Pirateria in Somalia: la minaccia dell’1%

Questo articolo fa parte dell’inchiesta “Somalia: dall’altro lato della pirateria” pubblicata con The Blazoned Press nel febbraio 2014

Pirateria in Somalia: la minaccia dell’1%

Un appunto su un pezzo di carta, una nave mercantile e un uomo, rinchiuso in uno stanzone anonimo arredato solo con una sedia, le corde che gli legano mani e piedi al pavimento e al soffitto e qualche telo appoggiato al muro.

La storia recente della Somalia, “Stato fallito” dal 2010, può essere raccontata partendo da uno qualsiasi di questi tre elementi. Il punto di arrivo sarà comunque uno di quei velocissimi skiff a motore che i pirati usano per attaccare le navi delle grandi compagnie mercantili che nel Golfo di Aden, Oceano Indiano, hanno trovato una rotta fondamentale per i propri affari. Mettendo in collegamento l’Europa all’Asia attraverso il corridoio che lo lega al Canale di Suez, il Golfo permette di non circumnavigare il continente africano abbattendo così i costi del commercio mondiale, che al 90% viaggia via mare. Nel 2009, per far fronte alla minaccia della pirateria somala, è stato creato nell’area l’International Recommended Transit Corridor, il corridoio di transito consigliato e controllato dalle forze militari della coalizione internazionale.

La doppia identità del capitano Phillips
Su uno di quei natanti, l’8 aprile 2009, c’era Abduwali Muse. A lui il vertice della pirateria somala – gli “investitori”, coloro che materialmente finanziano le operazioni – ha affidato il compito di guidare altri tre compagni al sequestro della porta-container Maersk Alabama, di proprietà della Maersk Line, la più grande compagnia di navigazione al mondo. Il sequestro si concluderà il 12 aprile con l’omicidio di tre pirati, la cattura di Muse – che dal 2011 sconta una condanna a 33 anni e nove mesi per pirateria nel carcere statunitense di Terre Haute, Indiana – ed il salvataggio del capitano Richard Phillips.

La vicenda ha avuto nel 2013 una trasposizione cinematografica, per la regia di Paul Greengrass (Bloody Sunday, United 93) e Tom Hanks a dare il volto a quell’eroico capitano che poco ha a che fare con il vero Phillips, descritto come “ipocrita” dal suo stesso equipaggio e con il quale – hanno raccontato alcuni dei membri dell’Alabama durante il processo intentato contro la società – nessuno voleva lavorare.

Per approfondire:
Come si crea l’opinione pubblica. Hollywood, la Cia e la politica estera statunitense, Patrick Mougenet, Carmillaonline, 17 gennaio 2004

Il miglior modello di business
Tra il 2005 ed il 2012 la pirateria somala – che l’Harvard Business School definisce il «miglior modello di business del 2010» – realizza 179 sequestri, dai quali secondo la Banca Mondiale incassa tra i 339 ed i 413 milioni di dollari. Il suo peso concreto sul commercio globale è però molto più modesto di quanto non sembri, in quanto i sequestri hanno interessato meno dell’1% delle navi transitate attraverso il Golfo di Aden.
5 miliardi all’anno è, invece, l’incidenza della pirateria sull’economia globale se si tiene conto di tutti i costi che proprietari dei carichi e società armatrici devono sostenere tra assicurazione – in particolare la cosiddetta clausola “Kidnapping & Ransom” – sicurezza, consulenti ed eventuali negoziatori.

Agli inizi del nuovo millennio il “modello” è ancora alla sua fase embrionale. I pirati – 1.500 in tutto, meno dei militari inviati dall’Italia per l’operazione “Ibis” del 1992-1993 – sono solo pescatori che vedono collassare l’industria peschiera, seconda risorsa del Paese, ed aumentare i devastanti effetti sociali, ambientali ed economici del patto “armi per rifiuti tossici” che i signori della guerra locali in lotta per la successione al regime di Mohammed Siad Barre stipulano con alcuni Paesi ricchi, tornato letteralmente a galla con i fusti velenosi che lo tsunami del 2004 – 300 morti e circa 18.000 famiglie colpite – rideposita lungo i 3.300 chilometri della costa somala.

Quello che avviene non è niente di diverso da quanto accade nelle economie occidentali in crisi: le scarse opportunità di lavoro si traducono in riduzione dei salari e scivolamento dei lavoratori verso sistemi illegali ad alto guadagno contrapposti a sistemi istituzionali deboli o assenti.
Con 600 dollari di reddito pro capite annuo, i 30.000 dollari indicati dalla Banca Mondiale come guadagno minimo di una operazione di sequestro (10.000 per i servizi di traduzione annessi) rappresentano un forte stimolo per i “fanti” – come vengono chiamati i pirati operativi – allo stesso modo in cui, nei Paesi ricchi viene applicata la “coscrizione dei poveri”.

Pirati: criminali o benefattori?
La pirateria, dunque, non sarebbe altro che l’evoluzione di quei primi gruppi di pescatori organizzatisi come vere e proprie guardie costiere contro lo sversamento dei rifiuti tossici e la pesca illegale, non regolata e non dichiarata (INN) realizzata dai grandi pescherecci stranieri – in alcuni casi grazie ai fondi dell’Unione Europea – fin dai primi anni Novanta. Il contributo dato allo sviluppo economico delle città, proviene però anche dalla necessità dei pirati di riciclare in attività legali il denaro dei riscatti e delle altre attività illecite nelle quali sono coinvolti. Nel solo Eastleigh, il quartiere di Nairobi noto come “Little Mogadiscio”, attraverso sistemi di economia informale come l’hawala vengono ripuliti ogni anno circa 400 milioni di dollari.
In alcuni casi, però, l’evoluzione ha significato la formazione di veri e propri gruppi criminali, che ai sequestri – compresi quelli di cooperanti e turisti sul territorio somalo – hanno affiancato attività criminali classiche come il traffico di droga, di armi e di esseri umani.

Pirati Connection
Dal punto di vista della struttura criminale, i pirati somali non hanno niente di diverso dalle organizzazioni criminali dei paesi industrializzati, dove una manovalanza con scarso livello di istruzione esegue gli ordini di ex pescatori che hanno fatto carriera, signori della guerra o personaggi al limite tra pirateria e terrorismo che si muovono all’interno dei propri feudi, da paesi come Kenya, Dubai e Libano o seguendo le rotte della diaspora, che grazie alle rimesse rappresenta il principale sostentamento per la Somalia insieme agli aiuti della comunità internazionale. Dalla sola Gran Bretagna, ad esempio, partono in rimesse tra i 300 ed i 500 milioni di dollari l’anno (.pdf), che permettono di acquistare cibo, medicinali ed istruzione scolastica.

Secondo il Gruppo di Monitoraggio Eritrea-Somalia delle Nazioni Unite, alcuni appartenenti alla diaspora sarebbero però collegabili sia alla pirateria – come per il sequestro delle navi italiane Rosalia D’Amato ed Enrico Ievoli del 2011 – che ad al-Shabaab (“la gioventù” in arabo). A fare da tramite in quest’ultimo caso personaggi come Mohamed Sheikh Osman, ex imam dell’Abubakar As-Saddique Islamic Center di Minneapolis, dove è stato accusato di cercare reclute e fondi per il gruppo terrorista islamico. Oggi Osman sarebbe legato ad Hassan Dahir Aweys, tra i più importanti leader dell’Unione delle Corti Islamiche fino agli accordi di pace di Gibuti del 2008, quando il movimento – creato per fronteggiare gli attacchi dei signori della guerra nel 2006 – si divise tra un’ala moderata alleatasi con il Governo Federale di Transizione guidata dall’ex Presidente (2009-2012) Sharif Sheikh Mohamed e gli Shabaab, l’ala più estremista affidata ad Aweys, referente di Al Qaeda nel Paese. Non stupisce, dunque, che nel 2012 Ayman al Zawahiri abbia reso ufficiale l’ingresso del gruppo somalo nel network terrorista da lui guidato.

Da pescatori a criminali “globali”. Nascono i “cartelli” pirati
Il “miglior modello” individuato dall’HBS nel 2010 si è evoluto negli anni da un sistema “artigianale” a bassissima percentuale di attacchi portati a termine a network strutturato in cui le operazioni vengono gestite sia in mare che a terra, attraverso milizie collegate ad uno stesso gruppo di finanziatori che guadagnano tra il 25 ed il 75% dal sequestro, in base a quanti investitori – la Banca Mondiale ne individua in tutto 59 – compongono il vertice del gruppo.

Insieme, i 59 controllano un totale di sette gruppi, di cui due identificabili come veri “network criminali globali”. Il primo è il National Volunteer Coast Guard – la guardia costiera che ferma la Maersk Alabama nel film di Paul Greengrass – guidato da Ciise Yulux, al comando di circa un centinaio di uomini equipaggiati con i pick-up Toyota (l’”Ak-47 dei veicoli”) che, dotati di armi semiautomatiche, costituiscono uno dei più noti aspetti delle guerre nei Paesi del cosiddetto Terzo Mondo. Fino al 2008 nel NVCG c’era anche Abdi Mohamed Mahamoud Hussein, noto tra gli altri anche come Mohamed Garaad. Catturato in seguito al fallito sequestro della Xiang Hua Men – bandiera panamense e proprietà cinese – e da quel momento in carcere in Iran, è considerato tra i migliori organizzatori e finanziatori di pirati del Puntland. Oltre alla guardia nazionale volontaria le sue armi ed i suoi fondi hanno dato vita ai cosiddetti “Marines somali”, considerati il più potente e pericoloso tra i gruppi organizzati di pirati. I “Marines” sarebbero una sorta di “trust” della pirateria, composto di 13 gruppi ciascuno guidato da un “sottotenente” che, prima del suo arresto, rispondeva direttamente a Garaad.

Secondo le accuse della Banca Mondiale, nei primi tre mesi del 2012 Yulux avrebbe fornito armi e denaro a gruppi di militanti del terrorismo internazionale legati ad al-Shabaab e ad Al-Qaeda nella Penisola Araba, facendo passare entrambi i flussi attraverso lo Yemen, punto di arrivo e partenza di commerci legali (bestiame) ma anche dei traffici internazionali e passaggio obbligato per chi va in cerca di fortuna verso l’ Arabia Saudita, che nel novembre 2013 – riporta un articolo in inglese dell’agenzia Inter Press Service – ha arrestato più di 4.000 lavoratori migranti irregolari.

Il traffico di migranti – che ha fruttato ai trafficanti tra gli 11 ed i 12,5 milioni nel 2012 secondo i dati del Regional Mixed Migration Secretariat (.pdf) – parte da città come Mareero, Qaw ed Elayo, dal 1998 territorialmente appartenenti al territorio autonomo del Puntland. È qui che negli anni Novanta la cooperazione internazionale costruisce l’autostrada Garoe-Bosaso – che collega la capitale amministrativa con quella commerciale – al quasi esclusivo scopo di interrare i rifiuti tossici.


(dal minuto 2:32)

Fonti locali raccontano che ogni notte, per qualche centinaio di dollari a viaggio, i trafficanti aspettano migranti in fuga dalla Somalia o dai paesi limitrofi per portarli dall’altra parte del Golfo di Aden, verso lo Yemen o Gibuti. È sulla loro pelle che trafficanti e pirati hanno stipulato un vero e proprio patto, con i primi che affittano le loro imbarcazioni in cambio del 15% del riscatto ottenuto da eventuali sequestri svolti con quelle imbarcazioni.
A fare da cerniera tra i due gruppi criminali personaggi come Asha Ali Jawanieh, che le Nazioni Unite identificano come trafficante e reclutatrice per i pirati o come Ali Omar Abderahman, coinvolto in vari sequestri e nel traffico di droga.

Per approfondire: Traffico di esseri umani, una rete criminale dal Corno d’Africa al Golfo, Irene Tuzi, Pressenza International Press Agency, 29 aprile 2013

Il traffico di droga ruota intorno al qat, un’anfetamina naturale che i pirati assumono prima dei sequestri in quanto capace di eliminare fame e fatica. Prodotto in Kenya – 100 tonnellate a settimana è il carico assicurato dalla lavorazione ad Eashleigh – viene poi commercializzato sia nel mercato interno che verso l’estero, soprattutto verso la Gran Bretagna, che ne ha reso illegale il consumo solo agli inizi del 2014. 400 milioni di sterline è il valore del mercato locale, che coinvolge principalmente giovani disoccupati di origine somala o etiope.

Il traffico di armi vede invece un diretto coinvolgimento dell’Italia. Come si apprende dalla relazione della Direzione nazionale antimafia del 2011, tra luglio 2010 e giugno 2011 le Procure di Bologna e Torino hanno indagato su un traffico di pezzi di materiali di armamento dual-use tra il porto di San Vitale di Ravenna e Mogadiscio destinati ad al Shabaab attraverso i pirati somali e ad altri Paesi africani in lotta come il Rwanda o il Mali.
Dal porto di Ravenna sarebbero arrivate in Somalia le armi utilizzate nel 2009 dai pirati per il sequestro della Bucaneer, appartenente all’armatore ravennate Micoperi Contractors, per il cui rilascio l’Italia ha pagato un riscatto di 13 milioni di euro, più altro denaro inviato attraverso la cooperazione italo-somala sotto forma di aiuti al governo somalo. L’accusa fatta dai pirati – smentita dalla società – era che la nave trasportasse rifiuti tossici.

Stando ad un documento confidenziale del 2009 delle Nazioni Unite nel traffico di armi sarebbe coinvolto a vario titolo anche Omar Said Munye, il cui nome compare negli appunti di Ilaria Alpi in quanto titolare della Shifco, la compagnia di pescherecci donati dalla cooperazione italiana al regime di Siad Barre. Munye, secondo l’Onu, nel 1992 avrebbe fornito le navi per un traffico di armi tra la Polonia e la Somalia al trafficante Monzer al Kassar.
Munye, continua il rapporto dell’Onu, sarebbe diventato uno dei capi della pirateria al solo scopo di terrorizzare gli altri pescatori e mantenere il monopolio sul mercato.

L’anti-pirateria militare e quella finanziaria
Se si guarda alla pirateria somala dal punto di vista militare, la parabola è ormai nel pieno della sua fase discendente. Secondo il Piracy Reporting Center dell’International Maritime Bureau, su un totale di 264 attacchi registrati nel mondo nel 2013 solo 15 sono stati realizzati dai pirati somali. Niente rispetto ai 237 attacchi realizzati nel 2011, l’anno di espansione massima del fenomeno.

Il merito della disfatta viene dato all’ingente sforzo militare portato da governi, Unione Europea e Nazioni Unite, presenti entrambe con una propria operazione.
Nel 2008 Bruxelles – primo donatore internazionale della Somalia – istituisce l’operazione Atalanta, gestita dall’European Naval Force (EUNAVFOR) con il compito di difendere le navi del programma alimentare mondiale dalla pirateria. Per far questo ha stanziato fino all’anno scorso un totale di 1,2 miliardi di euro, dei quali 521 milioni per lo sviluppo e 697 per la sicurezza. Altri 650 milioni sono stati destinati, per il prossimo triennio, al “Somali Compact”, parte del programma “New Deal for Fragile States” sottoscritto nel 2011.
Nel 2009 all’operazione Atlanta è stata aggiunta l’operazione Ocean Shield delle Nazioni Unite, dotatasi il 16 dicembre 2008 del Contact Group on Piracy of the Coast of Somalia (CGPCS), di cui fanno parte tutti i Paesi e le organizzazioni coinvolte nella lotta alla pirateria. Dal gennaio 2010 il Segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki Moon ha messo a disposizione del gruppo un fondo fiduciario che al dicembre 2012 era di 16,5 milioni di euro, distribuiti in 27 progetti.

Entrambe le operazioni fanno inoltre affidamento sui Nuclei militari di protezione (Vessel Protection Detachments in inglese), che l’Italia istituisce con il decreto legge di proroga delle missioni internazionali delle forze armate del 2011 e forma con personale della Brigata San Marco, unità di fanteria della Marina Militare.
È questo disegno di legge, approvato solo dopo la firma di un protocollo con la Confederazione italiana armatori (Confitarma, principale associazione di categoria), che ha portato alla vicenda di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, i due marò di scorta alla petroliera Enrica Lexie in carcere in India dal 2012 con l’accusa di aver ucciso due pescatori.

Al di là delle polemiche sul caso specifico, l’impiego di personale militare su navi di armatori privati pone tutta una serie di questioni di natura giuridica, come la catena di comando da seguire a bordo o i rapporti politici ed economici tra settore pubblico e società private. Secondo James Brown del Lowy Institute infatti, «La vera domanda è: di chi è la competenza a risolvere le controversie che coinvolgono navi commerciali con a bordo militari?».

L’inconfutabile efficacia delle azioni anti-pirateria non basta però a spiegare i motivi che hanno spinto verso il basso il numero di sequestri realizzati dai pirati. I rapporti con reti del terrorismo internazionale e l’ingresso di alcuni investitori nelle rotte dei traffici internazionali hanno dato ai vertici della pirateria somala le chiavi per entrare nella criminalità dalle mani curate, potendo contare su colletti bianchi abili a pulire il denaro dei sequestri tra settore immobiliare, false fatturazioni, money transfer – facilitato dai sistemi informali – e sistemi bancari ufficiali, soprattutto quelli di Dubai e Gibuti.
Quando la comunità internazionale ha provato ad indagare nei flussi finanziari, il risultato ha avuto effetti controproducenti. Il caso, emblematico, è quello della Al-Barakat Bank of Somalia, fondato nel 1986 e fino al 2001 principale sistema per lo spostamento delle rimesse somale attraverso le 40 filiali sparse per il mondo. Il 7 novembre 2001 George W. Bush ne annuncia la chiusura – insieme ad un’altra struttura finanziaria, Al Taqwa – perché «elementi concreti ed attendibili» dimostravano come entrambe finanziassero Al Qaeda.
L’unico risultato ottenuto – tutte le accuse cadranno anche in sede giudiziaria – sono stati i 25.000 lavoratori somali licenziati in seguito alla chiusura della più grande società che ci fosse all’epoca in Somalia.

Un Commento

  1. Pingback: Le opportunità nascoste dietro la pirateria in Somalia | Il Dettaglio - Il blog di Andrea Intonti

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