Rifiuti, segreti di Stato e immobilismo legislativo. Intervista ad Alessandro de Pascale

Questo articolo fa parte dell’inchiesta “Velenitaly – Storia (parziale) del traffico di rifiuti tossici italiano” pubblicata con The Blazoned Press nel gennaio 2014

Rifiuti, segreti di Stato e immobilismo legislativo. Intervista ad Alessandro de Pascale

Le dichiarazioni desecretate di Carmine Schiavone sui rifiuti tossici sembrano aver scandalizzato soprattutto sulla sua previsione di morti per cancro di lì a vent’anni. Cosa che si sta rivelando vera. Quello che mi e ti chiedo è: può la “ragion di Stato” bastare come scusante per aver tenuto segrete dichiarazioni che, rese note fin dall’inizio, avrebbero permesso di tutelare la salute della popolazione e l’ambiente?

Un Paese normale non metterebbe mai il segreto di Stato su questioni così importanti che riguardano la salute delle persone. In Italia invece è stato fatto e non solo riguardo alle dichiarazioni di Schiavone.
Nell’ultimo decennio sulle aree inquinate dalle ecomafie a cavallo tra le provincie di Napoli e Caserta sono stati condotti diversi studi che hanno analizzato suoli e acque. Il team di ricerca del Dipartimento scienze della terra dell’università Federico II° di Napoli in uno dei suoi studi sul territorio domitio-flegreo-aversano (oltre 300 campioni di suolo superficiale, altri 90 lungo profili pedologici profondi, cui si aggiungono quelli dell’acqua) ha rilevato come circa il 15% del suolo analizzato, secondo la legge italiana, è potenzialmente contaminato: almeno uno degli elementi tossici analizzati (tra i quali arsenico, rame, piombo, stagno, zinco, vanadio) supera infatti le soglie di accettabilità e ammissibilità imposte dalla nostra normativa anche solo per la destinazione d’uso abitativo (residenziale) o di verde pubblico (parchi e giardini).
In pratica sulla base della nostra legge, non potrebbe viverci nessuno.

Lo stesso ha fatto l’esercito americano che ha commissionato alla società specializzata californiana Tetra Tech Nus Inc una caratterizzazione ambientale nelle aree napoletane e casertane maggiormente interessate dalla presenza di militari e civili Usa, in seguito alla situazione di emergenza dovuta proprio alla gestione e allo smaltimento dei rifiuti, resa pubblica nel 2009. Anche in questo caso sono state campionate le matrici suolo, acqua (sia di pozzo che di rubinetto) e aria, sulle quali sono state poi effettuate ulteriori analisi per determinare le concentrazioni di metalli tossici, diossine e furani, idrocarburi policiclici aromatici (Ipa), policlorobifenili (Pcb), nitrati, parametri batteriologici, radioattività, polveri sottili (Pm10), monossido di carbonio e vapori di mercurio. Considerando, inoltre, anche tutte le modalità di esposizione (per contatto, ingestione e inalazione) a seconda delle diverse matrici in modo da poter stabilire un valore soglia di pericolo, denominato Exceedance factor (Ef).

Cosa è venuto fuori da questo studio? Una recente inchiesta (recente all’epoca dell’intervista, realizzata a fine 2013, ndr) de l’Espresso sosteneva che nemmeno le zone del centro di Napoli possono considerarsi sicure.

Nello studio, il valore fuori norma è stato riscontrato per il micidiale arsenico, gli idrocarburi policiclici aromatici, i nitrati, diossine, furani e tetracloroetene. Il risultato è stata la distribuzione, da parte dell’US Army, di bottiglie di acqua potabile e la determinazione di un’area, la “New lease suspension zone”, in cui le autorità americane hanno bloccato i nuovi affitti di appartamenti da parte dei propri cittadini, e una seconda zona, la ”Unrecommended housing area”, dove invece la locazione di immobili è sconsigliata.
Nessuna misura del genere è stata invece presa dalle autorità italiane per ridurre il rischio al quale è esposta la popolazione residente nell’area.
Anzi, i risultati di un similare studio realizzato negli stessi anni dalla Protezione Civile (allora guidata da Guido Bertolaso), sono stati paradossalmente secretati, nonostante riguardino la salute di oltre un milione di persone. Forse perché dalle analisi emerge che in alcune aree tra Castelvolturno e Mondragone il piombo raggiunge concentrazioni di 328 microgrammi per chilo a fronte di un limite di legge per uso residenziale di 100. L’arsenico supera invece sia la soglia di 20 microgrammi per chilo per uso a fini residenziali (nei comuni di Villa Literno, Giugliano, Quarto e Bacoli), sia quella di 50 per l’uso dei terreni a fini industriali e commerciali (nel comune di Francolise), con valori che raggiungono 65 microgrammi per chilo.
Anche gli studi isotopici realizzati sui suoli profondi e sui campioni d’acqua raccolti hanno messo in evidenza una grave contaminazione.

Le istituzioni non fanno niente, nonostante ormai siano le uniche a non voler vedere il problema. Inchieste e studi scientifici iniziano ad essere numerosi.

Tornando alle dichiarazioni di Schiavone, le autorità sanno con certezza dove cercare almeno dall’estate 2008, quando l’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente della Campania (Arpac) ha ottenuto dall’Arma dei carabinieri i dati Mivis (Multispectral Infrared and Visible Imaging Spectrometer).
In pratica, le fotografie raccolte sorvolando alcuni comuni della provincia di Napoli e lungo l’asse dei Regi Lagni, dove sospettavano fossero stati interrati rifiuti tossici, con uno strumento a scansione che riprende e analizza la radiazione proveniente dalla superficie terrestre nei campi, con infrarosso termico.
Questi dati, poi analizzati dal Centro Nazionale Ricerche (Cnr), evidenziano le anomalie dei terreni che in alcuni casi hanno mostrato temperature vicine ai 60 gradi centigradi, in campi ben determinati anche dalle foto aree nelle quali risaltano all’occhio per l’assenza di qualsiasi tipo di vegetazione, rispetto alle zone circostanti. Quindi sanno benissimo dove bisogna andare a scavare, bonificare e mettere in sicurezza la popolazione.

C’è poi il problema del censimento. Attualmente ne esistono diversi che ancora non sono stati unificati in un unico registro. C’è ad esempio quello della già citata Arpac che elenca 2.551 siti campani «potenzialmente inquinati», in sostanza aree dove sono presenti discariche abusive, terreni dove sono stati depositati rifiuti senza controlli o sversamenti non autorizzati di residui industriali. Quindi, inquinamento di origine antropica. Zone avvelenate dall’uomo e soprattutto dalla camorra che si trovano in larga parte ancora una volta a cavallo tra le province di Napoli e Caserta, dove si registra un aumento dell’incidenza tumorale e un danneggiamento delle falde acquifere. A questi si aggiunge la lista dei 54 Siti di interesse nazionale (Sin) da bonificare, istituiti con una legge dello Stato nel 1998. Aree presenti in tutto il territorio nazionale e considerate altamente contaminate e per tanto da recuperare quanto prima, tramite una bonifica ambientale.
Quattro di queste 54 aree si trovano in Campania: Litorale Domitio-Flegreo ed Agro Aversano, Napoli Bagnoli-Coroglio, Napoli Orientale e Bacino idrografico del Fiume Sarno. Soltanto questi quattro Sin coprono l’11,54% della superficie regionale (ben 1.570 chilometri quadrati), con 77 Comuni su 551 e una popolazione interessata di 1.214.846 abitanti.

A questi vanno infine aggiunti quelli che vengono di volta in volta scoperti grazie alle dichiarazioni dei pentiti e alle indagini della magistratura. Il cosiddetto decreto sulla Terra dei Fuochi, approvato dal governo Letta (4 dicembre 2013), oltre a introdurre il reato di combustione dei rifiuti, stabilisce proprio una perimetrazione unica delle aree interessate. Perché non dobbiamo mai dimenticare che quelle zone inquinate erano i terreni più fertili della Campania utilizzati per l’agricoltura e l’allevamento delle bufale.
Quel provvedimento stabilisce che entro 150 giorni tutti i terreni campani saranno controllati. Soltanto così si potranno avviare quanto prima le bonifiche, mai partite realmente nonostante gli stanziamenti milionari avvenuti anno dopo anno, sulle quali però andrà prestata la massima attenzione. Perché ora le vuole anche la camorra, che dopo aver guadagnato avvelenando la propria terra ora non potendo più andare avanti con questi business in Campania (oggi usa altre regioni, come la vicina Basilicata, oppure li manda direttamente in Cina) ha capito che può continuare a lucrare con l’atteso business delle bonifiche.

Le indagini, giudiziarie e giornalistiche, in questi anni non si sono certo fermate. Quali sono state quelle più importanti?

La più importante è stata sicuramente “Cassiopea”. Condotta dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere (quella casertana), nel 2003 svelò il più grande traffico di rifiuti tra Nord e Sud Italia: oltre un milione di tonnellate di residui tossici e pericolosi partiti soltanto tra il 1999 e il 2000.
Stiamo parlando di circa cento viaggi a settimana, di camion che dalle industrie di Milano, Vicenza, Padova, Treviso, Verona, Venezia, Bergamo e Brescia, partivano alla volta della Campania carichi di fusti che contenevano polveri residuate dall’abbattimento dei fumi degli stabilimenti siderurgici e metallurgici, oli minerali, lubrificanti delle macchine, scarti delle vernici, ceneri residue da combustione, solventi, acque contaminate provenienti dal comparto chimico e acidi. Appena arrivavano in Campania venivano sepolti lungo le strade sterrate o nei cantieri di quelle in costruzione, nelle discariche legali destinate soltanto ai rifiuti cittadini, in quelle abusive, nelle numerose cave della zona, nelle falde acquifere, nelle fogne, oppure nei terreni agricoli, acquistati da contadini indebitati o che accettavano una tangente in cambio di lasciare sversare quei veleni nel proprio campo.
In totale vennero trascinati alla sbarra ben 98 imputati, tra camorristi, imprenditori e colletti bianchi.

Nonostante questo, l’inchiesta non ha dato i frutti sperati.

Tra rinvii e formalismi burocratici usati con il solo obiettivo di rallentare l’azione della giustizia, il processo si è concluso nel settembre 2011 senza colpevoli grazie alla prescrizione di tutti i reati, compresi quelli associativi più gravi, finalizzati al disastro ambientale.

Da allora a livello nazionale ci sono state tante altre analoghe inchieste: ben 191 sulle attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti che hanno portato all’emissione di oltre mille ordinanze di custodia cautelare, con 666 aziende coinvolte e 3.348 persone denunciate (dati Legambiente). Soltanto in Campania, le più note sono “Avorio più 19”, “Re Mida”, “Terra Mia”, “Madre Terra”, “Ultimo Atto Carosello”, “Chernobyl”, “Diry Pack”, “Nerone”, “Ecoboss”, “Carte False”, “Terra dei fuochi”, “Old Iron” e “Giudizio finale”.

I successivi processi, sono stati però segnati da un destino analogo alla maggiore, “Cassiopea”, riflettendo nel modo forse peggiore un problema che riguarda l’intera azione penale nel nostro Paese*. È proprio per questo motivo che da tempo le associazioni ambientaliste chiedono l’introduzione dei delitti ambientali nel nostro codice penale. Si tratta di articoli discussi e approfonditi a lungo dalle commissioni competenti ma mai approvati che consentirebbero alla magistratura e alle forze dell’ordine di intervenire in maniera più decisa. L’unico già in vigore è l’attività organizzata di traffico illecito di rifiuti, cui si è appena aggiunto come già ricordato quello di di combustione dei rifiuti. Vanno invece ancora introdotti quelli di inquinamento ambientale, frode in materia d’ambiente, danneggiamento delle risorse ambientali, alterazione del patrimonio naturale e di disastro ambientale, insieme all’obbligo di bonifica e, nel caso sia possibile, di ripristino dei luoghi compromessi a carico del condannato. I reati ambientali oggi vengono largamente commessi in Italia, semplicemente perché tutto sommato conviene, in quanto si corrono pochi rischi. Le pene questi delitti continuano infatti ad essere quasi esclusivamente di tipo contravvenzionale.

Insomma: gli investigatori si trovano a dover lavorare in situazioni che definire “non ottimali” è eufemistico…

Nel nostro Paese, la giustizia versa in condizione disastrose. Colpa di interventi legislativi volti ad allungare i tempi senza arrivare mai a sentenza. Personalmente, sono dell’idea che una volta iniziato un processo, la prescrizione non abbia ragione di esistere. Nel senso che non si possono spendere quattrini e attendere anni senza certezza dell’azione penale e quindi senza poi arrivare alla condanna o all’assoluzione degli imputati. Nel caso dei reati ambientali, le pene sono infatti basse, altre volte soltanto pecuniarie. Prendiamo ad esempio una società che viene beccata a trafficare illecitamente rifiuti: rischiano una sanzione che va da un minimo di 40mila euro a un massimo di un milione e mezzo di euro, mentre soltanto nei casi più gravi c’è una pena detentiva fino a due anni. Facile capire che la prescrizione, che in questo caso è quella minima che scatta dopo 4 anni, rende difficile arrivare a sentenza. Lo stesso vale per l’inquinamento di suolo, sottosuolo, acque superficiali e sotterranee, per le quali è prevista soltanto una sanzione. Lo scarico illecito di acque reflue industriali o di una discarica destinata allo smaltimento di rifiuti pericolosi comporta invece una sospensione delle attività non superiore ai 6 mesi. Per quello gli ecocriminali hanno gioco facile, perché inquinando si risparmia o guadagna parecchio, rischiando relativamente poco. Soltanto nel caso subentrino attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti (in pratica il reato associativo) le cose cambiano, poiché le pene aumentano e diventano detentive: da 1 a 6 anni (prescrizione da 4 a 6 anni), che possono diventare 8 nei casi più gravi (come i rifiuti radioattivi, con prescrizione quindi da 4 a 8 anni). Ma come abbiamo visto, per Cassiopea ma anche per altri processi, non è servito nemmeno l’accertamento di questo reato per arrivare a sentenza di condanna, poiché la macchina della giustizia non ha fatto in tempo.

Il traffico di rifiuti tossici vede più di altri le connivenze tra settori criminali, politici, imprenditoriali e, spesso, massoniche. Siamo di fronte al crimine perfetto?

Quasi. Perché il mix dato dalla criminalità mafiosa, dall’imprenditoria criminale e dalla malapolitica è letale, soprattutto in questo Paese. Tutte le mafie, forse tranne cosa nostra, hanno capito che possono fare parecchi soldi con i rifiuti. Dalla Somalia alle navi affondate dalla ‘ndrangheta, dalla Puglia, nuovo eldorado di questi traffici in Italia, alla camorra che oggi ha capito che dal porto di Napoli tutti quei container che arrivavano carichi di merci dalla Cina, era un peccato farli ripartire vuoti e quindi oggi li caricano di fusti, il business prosegue indisturbato, con la complicità di pezzi dello Stato, soprattutto massoni. Le inchieste e il caso Ilaria Alpi lo dimostrano. Potremmo definirlo un crimine perfetto perché anche quando la magistratura riesce a scoprirlo spesso non ha adeguate armi giuridiche per combatterlo oppure deve scontrarsi con la latitanza dello Stato nel prevenirlo o rimediare al danno una volta avvenuto. Ma una grande responsabilità, è brutto dirlo ma purtroppo è così, ce l’hanno anche le popolazioni coinvolte che per anni si sono girate dall’altra parte non denunciando il via vai notturno di quei camion e che oggi scendono in piazza a causa dell’ecatombe appena iniziata di malattie e morti per tumore. Un risultato del tutto prevedibile dato l’avvelenamento di quei terreni e la manifestazione di quelle patologie a dieci anni dall’esposizione e picchi attorno ai 15-20 anni. Un particolare che conferma che purtroppo il peggio deve ancora arrivare e che bisogna intervenire immediatamente per rimuovere le fonti di esposizione.

Quanto è importante, in traffici di questo tipo, la “zona grigia” delle connivenze tra settori criminali e settori “puliti”? Si può dire, come dice durante la deposizione Carmine Schiavone, che le mafie prosperano perché, sostanzialmente, fanno comodo almeno ad una parte degli apparati istituzionali?

Direi fondamentale. La spazzatura vale oro. Potrebbe essere così anche per il circuito legale. L’Unione Europea almeno dal 1999 vieta di scavare un fosso e buttarci i rifiuti dentro. Una direttiva comunitaria di quell’anno, recepita dall’Italia dal 2003, ha stabilito che in discarica devono finire solo materiali a basso contenuto di carbonio organico (quindi senza frazione organica, quella crea miasmi e il micidiale percolato) e materiali non riciclabili. In altre parole soltanto ciò che rimane a valle di una corretta raccolta differenziata finalizzata al recupero di materia. Quel provvedimento prevede il compostaggio della frazione organica e il riciclo quali strategie primarie per lo smaltimento dei rifiuti. La legge prevede del resto che la raccolta differenziata debba raggiungere il 65% entro il 2011, oggi a livello nazionale siamo al 35% con un’Italia che anche in questo campo procede a velocità diverse: il Nord è al 50, il Sud fermo al 22%. Alcuni Comuni superano l’80 altri non arrivano al 15%. Questo per dire che l’illegalità riguarda innanzitutto la pubblica amministrazione, quindi lo Stato. E soltanto con una corretta filiera dei rifiuti si tolgono fondamentali spazi di manovra alle ecomafie, si rende sostenibile il ciclo e si protegge l’ambiente e la salute della popolazione.

Il rapporto Ecomafia 2013 realizzato da Legambiente stima che l’illegalità ambientale vale 16,7 miliardi di euro l’anno ed è l’unica che non conosce crisi, il 15% per cento dei quali deriva proprio dai rifiuti con 302 clan coinvolti. Secondo i dati dell’associazione ambientalista, ogni anno mancano all’appello 11,6 milioni di tonnellate di rifiuti speciali, i più pericolosi. È come se ogni anno in Italia sorgesse una montagna alta 1.160 metri e con una base grande come tre campi da calcio. Numeri impressionanti.
Il costo di mercato per smaltire legalmente i rifiuti tossici va dai 21 ai 62 centesimi al chilo. I clan, come accertato da recenti inchieste, forniscono lo stesso servizio a 9 massimo 10 centesimi. Un risparmio abissale che soprattutto in tempi di crisi come questi fa crescere ancora di più la domanda. Per la mafia, i rischi sono bassi il guadagno elevato.

A tutto ciò si aggiunge la latitanza dello Stato. Durante il secondo governo Prodi, in piena emergenza rifiuti in Campania, il ministero dell’Ambiente (allora alla guida del dicastero c’era Alfonso Pecoraro Scanio, dei Verdi) decise che il percorso dell’immondizia sarebbe stato controllato via satellite: in Campania quella di tutti i rifiuti, nel resto d’Italia soltanto quella degli scarti pericolosi. Nel 2009, il quarto governo Berlusconi, ministro Stefania Prestigiacomo, istituì così il Sistri (acronimo per Sistema di Controllo della Tracciabilità dei Rifiuti) ma soltanto per quelli pericolosi. Sull’appalto, ottenuto dalla Selex (gruppo Finmeccanica) viene posto il segreto di Stato. L’entrata in vigore del Sistri, inizialmente prevista per luglio 2010, verrà poi rinviata ben otto volte, l’ultima al primo ottobre 2013, a causa di problemi tecnici, nonostante le imprese fossero nel frattempo state costrette ad acquistare l’attrezzatura per tutti i loro mezzi e stabilimenti e paghino dal 2010 un contributo annuale per il suo funzionamento. Del resto il contratto tra lo Stato e la Selex non prevede alcun onere a carico dell’impresa nel caso in cui il sistema non diventi operativo e gli apparecchi in questione, commercializzati da Viacom che li affitta al pubblico a 35 euro l’anno, il ministero li paga invece 500 euro. Tanto che il 17 aprile 2013 la procura di Napoli ha arrestato 22 persone. In carcere sono finiti Sabatino Stornelli, suo fratello Maurizio e Francesco Paolo Di Martino, titolare di Viacom. Ai domiciliari, tra gli altri, Carlo Malinconico, ex sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, per l’accusa di corruzione, in quanto a capo della commissione tecnica ministeriale per il Sistri avrebbe dato un parere determinante per l’affidamento dell’appalto alla Selex, venendo secondo l’accusa ricompensato con mezzo milione di euro versato a titolo di consulenze mai avvenute. Il provvedimento ha portato anche al sequestro di 10 milioni di euro, di cui 7 soltanto a carico della società Selex. Questo per dire che purtroppo nel nostro Paese anche i buoni propositi scoppiano come una bolla di sapone, peraltro con elevati costi a carico della collettività.

L’inventore del traffico illecito dei rifiuti per conto dei Casalesi era del resto un massone, l’avvocato Cipriano Chianese, ritenuto molto vicino al boss Francesco Bidognetti e da oltre due decenni al centro delle inchieste su questo business letale nel quale si tuffa già negli anni Settanta, diventando un imprenditore titolare di discariche e impianti di smaltimento che lavorano anche per la pubblica amministrazione durante l’emergenza rifiuti e grazie alle quali ha accumulato una fortuna. Il 9 dicembre scorso, Chianese è tornato in carcere per estorsione.

Con il tuo “Telecamorra. Guerra tra i clan per il controllo dell’etere” ti sei occupato dell’interesse mafioso su radio e televisioni, quindi ti chiedo: è solo un caso che personaggi coinvolti a vario titolo nel traffico di rifiuti come Cipriano Chianese, Roberto Ruppen o David Mills abbiano avuto rapporti con il partito del principale editore televisivo italiano, Silvio Berlusconi, accusato di strettissima vicinanza con la mafia?

Difficile dirlo, fatto sta che anche in questo caso l’illegalità nella quale sono nate le tv dell’ex premier si è riflessa con i risvolti peggiori in Campania con le tv abusive dei clan che le hanno usate per occupare illecitamente frequenze dello Stato per il valore di mezzo milione di euro, diffondere il credo camorrista attraverso i cantanti neomelodici, riciclare capitali sporchi, gestire i posti di lavoro dell’indotto e giustificare il racket delle estorsioni attraverso la pubblicità imposta a commercianti e imprenditori locali. Inoltre va evidenziato come l’ex sottosegretario all’Economia del quarto governo Berlusconi, ex parlamentare e coordinatore del partito berlusconiano in Campania, Nicola Cosentino, sia sotto processo per camorra (attualmente detenuto presso il carcere di Terni, ndr). É accusato di essere stato il referente politico nazionale del clan dei Casalesi, quello che ha avvelenato la Campania, nonché il vero capo del consorzio Eco4 infiltrato dai camorristi e comprendente Caserta e un’altra ventina di comuni limitrofi, che durante l’emergenza rifiuti gestiva i servizi di raccolta e di bonifica.

Se un lettore, o comunque qualcuno che non è esperto in questi ambiti volesse iniziare ad informarsi, tu cosa consiglieresti di inserire nel percorso di approfondimento?

Sicuramente il rapporto Ecomafia che Legambiente pubblica ogni anno a partire dal lontano 1997, quando nessuno parlava di questi business. Sull’argomento sono inoltre usciti diversi saggi d’inchiesta, poco noti ma fatti molto bene che analizzano a fondo il fenomeno attraverso le indagini della magistratura e le testimonianze dei pentiti, come “Rifiuti spa, fra ecomafia e mafia delle autorizzazioni”, “Trafficanti. Sulle piste di veleni, armi, rifiuti”, “Rapporto Medusa. Rifiuti tossici, traffico d’armi, terrorismo: le alleanze occulte”, “I veleni del crimine. Storie di mafia, malapolitica e scheletri negli armadi che intossicano l’Italia” oppure “Dark economy. La mafia dei veleni”. Più in generale sui Casalesi, molto interessanti “L’impero. Traffici, storie e segreti dell’occulta e potente mafia dei Casalesi” e “Questa corte condanna” sul processo Spartacus, il maxiprocesso al clan più ricco e potente della camorra.

Un Commento

  1. Pingback: Velenitaly – Storia (parziale) del traffico di rifiuti tossici italiano. | Il Dettaglio - Il blog di Andrea Intonti

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: