La clausola ISDS porta l’Italia sul banco degli imputati

Questo articolo è stato pubblicato su Mangiatori di Cervello il 15 settembre 2015
La clausola ISDS porta l’Italia sul banco degli imputati
Anche l’Italia scopre il lato cattivo della clausola ISDS (Investor-State Dispute Settlement), il meccanismo di risoluzione delle controversie tra investitori e Stati utilizzate nei Trattati bilaterali d’investimento. Dallo scorso anno, infatti, il governo italiano – tramite il ministero degli Affari Esteri o l’Avvocatura di Stato – si ritrova per la prima volta quale “paese citato” dinanzi una corte arbitrale internazionale.
Fino al 2014, invece, erano state le società italiane ad utilizzare – come “querelanti” – la clausola, portando dinanzi a queste corti, poco democratiche e spesso in palese conflitto d’interessi (come si legge nel rapporto “Profiting from injustice. How law firms, arbitrators and financiers are fuelling an investment arbitration boom”, qui in pdf, pubblicato nel 2012 dal Corporate European Observatory e dal Transnational Institute), Paesi come l’Albania, l’Argentina, la Romania o il Sud Africa.

I tre casi che attualmente coinvolgono – come controparte citata – l’Italia riguardano il settore energetico, nello specifico quello delle energie rinnovabili. Il primo caso, basato sul taglio degli incentivi al fotovoltaico contenuto nel Decreto Romani (2011) vede citato il ministero degli Affari Esteri dalla società belga Blusun S.A. in un contenzioso legato all’impianto fotovoltaico di Brindisi, controllato dalla Eskosol Spa, partnership tra la società belga e Unicredit.

Le altre due citazioni sono arrivate invece nel pieno di questa estate. A luglio il governo è stato citato dinanzi alla Camera di Commercio di Stoccolma (Svezia) dalla società danese Greentech Energy System e dal fondo lussemburghese Novenergia, in un processo che vede al centro la riduzione dei sussidi alle energie rinnovabili il cui taglio porterebbe a risparmiare tra i 12 ed i 15 miliardi di euro secondo quanto evidenziato da Lavoce.info nel 2013.
L’11 agosto, invece, l’Avvocatura di Stato è stata citata presso il tribunale Icsid che si trova nella sede della Banca Mondiale a Washington dalla Silver Ridge Power – ex AES Solar – multinazionale statunitense specializzata in impianti ad energia solare. Questi ultimi due casi si basano sul c.d. “decreto Spalma Incentivi” che prevede un taglio retroattivo delle risorse per gli impianti di energia solare. Provvedimento sottoposto al vaglio della Corte Costituzionale, chiamata ad esprimersi sulla (eventuale) violazione della legge n.415 del 10 novembre 1997 – con cui l’Italia ha ratificato il Trattato sulla Carta Europea dell’Energia – e del primo comma dell’art.117 della Costituzione (potestà legislativa) in quanto con il decreto l’Italia violerebbe l’obbligo assunto come Paese firmatario del Trattato.

Proprio quest’ultimo caso dimostra una delle storture negli equilibri di potere in queste corti: la multinazionale, infatti, ha definito più vantaggioso muoversi attraverso la controllata olandese Silver Ridge Power BV così da poter sfruttare la clausola Isds presente nel trattato bilaterale tra Olanda e Italia grazie al c.d. treaty shopping, una tecnica usata dalle società – soprattutto di grandi dimensioni – per alleggerire il carico fiscale.

I tre casi trovano appiglio legale nella scelta del governo Renzi di recedere dall’Energy Charter Treaty (Carta dell’Energia) ad inizio 2015, sulla falsariga di quanto fatto dalla Russia nel 2009, ritiratasi dopo la citazione da parte degli ex azionisti di maggioranza della Yukos Oil Company, a cui è stato finora pagato il risarcimento più alto nella storia dell’Isds (50 miliardi di euro). La Carta, o per meglio dire il Trattato sulla Carta Europea dell’Energia – che l’Italia ha ratificato con la legge n.415 del 10 novembre 1997 – è stato realizzato nel 1994 per promuovere la cooperazione energetica tra i Paesi dell’Europa occidentale e quelli dell’ex blocco sovietico. Dal momento in cui l’uscita dai Paesi firmatari diventerà esecutiva – a fine anno – l’italia risparmierà l’”ingentissima” somma di 400.000 euro l’anno, così come prevede la Legge di stabilità 2015. Una voce della “spending review” che potrebbe però costarci molto di più se si considera che le citazioni in arbitrato rimarranno valide anche dopo l’1 gennaio 2016.

Fino ad ora l’Italia è stata tra i più convinti sostenitori della clausola Isds (sesto paese dopo Usa, Olanda, Regno Unito, Germania, Canada e Francia secondo i dati Unctad, l’agenzia Onu su commercio e sviluppo) giustificata con la necessità di garantire tribunali “imparziali” che garantissero le società italiane laddove lo stato di diritto è una mera ipotesi. Ma i tribunali Icsid sono tutt’altro che imparziali, come è ben dimostrato nel rapporto del CEO, il quale evidenzia come i processi a porte chiuse e senza possibilità d’appello siano solo la punta dell’iceberg di un sistema giudiziario divenuto vera e propria industria e che basa le proprie decisioni sul solo danno economico (reale o potenziale), a discapito di diritti ben più importanti come quelli ambientali, sanitari o dei lavoratori.

Un sistema che ha portato l’opinione pubblica globale – aggregatisi intorno alla Campagna Stop Ttip – a bloccare per mesi le consultazioni per l’adozione dei trattati di libero scambio tra Europa e Stati Uniti (il Ttip) e tra Bruxelles e il Canada (CETA) proprio per la volontà dei promotori di inserire la clausola negli accordi.

Essere sull’altro banco del tribunale potrebbe portare l’Italia a passare dal lato dei “sostenitori” a quello degli “avversari”, consci che la difesa dei diritti umani all’Icsid viene sconfitta nel 60% dei casi e, in media, costa otto milioni di euro a caso. Un dato economicamente più dignitoso per parlare di “spending review”.

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