Velenitaly, capitolo II: La Spezia. Storia di discariche e navi dei veleni

Questo articolo fa parte dell’inchiesta “Velenitaly – Storia (parziale) del traffico di rifiuti tossici italiano” pubblicata con The Blazoned Press nel gennaio 2014

Golfo di La Spezia

Golfo di La Spezia

Nella geografia del traffico di rifiuti tossici, tappa fondamentale è La Spezia, città che è stata allo stesso tempo destinazione finale e punto di partenza di questi traffici.

È dal suo porto, ad esempio, che parte la “nave dei veleni” Rigel, sparita a largo di Capo Spartivento (Reggio Calabria) il 21 settembre 1987.
Somalia, Venezuela, Nigeria, Libano sono solo alcune delle tratte da cui torneranno queste navi, cariche di quei rifiuti tossici che l’Italia voleva nascondere sfruttando governi deboli e paesi in guerra.
Le circa duemila tonnellate di rifiuti – uranio impoverito poi smaltito presso l’inceneritore di Marghera, secondo la prima Sezione civile del Tribunale di Roma – rispediti in Italia da Beirut vennero caricati sulla motonave Jolly Rosso, di proprietà dell’armatore Ignazio Messina & C, arenatasi il 14 dicembre 1990 ad Amantea (Cosenza).

Per approfondire: Jolly Nero e la scia di sangue e misteri della Linea Messina, Nadia Francalacci, Panorama, 9 maggio 2013

La Commissione parlamentare d’inchiesta sull’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin ha accertato che da La Spezia, prima verso Livorno e poi verso Mogadiscio, transitano almeno due navi della società italo-somala Somali High Seas Fishing Company (Shifco), che disponeva di sei pescherecci donati – per 70 miliardi di lire – dalla Cooperazione italiana alla Somalia.
A Livorno il 10 aprile 1991, giorno della strage del Moby Prince, c’è anche la nave ammiraglia della Shifco, la “21 Oktobar II. Le autorità portuali giustificarono il tutto per la fitta nebbia che avrebbe reso difficile la navigazione. L’unica nebbia che, ancora oggi, avvolge la vicenda riguarda le «almeno sette navi sottoposte al controllo del governo Usa» che stavano eseguendo un «trasbordo di armamenti ufficialmente diretti verso la base militare di Camp Derby, in realtà destinati a terzi non identificati». Traffico internazionale d’armi, per dirla in sintesi.

La Shifco – che negli anni ’90 ha la base operativa a Gaeta, zona di influenza del clan dei casalesi dal cui porto partì almeno una “nave dei veleni” in direzione Somalia – sarà al centro dell’ultimo viaggio in Somalia di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, arrivati nel Paese sulle tracce dei 1.400 miliardi donati tra il 1981 ed il 1990 dalla cooperazione italiana alla Somalia di cui non si conosceva – e non si conosce – la reale destinazione. I due giornalisti del Tg3 si ritroveranno contro un sistema di potere dedito al traffico internazionale di armi e rifiuti che, secondo un appunto della Direzione Investigativa Antimafia di Genova del 1997, vede in La Spezia uno degli snodi fondamentali. Soprattutto in un gruppo di uomini legati alla massoneria cittadina.

A La Spezia i trafficanti potevano contare anche su un’altra base d’appoggio per i loro traffici: la collina di Pitelli, sottoposta a vincoli paesaggistici (e parzialmente a servitù militare) prima di diventare la più grande discarica in Italia e tra le più importanti in Europa. Come per Seveso, anche intorno ai rifiuti di Pitelli si costituisce un “gruppo di manovra”, guidato da Orazio Duvia – proprietario della discarica – che intratteneva rapporti con i fornitori attraverso Franco Bertolla.

Nonostante migliaia di pagine di interrogatori, intercettazioni ed indagini, alle quali si aggiungono varie relazioni delle Commissioni parlamentari d’inchiesta, nessuno è stato giudicato colpevole per la discarica. Anzi, per quei reati come la corruzione dei pubblici ufficiali della Provincia spezzina e della Marina militare che avrebbero potuto portare a qualche condanna, nel 2007 è arrivata la prescrizione (sentenza Tribunale di La Spezia, 10 marzo 2011). Quello stesso tribunale non potrà però tacere sulla presenza di «rifiuti potenzialmente nocivi, in grande quantità e varietà, in larga parte mediante interramento/imbancamento» senza che ciò prevedesse la minima misura di protezione dell’ambiente.
Insomma: i veleni di Pitelli esistono, ma non si sa per colpa di chi. Una strana interpretazione di quel detto popolare che vuole noto il peccato ma non il peccatore.

La (non) sentenza su Pitelli arriva dopo quindici anni di indagini, affidate nel 1996 dal magistrato di Asti Luciano Tarditi affida alla Guardia Forestale guidata da Gianni De Podestà, divenuto col tempo uno degli investigatori più esperti sul traffico di rifiuti.

Questo è un altro dei fili rossi con i quali allacciare i vari pezzi di questa storia. Un filo rosso che parte proprio dai traffici spezzini e che ruota intorno ad un gruppo di investigatori come De Podestà, come Natale De Graziaavvelenato mentre si recava a La Spezia il 13 dicembre 1995 per conto del pm calabrese Francesco Neri, titolare dell’inchiesta sulle navi dei veleni – il nucleo della Forestale di Brescia guidato dal colonnello Rino Martini o quello del Nucleo Operativo Ecologico dei carabinieri (Noe) guidato fino allo scorso agosto da Sergio De Caprio, quel “capitano Ultimo” riassegnato alle investigazioni ambientali come “premio” per l’arresto di Totò Riina.
C’è anche chi, come il sostituto commissario di Polizia Roberto Mancini, morto nell’aprile 2014 per un tumore contratto durante le indagini sui rapporti tra mafia, banche, multinazionali e massoneria nel traffico di rifiuti, collaborando con l’apposita commissione parlamentare d’inchiesta della Camera dei Deputati e lavorando anche sulle dichiarazioni di Carmine Schiavone che lo Stato ha tenuto segrete per due decenni, permettendo alla “Terra dei fuochi” campana di diventare l’emergenza sanitaria oggi nota. Quello stesso Stato che non gli ha riconosciuto alcun risarcimento per il linfoma non Hodgkin che proprio le “cause di servizio” gli hanno portato nel 2002 perché, scrivevano dalla Camera il 13 luglio 2013, essendo la collaborazione “a titolo gratuito” la responsabilità risarcitoria non è delle Istituzioni ma, al massimo, della Polizia.

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