Velenitaly, capitolo I: Seveso, nascita di un traffico internazionale

Questo articolo fa parte dell’inchiesta “Velenitaly – Storia (parziale) del traffico di rifiuti tossici italiano” pubblicata con The Blazoned Press nel gennaio 2014

Seveso, nascita di un traffico internazionale

In Brianza le voci che la Industrie Chimiche Meda Società Azionaria (Icmesa) interrasse i propri rifiuti si rincorrevano fin dal 1947, a due anni dallo spostamento della società dalla Svizzera, dove era stata creata nel 1924 dal gruppo ginevrino Givanaudan&C, a sua volta acquisito nel 1963 dalla multinazionale farmaceutica Hoffman-LaRoche.

Voci che esplosero in tutta la loro virulenza intorno alle 12.37 del 10 luglio 1976, quando una nube tossica proveniente dai locali dell’industria investì i comuni di Seveso, Meda, Cesano Maderno e Desio.
La 2,3,7,8-tetraclorodibenzo-p-diossina (Tcdd) sparsa dalla nube tossica – che scaturì dall’avaria del sistema di controllo di un reattore – da quel giorno diventerà nota come la diossina Seveso, che nel 1997 l’Organizzazione mondiale per la sanità (Oms) ha classificato come “cancerogeno di classe 1”, il livello di tossicità più alto che esista.

Il bilancio iniziale del “disastro di Seveso” parlava di 300 grammi di Tcdd – tossico anche in piccole dosi – fuoriusciti; 108 ettari contaminati; 50.000 metri cubi di terreno da spostare dalla vista dei curiosi e 240 persone contaminate da cloracne, una dermatosi provocata dall’esposizione al cloro. Nel corso degli anni, varie indagini hanno portato ad innalzare la quantità di Tcdd fuoriuscito dallo stabilimento Icmesa ad un valore compreso tra i 15 e i 18 chilogrammi.
Uno studio del 2008 (.pdf) realizzato da Andrea Baccarelli dell’Università di Milano, in collaborazione con i ricercatori dell’Harvard School of Public Health di Boston ha evidenziato come i neonati nascano con malformazioni riconducibili a quel disastro ancora oggi, quasi quattro decenni dopo.

Nel 1977, il terzo governo Andreotti (29 luglio 1976-11 marzo 1978) istituì l’Ufficio speciale per far fronte al disastro. 120 miliardi di lire messi a disposizione anche per risolvere il problema “d’immagine” legato al disastro ambientale. A guidare l’ufficio venne chiamato Luigi Noè, senatore della corrente andreottiana della Democrazia Cristiana dal giugno 1968 al giugno 1969, in quegli anni interessato all’energia nucleare prima con il Cnen (Comitato Nazionale per l’Energia Nucleare) poi come direttore dell’Ente per le nuove tecnologie, l’energia e l’ambiente (Enea). Il suo curriculum parla inoltre di un passaggio al Parlamento Europeo e di un ruolo attivo all’interno della Commissione parlamentare per la localizzazione degli impianti per la produzione di energia elettrica.
Con l’Enea – dal cui “outlet nucleare” di Rotondella (Matera) nel luglio 2013 è partito il viaggio top-secret dell’uranio statunitense – dal 1978 partecipa ad un progetto dell’Ocse denominato “Dodos”, che prevedeva la creazione di giganteschi siluri per la penetrazione dei fondali marini argillosi dentro i quali depositare i rifiuti tossici. Il progetto fu chiuso nel 1987, almeno nella sua veste ufficiale.

Quello di Luigi Noè – scrive Andrea Palladino in “Trafficanti. Sulle piste di veleni, armi e rifiuti” (pag.12) – «è un nome chiave nella storia dei traffici dei rifiuti e degli intrecci con la più incredibile rete d’interessi che ancora oggi governano una parte importante della storia italiana». È forse per questo che, continua Palladino, «di lui all’Enea preferiscono non parlare».

Se Noè è il vertice operativo del ”gruppo Seveso”, a gestire i delicati rapporti con i media – il primo caso di disastro ambientale della storia della Repubblica divenne di per sé stesso un caso ad alta notiziabilità – viene chiamato Sergio Angeletti, biologo e giornalista con “entrature” nel mondo di quell’ambientalismo politico e civile che in quegli anni si andava formando.
Lo smaltimento dei 41 fusti in cui venne rinchiuso il disastro – operazione che avverrà solo l’11 settembre 1982 – venne affidato al ramo italiano della multinazionale Mannesmann, guidata all’epoca da Luigi Baffigi, un altro degli uomini chiave nella storia dei rifiuti tossici italiani.
A trasportare materialmente i rifiuti fuori dalla portata dei curiosi venne chiamata la Spedilec, di proprietà dell’ex ufficiale dei paracadutisti marsigliese Bernard Paringaux. Dove tali fusti vennero inviati rimane, a tutt’oggi, un parziale mistero.

Per un decennio si parlò di un piccolo paesino francese e poi di Basilea, dove dopo pochi anni verrà firmato il trattato che vieta l’esportazione dei rifiuti tossici nei paesi in via di sviluppo. Destinazione che un’inchiesta dei giornalisti dell’emittente tedesca Wrd spostò più a est, verso quella Germania Orientale dove, con la caduta del Muro di Berlino, iniziavano a fiorire gli investimenti del clan mafioso dei Bardellino. Tra le opzioni prese in considerazione ci fu anche l’invio via nave in Paraguay, stando alla ricostruzione che ne fa in un libro Jorg Sambeth, all’epoca direttore tecnico della Givaudan condannato a cinque anni di carcere per disastro doloso, pena ridotta in Appello e Cassazione a un anno e sei mesi.
Il tasso di sarcomi cinque volte oltre il limite registrato intorno al locale petrolchimico indicano in Mantova – sostiene Paolo Rabitti in “Diossina. La verità nascosta” edito da Feltrinelli – la più concreta destinazione finale dei veleni di Seveso.

La rotta verso est, comunque, diventerà sempre più importante nella storia del traffico di rifiuti, come hanno ben dimostrato Cecilia Anesi e Giulio Rubino (oggi all’Investigative Reporting Project Italy) in “Toxic Europe

Toxic Europe, l’inchiesta from DailyBlog.it on Vimeo.

Sul finire degli anni Novanta, un testimone di giustizia parlerà al giornalista Maurizio Torrealta (inchiesta “Scorie di guerra fredda”, andata in onda su Rai2 nel marzo 1997) di un possibile “dual use” dell’Icmesa. Dietro l’attività civile, raccontò il testimone, si nascondeva la ricerca e la produzione di gas nervini (come l’agente orange usato in Vietnam) capaci di apportare gravi mutazioni genetiche e, per questo, vietata dalle convenzioni internazionali.

Una parte dei gas del disastro di Seveso è finita poi nella discarica di Pitelli, sulle colline di La Spezia. Dal porto di quella città, conosciuto non a caso come “porto delle nebbie”, tra il 1979 ed il 1994 sono partite le “navi dei veleni. Imbarcazioni sparite nel Mediterraneo con mare calmo, senza vittime e, soprattutto, senza motivo. Almeno in apparenza.

Un Commento

  1. Pingback: Velenitaly – Storia (parziale) del traffico di rifiuti tossici italiano. Prologo | Il Dettaglio - Il blog di Andrea Intonti

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