Velenitaly, capitolo IV: Campania e rifiuti. Camorra secondo estratto

Questo articolo fa parte dell’inchiesta “Velenitaly – Storia (parziale) del traffico di rifiuti tossici italiano” pubblicata con The Blazoned Press nel gennaio 2014

Credits: vesuviolive.it

Credits: vesuviolive.it

La massoneria, o più precisamente Licio Gelli, compare anche negli accordi tra le ditte del nord Italia ed il clan camorristico-mafioso dei casalesi, nato come costola campana di cosa nostra sfruttando anche la politica dell’eradicamento e soggiorno obbligato in altre parti d’Italia. Dalla Sicilia i casalesi si allontaneranno – non solo fisicamente – dopo la guerra con i “viddani” di Totò Riina nel 1984. «Noi eravamo dei perdenti, mentre a Napoli diventammo vincenti», raccontava l’ex boss Carmine Schiavone.
L’anno è il 1989. In quei mesi, a Basilea, viene creato il trattato che vieta l’esportazione di rifiuti tossici verso paesi in via di sviluppo.
La storia del traffico di rifiuti degli anni che seguiranno testimoniano l’inutilità di questo documento.

Le dichiarazioni di Schiavone arrivano – all’opinione pubblica – due anni dopo la prescrizione di tutti i 97 imputati della più grande inchiesta sulle ecomafie, denominata “Cassiopea”, che ha portato alla luce lo sversamento delle scorie delle industrie del nord Italia nelle terre del casertano.
Tra i prescritti l’imprenditore salernitano Luigi Cardiello, detto “Re Mida” per essersi più volte vantato di trasformare l'immondizia in oro. Secondo varie inchieste giudiziarie, era il raccordo in Toscana per il traffico di rifiuti lungo la direttrice Nord-Sud Italia.

A Borgo Montello (Latina), dove analisi realizzate nel 2009 hanno confermato la presenza di solfati, metalli, cloruro di vinile e triclorometano, i camion dei casalesi che trasportano i rifiuti del nord arrivano già negli anni Ottanta, sulle terre affidate a Michele Coppola, parente acquisito del clan. Gli ultimi risvolti giudiziari hanno portato alla richiesta di rinvio a giudizio per Bruno Landi, amministratore delegato della Ecoambiente, una delle due società che gestiscono la discarica – la quarta più grande d’Italia – partecipata al 49% dal gruppo Cerroni. Sarebbe Landi, ex presidente della Regione Lazio legato a Fabrizio Cicchitto, a fare da cerniera tra Cerroni e la politica.

Il parroco di quel borgo, Don Cesare Boschin, aveva tentato di capirci di più di quei viaggi. Lo trovarono incaprettato in canonica il 30 marzo 1995.
A giugno 2012 arriva la beffarda – se non proprio scandalosa – decisione: i veleni di Borgo Montello rimarranno esattamente dove sono. Il motivo? Smaltirli costerebbe troppo. Che è poi uno dei motivi di fondo che genera l’intero traffico di rifiuti, tossici e non, in Italia e all’estero.

Ad organizzare il traffico verso la Campania – dal nord Italia e dall’estero – l’avvocato Cipriano Chianese attraverso non meglio specificati “circoli culturali” sparsi per il Paese e per l’Europa. Tra questi almeno uno è riconducibile direttamente a Licio Gelli tramite il geometra Gaetano Cerci, appartenente al clan Bidognetti e definito dal gip che lo ha fatto arrestare nel settembre 2011 «elemento di raccordo tra la criminalità organizzata e la massoneria». Chianese, arrestato nel 2006 per concorso esterno in associazione mafiosa (e per estorsione nel dicembre 2013) nel 1994 venne candidato alle elezioni con l’allora neonato partito di Forza Italia, non riuscendo comunque a venir eletto. Secondo Dario De Simone, collaboratore di giustizia che del clan è stato cassiere fino al giorno del suo arresto, avvenuto il 29 gennaio 1996, anche Chianese fa parte del gruppo di mafiosi con un piede nei clan e uno in una loggia.

I casalesi entrano nel giro dei rifiuti a partire dal 1988 attraverso una serie di società e consorzi come la Ecologia 89 – gestita direttamente da Chianese, Cerci e il “ministro dell’Ambiente” Gaetano Vassallo – o la Concav che, dietro regolare licenza per allevamenti ittici, nascondeva l’attività di interramento dei rifiuti, dodici anni dopo che il “gruppo-Seveso” guidato dall’ex senatore Luigi Noé aveva fatto intravedere le potenzialità di un business che nel 1990 – racconta Schiavone – per i clan equivalgono a 600-700 milioni al mese.
Stando alle rivelazioni desecretate del boss, a far entrare i clan nel traffico sono gli avvocati Pino Borsa e Pasquale Pirolo. Quest’ultimo, raccontano le carte giudiziarie, è stato al servizio di boss del calibro di Antonio Bardellino e Michele Zagaria, avendo contatti anche con esponenti della loggia P2. Il battesimo arriva con l’operazione – poi conclusasi in disastro ambientale – dei Regi Lagni, dove c’era una vera e propria tomba nella quale interrare i rifiuti di «circa 240 ettari di terreno scavati alla profondità di 12-20 metri» costruita nell’ambito della realizzazione della superstrada che avrebbe messo in collegamento tutta la provincia casertana.

Per entrare nel business e per evitare di ammazzarsi tra clan, la cosa nostra campana fa quello che riesce meglio a chi viene dalle regole della casa madre: si siede ad un “tavolino” – come quello istituito da Angelo Siino per la spartizione degli appalti in Sicilia prima dell’avvento dei corleonesi – e tratta, redistribuendo denaro e zone di influenza. Ai casalesi viene assegnata una zona che interessa anche il beneventano e una parte del Lazio, fino a Latina. Lì l’accordo viene sancito anche in maniera “fisica”, firmando il patto siculo-campano sul mercato ortofrutticolo di Fondi, dove inchieste giudiziarie hanno portato a definire la presenza di almeno sei società utilizzate per lavare i proventi del narcotraffico. Da Latina, arrivare nel cuore dello Stato italiano è un passo breve. I casalesi ci arrivano in quegli anni grazie alla rete di Pippo Calò, boss di peso di cosa nostra, “puparo” della Banda della Magliana.
La criminalità “col marchio certificato”, dunque, entra nel sistema del traffico illecito solo in un secondo momento, quando già il livello politico-imprenditoriale – con personaggi come Luigi Noé o Luciano Spada – ha definito i limiti di manovra dello smaltimento.

Negli ultimi mesi (del 2013, al momento della stesura di questo articolo, ndr) si è intensificata la controversia sulla cosiddetta Trattativa tra lo Stato e cosa nostra. Un’operazione circoscritta a fatti e date storiche ben precise che dimentica (volutamente?) le tante trattative firmate tra i governi nazionali e locali e le consorterie mafiose fin dalla stessa Unità d’Italia, con i camorristi chiamati dal prefetto Liborio Romano a fungere da polizia cittadina. Trattative fatte di contratti firmati, bolle di accompagnamento, rotte tracciate su cartine geografiche o, lo racconta Corrado De Rosa ne “I medici della camorra”, di perizie psichiatriche redatte ad arte e contornate da pensioni di invalidità civile per boss sanissimi. Trattative che hanno portato al non arresto di esponenti mafiosi del calibro di Bernardo Provenzano, che imbastì una trattativa con lo Stato tra il 2003 ed il 2005 per la sua consegna in cambio di due milioni di euro ed il silenzio sulla notizia per i successivi trenta giorni. L’allora numero uno della cosa nostra palermitana sarà arrestato solo nel marzo 2006, quattro mesi dopo la conclusione di quella trattativa.
Lo ha confermato lo stesso Carmine Schiavone in quella deposizione tenuta nascosta – nonostante coordinate geografiche ben precise – alla popolazione per quasi due decenni: «Se le istituzioni non avessero voluto l’esistenza del clan, questo avrebbe forse potuto esistere?»

Video: intervista Roberto Mancini. «Magistrati, generali e funzionari Asl, tutti nella rete della camorra»

Basti considerare in tal senso un’intercettazione dell’ex direttore generale del ministero dell’Ambiente (2007-2010) Gianfranco Mascazzini che, nell’ambito della dislocazione geografica dei rifiuti, invitava a riversare a Terzigno i rifiuti più puzzolenti, «tanto è gente da quarto mondo». Proprio a Terzigno si sospetta possano esserci la presenza di rifiuti radioattivi.
Come funzionario del ministero, Mascazzini ha affidato 426 milioni di euro tra il 2009 e il 2011 per bonifiche alla Sogesidsciolta per i tagli della “spending review” il 31 dicembre 2013 – una società pubblica di cui egli stesso è stato consulente, come ha ammesso di fronte alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti.

«Per funzionare», sosteneva in un’intervista del 2010 Paolo Rabitti – tra i consulenti tecnici più esperti d’Italia sulle questioni ambientali – «il ciclo dei rifiuti necessita di amministrazioni che amministrino, controlli che controllino e aziende che facciano quello per cui sono pagate. Ma se, tanto per fare un esempio ipotetico, il politico di turno decide di mandare tutto in discarica, affida la localizzazione a un emissario della camorra, il progetto al cognato che non ne ha mai vista una, la raccolta dei rifiuti a un’azienda creata solo per assumere personale (e dunque ottenere voti, ndr), lo smaltimento a un’altra azienda che ha interessi nei rifiuti pericolosi e la discarica a chi ci fa andar dentro di tutto e se ne infischia della corretta gestione, allora, come dire, se succede tutto questo è molto probabile che si verifichino disastri».
È così che si saldano i rapporti tra parti legali ed illegali del Paese. È così, di fatto, che si origina la cosiddetta “area grigia”
. Quell’area che in Campania ha tentato di denunciare Giuseppe Carione, ex sottufficiale della Guardia di Finanza ora in pensione che, per aver voluto svolgere il suo lavoro è stato prima estromesso dalle indagini e poi trasferito.

Nei prossimi anni la storia del traffico dei rifiuti italiani si comporrà di nuovi capitoli.
La Terra dei Fuochi campana è esplosa in tutta la sua mediaticità dopo la desecretazione delle deposizioni di Carmine Schiavone, ma molti altri sono i nodi che compongono la mappa dei veleni italiani, in Italia e all’estero.
Nuovi patti vengono firmati, sfruttando il mantra emergenziale o spostando i futuri biocidi fuori dai confini nazionali.

Prima che venisse chiusa nel 2010 in seguito ad un’inchiesta di Izquierda Unida, nella discarica di Nerva (provincia di Huelva, in Andalucía) di proprietà della società spagnola Befesa e situata «a circa 500 metri dal fiume Rio Tinto e ad un chilometro dal bacino di Jarrama, che fornisce acqua potabile a diversi comuni dell’area» come si legge in un rapporto di Greenpeace l’Italia avrebbe riversato anche i rifiuti provenienti dagli impianti della Stoppani di Genova (tra cui anche cromo esavalente) e da quelli dell’Ilva di Genova.
Indagini della Procura della Repubblica di Milano, inoltre, hanno ipotizzato l’esistenza di una tangente da 700.000 euro per l’invio di 280.000 tonnellate di rifiuti speciali (tra cui nerofumo contaminato con mercurio) da parte della Daneco Impianti Srl – vincitrice dell’appalto nel 2010 – a Luigi Pelaggi, nominato nel 2009 Commissario delegato alla bonifica della ex Sisas del polo chimico di Pioltello-Rodano (Milano) il cui nome compare – come “testa di ponte” tra la famiglia Riva e la Commissione istruttoria per l’autorizzazione ambientale integrata (Aia), di cui faceva parte – nell’inchiesta “Ambiente svenduto” della procura di Taranto.

Per approfondire: 1) La spedizione di rifiuti pericolosi italiani nella discarica spagnola di Nerva. Greenpeace, dicembre 2011 (.pdf)
2) Una sporca storia. Il caso della bonifica delle discariche dell’area ex Sisas di Pioltello-Rodano. Greenpeace, marzo 2011 (.pdf)

Le dichiarazioni di Carmine Schiavone hanno suscitato un seppur momentaneo moto di interesse. Non bisogna dimenticare, comunque, che da anni si formano comitati cittadini come forme di auto-tutela laddove lo Stato si trova spesso dalla parte degli assalitori.
Quelle dichiarazioni rappresentano però solo una minima parte degli oltre seicento dossier dell’ultima commissione bicamerale d’inchiesta sui rifiuti che al 2013 erano ancora sotto segreto parlamentare, ai quali neanche gli stessi parlamentari hanno accesso. Greenpeace ha chiesto ai presidenti di Camera e Senato di renderli pubblici (.pdf).
Perché anche questo fa parte del patto firmato con gli elettori e, soprattutto, perché non possiamo permetterci altri vent’anni di attesa. Perché tra i bambini nati morti o deformati per gli “omissis” del 1997 ci sarebbero potuti esserci futuri cittadini che avrebbero potuto fare il bene del loro Paese diventando classe dirigente, intellettuali critici o chissà cos’altro. Ma un semplice “omissis” non lo ha reso possibile.

“Poiché questa storia è una storia che tocca il futuro dell’Italia perché credo senza dubbio che sia una delle più grosse, anzi forse la più grossa inchiesta per come internazionalmente congegnata. Credo che questa cosa dal punto di vista etico dovesse essere una storia su cui quantomeno scrivere correttamente. Per capire cosa è successo in quegli anni.”

(Giuseppe Giove, comandante regionale Lombardia Corpo Forestale dello Stato)

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