a Prato) che danno origine ad un giro d’affari 2 miliardi di euro l’anno, di cui la metà in nero – con la destinazione di 15 milioni di euro utilizzati per migliorare le condizioni di lavoro dei cittadini cinesi sfruttati e l’assunzione di 74 tecnici per la prevenzione e la sicurezza sui luoghi di lavoro, inseriti negli organici delle Asl di Prato (50), Firenze, Empoli e Pistoia (24).

Da settembre alla fine dello scorso novembre, sono state controllate 859 aziende, di cui 396 con gravi criticità (62 di queste sono state chiuse o sequestrate) e 242 in regola. È da questo dato, da quel 33% di aziende che operano in regime di legalità che bisogna ripartire, cercando magari anche di arginare il primato della comunità cinese in merito all’abbandono scolastico. O, per meglio dire, sono queste le società e il tentativo di legalità che queste rappresentano da cui bisogna partire per eliminare quel combinato disposto tra illegalità cinese e toscana, basata naturalmente sull’imprenditoria criminale nell’intera filiera del pronto moda ma resa possibile da professionisti compiacenti (commercialisti, consulenti del lavoro, contabili, etc.) che, ad esempio, suggeriscono o falsificano direttamente le buste paga per gli operai di quello che il procuratore capo facente funzioni Antonio Sangermano ha nei mesi scorsi definito “sistema Prato”. È questo sistema, ad esempio, che nel mese di ottobre ha permesso di scoprire 80.000 false buste paga preparate da alcuni studi professionali pratesi.

Perché nessuno indaga sulla mafia cinese?
Nonostante l’evidente penetrazione nell’economia regionale – e nazionale – contro i gruppi criminali organizzati cinesi non vi è traccia di indagini dell’antimafia negli ultimi due anni. Stando alla relazione annuale della Direzione nazionale antimafia sulle dinamiche e le strategia della criminalità organizzata di tipo mafioso, che comprende il periodo luglio 2012-giugno 2013, la procura distrettuale di Firenze non ha iscritto nessun procedimento contro la mafia cinese, nonostante il forte impegno profuso, ad esempio con l’allargamento delle competenze ai reati di immigrazione clandestina e al traffico di rifiuti, realizzata tra il 2009 e il 2010.

[12 – Fine]

[11 – Mafie straniere in Toscana: Tirana-Mosca, l’inabissamento nella lavanderia Toscana]
[10 – Paterno, la guerra sui rifiuti tossici tra politica e camorra]
[9 – Rifiuti tossici in Toscana, tra mafie e cultura della mafiosità]
[8 – La camorra in Toscana: se Don Chisciotte si arrende ai mulini a vento]
[7 – ‘Ndrangheta in Toscana: bunker, grandi appalti e lo strano caso dei soldi tra Calabria e Mugello]
[6 – Alleati ma nemici, cosa nostra tra Sicilia e Toscana]
[5 – L’anima imprenditoriale delle mafie in Toscana: stracci, droga e discoteche (2/2)]
[4 – Mafie in Toscana: vecchi business, rifiuti e clan autoctoni (1/2)]
[3 – 67 beni sottratti alle mafie in Toscana nel 2013. Ma l’Agenzia per i beni sequestrati è ferma da due anni]
[2 – Più di 30 milioni di euro contro la precarietà abitativa. La Toscana chiude l’epoca dell’urbanistica criminale?]
[1 – Toscana, case popolari nei beni confiscati. Contrastare la mafia combattendo l’emergenza abitativa]

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