Le opportunità nascoste dietro la pirateria in Somalia

Questo articolo fa parte dell’inchiesta “Somalia: dall’altro lato della pirateria” pubblicata con The Blazoned Press nel febbraio 2014

Le opportunità nascoste dietro la pirateria in Somalia

La denuncia arriva dall’organizzazione londinese “Platform”: la minaccia della pirateria somala sarebbe stata gonfiata ad arte dall’industria dei trasporti marittimi e dalle multinazionali petrolifere per ottenere lo spostamento dei fondi pubblici dalla spesa sociale a quella militare, sfruttando un “sussidio segreto” (.pdf) sotto forma di intervento anti-pirateria nel Golfo di Aden per la protezione dei propri interessi nell’area. Tradotto: il denaro pubblico delle tasse dei contribuenti – allocato nelle operazioni militari – servirebbe a pagare la sicurezza delle grandi multinazionali private operanti nel Golfo, trasformando il personale militare in VPD, guardie di sicurezza private. Tale accordo, si legge nel report dell’organizzazione, sarebbe stato stipulato durante la Combating Piracy Conference, tenutasi a Londra nell’ottobre 2012, alla quale hanno partecipato rappresentanti dell’Unione Europea, della Nato e delle industrie marittime e petrolifere.
Il governo olandese, ad esempio, ha definito un piano per la creazione di cento squadre di VPD da dieci militari ciascuna, per un costo stimato in 29 milioni di dollari di cui solo la metà a carico del settore privato.

A riprova di ciò, l’organizzazione londinese porta non solo l’attività di lobbying fatta da Shell, Bp e dalla sezione locale dell’International Chamber of Shipping (il sindacato che rappresenta circa l’80% della flotta mercantile mondiale) sul governo britannico, ma anche la premiazione nel novembre 2010 di 12 ufficiali di collegamento per il loro ruolo di aiuto alla marina britannica nell’operazione Atalanta. Nove di questi ufficiali – si legge a pagina 7 del report – lavorano per società come BP, Shell o Chevron. Questo significa che le compagnie petrolifere aiutano a determinare esattamente dove le risorse navali europee devono essere dislocate.
In Somalia, i rapporti tra istituzioni sovranazionali e società petrolifere hanno un interessante precedente: l’intervento statunitense nell’operazione Restore Hope (dicembre 1992-maggio 1993) sarebbe nato a difesa degli interessi della compagnia petrolifera Conoco Inc. – oggi ConocoPhillips – richiamata dal governo del Puntland a riprendere il programma di investimento nel settore petrolifero interrotto in quegli anni.

Proxy Diplomacy
Se l’uso dei VPD – i militari utilizzati per la sicurezza sulle navi commerciali – pone non pochi interrogativi, non di meno sono le Private Military and Security Companies (PMSC), che solo dalle operazioni anti-pirateria guadagnano circa 52 milioni di dollari. L’unica di queste società ad avere mandato ufficiale delle Nazioni Unite è la Bancroft Global Development, alla quale l’Amisom – la missione Onu in Somalia – ha affidato parte delle operazioni contro la pirateria e il terrorismo nonché la ricostruzione dell’aeroporto di Mogadiscio.

Se la Bancroft gode del sostegno delle Nazioni Unite, altre compagnie godono di quello dei governi nazionali o, almeno, del loro silenzio. Come l’anglo-danese G4S, tra le compagnie di sicurezza private più grandi del mondo (620.000 dipendenti operanti in 125 Stati) che nell’attività anti-pirateria in Somalia – una «grande opportunità commerciale» come dichiarato da un portavoce della società all’agenzia Reuters – cerca un modo per migliorare la sua immagine pubblica, fatta di una disastrosa gestione della sicurezza delle Olimpiadi di Londra e della tortura di alcuni detenuti sotto la sua custodia nel carcere di Manung, Sud Africa, che fa parte della sempre più ampio e pericoloso business delle carceri private da tempo sotto accusa per scandali come il “Kids for Cash.

Altre compagnie di sicurezza privata vengono invece utilizzate come strumenti di politica estera dai governi interessati – per vari motivi – all’instabilità somala. Tra queste la statunitense Blackwater, la più nota e controversa di queste società alla quale la Repubblica di Gibuti ha affidato la protezione delle navi commerciali nell’area o la Sterling Corporate Service (prima Saracen International) accusata dalle Nazioni Unite di essere finanziata direttamente da Sheikh Mohammed bin Zayed Al Nahyan, principe ereditario saudita (.pdf). La società, che ha cambiato nome nel 2010, vede tra i fondatori Bill Pelser, ex appartenente alle forze speciali sudafricane che in Sierra Leone offriva i propri servigi di sicurezza privata in cambio di concessioni minerarie.

Oltre che attraverso la Blackwater – definita da un documento dell’ambasciata di Gibuti del febbraio 2009 «uno dei più ampi business americani nella zona»gli Stati Uniti si muovono in Somalia anche per procura, sfruttando gli eserciti finanziati attraverso il Foreign Military Financing (FMF). È il caso dell’Etiopia, che per frenare l’espansione dell’Unione delle Corti Islamiche ha potuto fare affidamento sulla copertura aerea nei primi mesi del 2007 e, soprattutto, sui 7 milioni ricevuti nel 2005 nell’ambito del programma statunitense, che prevede la fornitura di attrezzatura di difesa, servizi e formazione per i paesi alleati degli Stati Uniti.

Il gioco delle relazioni internazionali
Attraverso il denaro statunitense, il governo di Addis Abeba riesce a destinare fondi all’addestramento del movimento somalo Ahlu Sunnah Wal Jama’a (ASWJ), nato come al Shabaab all’interno dell’Unione delle Corti Islamiche ma, al contrario di questo, da sempre considerato vicino al Governo Federale di Transizione. Lo stesso accordo di pace di Gibuti (2008) firmato con il “Gruppo di Asmara” dell’Alleanza per la ri-liberazione della Somalia – guidato da Hassan Dahir Aweys dopo la scissione con l’ala moderata, guidata dal futuro presidente Sharif Sheikh Mohamed – viene definito illegittimo in quanto firmato da un “governo delegato”.
Il primo a riconoscere l’illegittimità del governo centrale somalo è il regime eritreo di Isaias Afewerki, che utilizzerebbe il finanziamento a movimenti armati come gli Shabaab o l’Ogaden National Liberation Front per continuare – in “delega” agli scontri ufficiali – il conflitto con l’Etiopia, conclusosi ufficialmente nel 2000.

I rapporti tra Afewerki ed al Shabaab intercorrerebbero attraverso l’ambasciata eritrea a Nairobi, dove il 21 settembre 2013 è avvenuto l’attentato al centro commerciale di Westgate rivendicato dal gruppo terroristico. Anche il governo di Mwai Kibaki, mette nero su bianco l’Onu in un rapporto del 2011, dal 2008 avrebbe pagato al Shabaab per controllare il confine con la Somalia, allo scopo di frenare il flusso dei traffici internazionali e tutelare i giacimenti petroliferi – il primo dei quali scoperto nel marzo 2012 – e soprattutto l’importante progetto del Lamu Port Southern Sudan-Ethiopia Transport (LAPSSET), il gasdotto che collegherà il paese ai giacimenti petroliferi del Sud Sudan. Il porto di Lamu, punto di arrivo del tracciato, sul quale sono stati investiti 3,5 miliardi di dollari, si trova infatti a pochi chilometri dal confine con la Somalia.

Quel che fa realmente gola ai governi stranieri nel territorio somalo sono infatti le riserve di stagno, ferro, uranio ma soprattutto quelle petrolifere dei giacimenti lungo il confine tra Somaliland e Puntland – circa 19 miliardi di barili solo a Dharoor (.pdf) – forse non così casualmente autoproclamatesi autonome.
Nel 2006, l’allora presidente somalo Abdullahi Yussuf Ahmed tentò anche di regolare il mercato delle concessioni per l’esplorazione attraverso la Somalia Petroleum Authority, gestita al 51% dal governo ed al restante 49% dalla Kuwait Energy Company e dall’indonesiana PT Medco Energy International Tbk, le due multinazionali che avevano promosso l’Authority nelle istituzioni. Il tentativo venne bloccato con la caduta del governo centrale nel 2008, permettendo ai governi autonomisti le concessioni alle società straniere per proprio conto, affidando la sicurezza a società private come la sudafricana Pathfinder Corporation, messa a protezione delle operazioni di esplorazione nel Puntland dalla canadese Africa Oil Corporation.

Al tavolo dei grandi investitori internazionali – coloro che avranno potere reale sulle politiche somale dei prossimi anni – vogliono esserci anche Gran Bretagna e Italia. Londra, che si è offerta di aiutare il governo somalo nella gestione futura degli introiti petroliferi, è attualmente (agli inizi del 2014, al momento della stesura di questo articolo ndr) al centro di uno scandalo per l’esportazione – tra aprile 2012 e giugno 2013 – di circa 44.000 armi destinate alle compagnie di sicurezza private operanti nell’Africa dell’Est ma delle quali non si conosce la reale destinazione. Il dubbio, forte, è che siano state dirottate nelle mani dei pirati. Una parte degli introiti viene assicurato a Londra dalla Oil&Gas, società con un solo penny di capitale sociale, guidata dall’ex leader del Partito Conservatore (2003-2005) Michael Howard, di cui l’attuale premier britannico David Cameron è stato consigliere e successore alla guida del partito.

L’Eni, che per bocca dell’amministratore delegato Paolo Scaroni (dal maggio 2014 sostituito da Claudio Descalzi, ndr) si è detta interessata agli idrocarburi somali, nel 2012 viene accusata insieme alla Total ed al governo keniano dal ministro dell’Energia somalo Abdullah Dool di aver saputo sfruttare la crisi somala per realizzare una serie di esplorazioni illegali sui giacimenti nelle acque somale vicine al confine keniano.
Il governo somalo, comunque, ha ormai discussioni in fase avanzata con varie multinazionali del settore per riavviare quel programma di esplorazione petrolifera abbandonato con la caduta del regime di Siad Barre nel 1991.

Non solo investimenti, invece, per il governo turco. Ankara ha infatti previsto centinaia di milioni di dollari per il rilancio economico e lo sviluppo sociale della Somalia, in aggiunta ai 250 milioni di dollari raccolti tra privati cittadini e destinati a far fronte all’emergenza carestia del 2011. L’Italia, trincerandosi dietro la mancanza di ulteriori fondi, ha versato per la stessa causa solo 800.000 euro. Il governo di Recep Erdoğan ha inoltre previsto un programma di scambio universitario assegnando 500 borse di studio a studenti universitari somali. Tale attivismo verso il continente africano ha avuto riflessi anche sul piano economico e politico internazionale: Ankara è infatti entrata nella Banca africana di sviluppo, riscuotendo i suoi crediti politici in sede Onu, quando il voto dei 54 paesi africani – che rappresentano un quarto dei membri delle Nazioni Unite – ha permesso alla Turchia di essere eletta membro non permanente del Consiglio di Sicurezza.

Il terzo principio della dinamica terrorista
Nel gioco delle relazioni internazionali di questi ultimi anni, però, non va dimenticato come la Somalia sia stata uno dei fulcri della guerra al terrore voluta da George W. Bush nella sua caccia globale ad Osama bin Laden. E qui si apre tutta un’altra storia.

Quella di un uomo, rinchiuso in uno stanzone anonimo arredato solo di una sedia, qualche telo al muro e delle corde che gli legano mani e piedi a pavimento e soffitto. Si chiama Suleiman Abdallah Salim. Viene rapito a Mogadiscio da un warlord locale nell’aprile 2003 prima di essere ricoverato in ospedale per le ferite riportate durante il rapimento. 24 ore dopo, però, quello stesso signore della guerra lo preleverà dal letto di ospedale per un viaggio che porterà Salim prima ad una detenzione di otto giorni della polizia di Nairobi e poi a Bosaso, Gibuti e infine a nord di Kabul, Afghanistan, presso il carcere segreto di Salt Pit, dove viene sottoposto a varie forme di tortura. Quattordici mesi dopo la CIA lo porta presso la sua prigione all’aeroporto di Bagram, dove rimarrà rinchiuso per quattro anni prima di essere restituito alla Tanzania – suo paese di origine – non costituendo alcuna minaccia per gli Stati Uniti.

Salim, sostengono da Washington, è un membro di Al Qaeda. E come tale entra nell’immenso buco nero del programma di lotta al terrorismo internazionale voluto dall’amministrazione di George W. Bush dopo gli attacchi dell’11 settembre. Un sistema fatto di torture, carceri segrete, rapimenti e detenzioni illegali che, a differenza di quanto avvenuto nei confronti del “terrorismo di matrice islamica” ha per anni goduto del silenzio della stampa dei “Paesi potenti”, quelli che il giornalista somalo Mohamed Abshir Waldo inserisce nel fronte della “prima pirateria.

Il signore della guerra che sequestra Salim è infatti Mohammed Dheere, fa parte di quei warlords che dal 2006 vengono finanziati con 150.000 dollari al mese dagli Stati Uniti per il loro ruolo di informatori. Signori della guerra come Mohamed Afrah Qanyare, le cui milizie nel giugno 2011 arrestano Ahmed Abdulkadir Warsame, accusato di aver fatto da intermediario in un traffico d’armi tra al Shabaab e Al Qaeda nella Penisola Araba. Warsame verrà interrogato da un gruppo congiunto di agenti della Cia, dell’Fbi e del Dipartimento della Difesa statunitense, noto come “High-Value Interrogation Group”, in una nave-prigione della Marina militare degli Stati Uniti – ce ne sarebbero 17 in tutto il mondo – ferma nelle acque internazionali tra Yemen e Somalia, lontano da organizzazioni dei diritti umani ed inchieste di giornalisti indipendenti. Tra questi ultimi un posto particolare nei “somalian’s affairs” degli Stati Uniti spetta a Jeremy Scahill, esperto di sicurezza nazionale per il quotidiano The Nation (oggi al The Intercept, ndr) ed autore di “Blackwater: The Rise of the World’s Most Powerful Mercenary Army”. È lui, ad esempio, a parlare della base segreta del Pentagon Joint Special Operation Command e di una serie di celle d’interrogatorio segrete dislocate in tutta la capitale somala.

A chi giova l’instabilità somala?
L’instabilità della Somalia, dunque, è utile ai “Paesi potenti” per lo sfruttamento delle risorse minerarie e nella lotta al terrorismo islamico. Senza contare che avere un’influenza sul potere somalo significa avere una posizione strategica per controllare l’espansionismo della Cina nel continente. Il patto con i signori della guerra somali comprati a suon di centinaia di milioni di dollari al mese – ricalcando quello che venne fatto, qualche decennio fa, con i mujaheddin afghani – è da leggersi anche sotto questa luce. Così come lo è usare la “diplomazia non dichiarata” di compagnie di sicurezza private e società di lobby come il Moffett Group, che ha un contratto come rappresentante ufficiale degli Stati Uniti presso la Banca Centrale della Somalia e un altro, per 10.000 dollari al mese, con il governo del Puntland.

Un Paese instabile significa un governo che ha bisogno dell’aiuto esterno, concesso solo in cambio di un ritorno economico, politico o strategico. Significa anche avere un governo con poco potere reale, facile da rovesciare attraverso colpi di Stato o rivolte popolari spontanee o dirette dall’esterno. Significa, infine, un governo con una voce troppo debole per chiedere conto – e risarcimento – dei danni dello sfruttamento delle risorse naturali o dello sversamento di rifiuti tossici, dei traffici internazionali o della rete di carceri illegali usati nella guerra al terrorismo. Se si concentra tutto questo in un Paese, come è stato fatto in Somalia fin dagli anni Novanta, viene quasi il dubbio che la pirateria, per i “Paesi potenti”, sia stata più una necessità che una minaccia.

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