Velenitaly, capitolo II-bis: La Spezia, Tirana, Gline e il triangolo dei rifiuti tossici italiani

Questo articolo fa parte dell’inchiesta “Velenitaly – Storia (parziale) del traffico di rifiuti tossici italiano” pubblicata con The Blazoned Press nel gennaio 2014

La Spezia, Tirana, Gline e il triangolo dei rifiuti tossici italiani

Alla Forestale di Brescia, il 13 maggio 1995, si presenta un uomo che rimarrà noto con il suo “nome in codice”: Pinocchio.
Ancora oggi non se ne conosce la vera identità. Quel che è certo è che è persona molto ben informata, tanto da riuscire a mettere in relazione Orazio Duvia con l’ingegner Baffigi della multinazionale Mannesmann, coinvolto nello spostamento dei 41 fusti di Seveso.
Pinocchio parlerà anche della Rigel e di due viaggi – dei quali non vi è traccia nella documentazione ufficiale – in Nord Africa e in quell’Albania che in quegli anni stava diventando deposito di armi e latitanti per il clan dei casalesi, secondo quanto dichiarato nel 1997 da Carmine Schiavone. Tirana, continua il racconto di Pinocchio, ospitava in quegli anni anche un sistema finanziario parallelo, verso il quale convergevano trafficanti e traffichini del campo dei rifiuti tossici. Una rete fatta di nomi di società, uomini e navi materialmente usate in questi viaggi a cui nessuno, comunque, ha ritenuto necessario prestare attenzione investigativa.

Tra i clienti più importanti del gruppo Duvia-Bertolla c’era la Romania, all’epoca guidata ancora dal regime di Nicolae Ceauşescu. Sotto il controllo dei servizi segreti – la Securitate – ed attraverso triangolazioni con società svizzere, il regime intratteneva rapporti con l’Italia nel settore dello smaltimento rifiuti fin dalla metà degli ’80, da quando aveva preso accordi per ottenere i rifiuti dell’Acna di Cengio (Savona) – 374 tipi di composti chimici prodotti, anche per scopi militari – da qualche anno di proprietà della Enimont. Parte di quei veleni saranno inoltre ritrovati a Pianura, nella discarica Di.fra.bi gestita dal clan dei Casalesi e in quelle riconducibili a Gaetano Vassallo a Giugliano (in località Scafarea) e Cipriano Chianese (discariche Resit 1 e 2).

È in Romania, precisamente al porto di Sulina che – ha raccontato qualche anno dopo Sergio Angeletti – sono finiti i veleni di Seveso. Il Paese tornerà al centro dell’attenzione, in anni più recenti, per le discariche di Gline e Tucea, secondo la procura di Roma riconducibili a Massimo Ciancimino attraverso società come la Sirco, controllante della Ecorec Sa, proprietaria dei 114 ettari della discarica di Gline. Alla società è stato inoltre legato anche Romano Tronci, condannato nel 1999 a dieci anni per “situazione di tipo mafioso” nel processo “Trash” – assolto in appello – e legato alle “coop rosse” siciliane e soprattutto ad Orazio Duvia, a sua volta legato alla famiglia camorristica cutoliana dei La Marca.
Uno dei figli dell’ex sindaco di Ottaviano (per il Psdi) amico e braccio politico di Cutolo, Salvatore La Marca, è stato titolare negli anni novanta della Di.fra.bi.

In Romania, inoltre, si sono mossi per anni gli interessi dei fratelli Sergio e Giuseppe Pileri, legati alla Ecorec di Ciancimino – come emerso anche dall’inchiesta giornalistica “Toxic Europe” realizzata da Cecilia Anesi, Giulio Rubino e Delphine Reuter – e soprattutto gli interessi di Manlio Cerroni, proprietario attraverso la società Co.La.Ri (Consorzio Laziale Rifiuti) della discarica di Malagrotta (230 ettari tra l’Aurelia e Fiumicino per 4.500 tonnellate di rifiuti urbani e 500 di fanghi dei depuratori al giorno, incasso annuale: 44 milioni di euro) i cui rifiuti sono stati spostati in Emilia a seguito della chiusura della discarica dopo trent’anni, avvenuta – almeno ufficialmente – il 30 settembre 2013.

Per approfondire: Il business miliardario dei signori delle discariche, Corrado Zunino, Repubblica, 8 marzo 2013

Mentre stringe accordi con Bucarest, l’Italia è costretta a riprendersi parte dei veleni disseminati in giro per il mondo, come avviene per il Venezuela o il Libano spendendo, solo per quest’ultimo recupero, la modica cifra di 250 miliardi di lire. A beneficiare di quella ingentissima mole di denaro (pubblico) anche Cesarina Ferruzzi – nome importante per capire la storia del traffico di rifiuti in Italia arrestata con altri nel 2009 per lo scandalo della bonifica dell’area Santa Giulia a Milano Rogoredo, dove si trovavano gli stabilimenti della Montedison e della Redaelli

Sarà la Jolly Rosso a riportare indietro i veleni spediti a Beirut. Quella nave farà tappa in un’altra delle capitali mondiali del traffico italiano di rifiuti tossici: quella Mogadiscio che, grazie alla guerra civile, alla mala-cooperazione ed alle presunte torture ai civili del contingente italiano descritte nel diario del maresciallo Francesco Aloi – che portarono alla creazione di un’apposita commissione parlamentare d’inchiesta, la Commissione Gallo – faceva convergere interessi politici, criminali, militari e giornalistici.

  1. Pingback: A chi fa comodo il silenzio sulle navi dei veleni? Intervista a Massimiliano Ferraro | Il Dettaglio - Il blog di Andrea Intonti

  2. Pingback: Velenitaly – Storia (parziale) del traffico di rifiuti tossici italiano. Prologo | Il Dettaglio - Il blog di Andrea Intonti

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