I padroni della cybersorveglianza

Multimiliardario e poco mediatizzato, il mercato dei sistemi per la cybersorveglianza rappresenta uno degli esempi perfetti della doppia morale dell’Occidente, che denuncia la repressione di quegli stessi regimi autoritari a cui le società private occidentali vendono software per la sorveglianza online

I Padroni della Cybersorveglianza

È il 1993, nella cittadina di Niagara Falls (Stato di New York) R.J. Hacker, proprietario della “Hackers Dynamics” realizza una vera e propria fiera per la svendita di armi – il core business della società – per far fronte alla crisi di vendite e in protesta contro la decisione del Presidente degli Stati Uniti di non portare il Paese in guerra, tenendo così bloccato uno dei settori più importanti e meno etici della (reale) economia mondiale.
La “Hackers Dynamics” infatti è una creatura della mente di Michael Moore, che la utilizza nei primi minuti di Operazione Canadian Bacon del 1993, suo primo film di finzione di cui sono però vere – come recita uno degli ultimi fotogrammi di Le mani sulla città (Francesco Rosi, 1963) – «la realtà sociale e ambientale che li produce».

Se quella messa in atto dal caustico regista statunitense è una finta fiera, è però ipotizzabile che l’attività di questa fiera non sia tanto diversa da quanto avviene durante le esposizioni dell’ISS World, della Technology Against Crime o di Milipol, dove si incontrano domanda e offerta di strumenti di repressione informatica, mettendo allo stesso tavolo regimi autoritari e società private (soprattutto) occidentali. È così che fa affari la multimiliardaria – e quasi completamente sconosciuta – industria della cybersorveglianza.

È il Rapporto 2014 sui “Nemici di Internet” di Reporter Senza Frontiere a parlare per la prima volta di queste fiere, legittimate dall’Intesa di Wassenaar del 1996. Con quaranta Paesi aderenti, questo accordo ha lo scopo di regolare e rendere più trasparente l’export di armi convenzionali, materiali e tecnologie “dual-use (impiegabili cioè sia per scopi civili che militari) e nel caso specifico degli strumenti di cybersorveglianza prevenire – o commettere – atti criminali, a seconda della clientela.
Dalla fine del 2013 nell’Intesa sono state inseriti anche software di intrusione e sistemi di sorveglianza delle reti IP.

2.740 rappresentanti di 1.507 enti provenienti da 110 Paesi diversi: sono le cifre relative all’edizione 2012 – gli ultimi disponibili – dell’Intelligence Support System World, nota anche come ISS World, fiera che si tiene in varie parti del mondo (da giugno 2015 a marzo 2016 si svolgerà in momenti diversi tra Praga, Johannersburg, Washington, Città del Mesico, Kuala Lumpur e Dubai) in cui gli unici a non trovare posto sono i giornalisti.
Non appare un caso che nel 2011 Jerry Lucas – CEO di TeleStrategies, società che organizza l’esposizione – evidenziasse a Ryan Gallager del quotidiano britannico The Guardian come il suo lavoro non fosse

Determinare quali sono i paesi cattivi e quali i paesi buoni. Non sono affari nostri, noi non siamo politici, siamo una società a fine di lucro(…)Puoi vendere auto ai ribelli libici, e queste auto e camion sono usati come armi. La General Motors o la Nissan dovrebbero chiedersi “come questo camion verrà usato?” Perché non andate oltre i produttori di auto? È un mercato aperto. Non puoi fermare il flusso degli strumenti di sorveglianza

Nelle parole di Lucas – la cui fiera è sponsorizzata dalle principali compagnie dell’industria della cybersorveglianza globale – è evidente la posizione “a moralità variabile” dell’Occidente: dove i governi denunciano le società fanno affari, agitando bandiere con gli stessi vessilli.

Esempio lampante di questa doppia morale è la Francia, che da Paese membro dell’UE impone sanzioni a regimi autoritari come quello della Bielorussia o dell’Eritrea pur ospitando nel 2013 due delle tre grandi fiere, cioè Milipol e Technology Against Crime, organizzata quell’anno a Lione su iniziativa di Manuel Valls – all’epoca ministro dell’Interno francese ed oggi Primo Ministro – e dal presidente dell’Interpol Mirelle Ballestrazzi e che vede tra gli sponsor anche l’Unione Europea.
Alla presenza di circa venti ministri, 400 esperti internazionali, funzionari delle forze dell’ordine, scienziati e rappresentanti delle società hi-tech, nel meeting di Lione sono stati oggetto di dibattito – come si legge in una nota dell’Interpol – argomenti come la «lotta al crimine internazionale e la sicurezza delle frontiere» o la «protezione dei diritti fondamentali e delle libertà».
Diritti e libertà al centro degli interessi (economici) delle società che partecipano a queste fiere, soprattutto negli strumenti venduti per la loro repressione.

[1 – Continua]

Questo articolo fa parte dell’inchiesta I Padroni della Cybersorveglianza, pubblicata (in versione ridotta) sul numero di settembre 2015 del mensile Altreconomia

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