Chi controlla i padroni della cybersorveglianza?

Chi controlla i padroni della cybersorveglianza?

La censura non dovrebbe essere in alcun modo accettata da nessuna società del mondo. E in America, le società americane hanno bisogno di prendere una posizione di principio

A pronunciare queste parole, durante una conferenza sulla libertà di internet tenutasi nel 2011 in Olanda, l’allora Segretario di Stato statunitense Hillary Rodham Clinton. Una dichiarazione a cui ha fatto seguito una spesa di 20.000.000 di dollari in software e tecnologie che aiutassero i cittadini del Medio Oriente ad aggirare la censura dei governi dell’area.

Da un lato, dunque, gli Stati Uniti danno ospitalità ad una buona parte delle società della cybersorveglianza, senza le quali i governi autoritari – spesso presenti nelle blacklist economiche statunitensi – non potrebbero monitorare e incarcerare attivisti, oppositori e giornalisti indipendenti. Dall’altro lato il governo statunitense finanzia con denaro pubblico ricerca e sviluppo di software contro quella stessa censura. È qui che si manifesta in tutta la sua ampiezza la doppia moralità occidentale, grazie alla quale i produttori di sistemi di repressione – ma il discorso può allargarsi all’intera industria delle armi – finanzia attraverso il pagamento delle imposte programmi per l’inclusione sociale, in ambito sanitario o in quello dell’educazione delle fasce più povere della popolazione.

Il cyberlobbismo
Un interessante articolo di Tim Shorrock, pubblicato a maggio su The Nation pone l’attenzione sulla creazione di una nuova classe sociale che, negli Stati Uniti, si sta formando grazie ai profitti dell’industria della cybersorveglianza: i «professionisti della cyberintelligence», un sistema lobbistico in cui a muoversi tra settore pubblico e privato sono stati – forse non a caso – molti funzionari dell’Amministrazione di George W. Bush. Tra questi l’ex generale Keith Alexander, il più longevo direttore dell’NSA (2005-2014) oggi a capo della IronNet Cybersecurity, nata per «fornire un approccio innovativo alla cybersicurezza basato su tecnologia avanzata, ingegneria d’avanguardia e analisi di esperti», come si legge sul sito internet della società.
A rappresentare l’archetipo del lobbismo della cybersorveglianza è sicuramente il Chertoff Group, uno dei gruppi lobbistici pro-sicurezza più grandi e potenti di Washington. Formato da Michael Chertoff, direttore della CIA dal 2006 al 2009 e dall’ex vicesegretario alla Sicurezza Nazionale (2005-2009) Michael Hayden, il CG può contare sull’esperienza di Charles E. Allen e Paul Schneider, rispettivamente vice di Chertoff al Dipartimento per la Sicurezza Nazionale e responsabile dell’intera contrattazione dell’NSA durante la direzione Hayden. Sia Chertoff che Hayden, inoltre, siedono nei consigli di amministrazione di alcuni tra i principali contractors dell’agenzia per la sicurezza nazionale.

Un ruolo importante viene inoltre giocato nei rapporti con il mondo dei media – anch’esso pilastro dell’azione lobbistica – soprattutto per la necessità di creare un contesto adatto al proliferare dell’industria della cybersorveglianza.
Matthew Glen Olsen, ex avvocato del Dipartimento di Giustizia ed ex direttore (2011-2014) del National Counterterrorism Center – agenzia governativa che coordina tutte le attività anti-terrorismo degli Stati Uniti sia in patria che all’estero – è oggi commentatore per ABCNews, mentre Michael Hayden ricopre lo stesso ruolo per la tv via cavo. Volto pro-cybersorveglianza di FoxNews è invece l’ex generale John “Jack” Kane, analista militare della televisione della destra americana nonché, tra gli altri incarichi, membro del consiglio di amministrazione della General Dynamics, società con vari contratti in essere con l’NSA e dalla quale l’ex generale riceve 250.000 dollari l’anno tra profitti e premi. Denaro che va ad aggiungersi ai guadagni derivanti dal suo ruolo di consulente e lobbista “di fatto”, non essendo infatti registrato nel Lobbying Disclosure Act – la normativa che regola l’attività dei gruppi lobbistici statunitensi – in quanto, a suo dire, questa attività sarebbe al di sotto dei limiti di legge necessari per la registrazione.

Attraverso personalità come Kane, Olsen o Hayden – o i loro emuli negli altri Paesi – l’industria della cybersorveglianza globale riesce a portare avanti il suo compito, puramente politico, di giustificare la propria esistenza e lo spostamento di fondi pubblici per l’acquisto dei prodotti per la sorveglianza online grazie alla creazione di un “frame securitario”, cioè la creazione – o l’accrescimento – di una minaccia per la sicurezza nazionale che può essere impellente o a medio-lungo termine, ma la cui risoluzione non può essere ulteriormente ritardata. Una mediatizzazione di minacce più o meno reali che ricorda in parte la teoria dello shock di Naomi Klein e che, come scrivono Barry Buzan, Ole Wæner e Jaap De Wilde nel libro Security: A New Framework For Analisys (1998, pag.21):

apre una strada per lo Stato per mobilitare, od ottenere poteri speciali, per gestire questa minaccia

Chi controlla i controllori?
Poteri speciali che sono più facili da ottenere se, oltre al frame securitario, anche le condizioni politiche sono favorevoli.
In risposta alle rivelazioni sul sistema della sorveglianza globale rese da Edward Snoden (il “Datagate”), Barack Obama crea un comitato di esperti “esterni” a cui affidare la valutazione dell’operato NSA. Il comitato è composto dall’ex agente CIA e consulente per l’intelligence durante il 9/11 Michael Morrell; da Richard Clarke che ha servito le ultime tre amministrazioni in qualità di consulente e coordinatore nazionale per la sicurezza e la lotta al terrorismo; Peter Swire, passato dal dare consulenze sulla privacy a Bill Clinton a consigliere economico di Obama e Cass Sunstein – professore di diritto ad Harvard e capo dell’Ufficio dell’Informazione e delle Regole – che in un articolo del 2008 evidenziava la necessità di infiltrare i gruppi non solo con agenti sotto copertura ma anche attraverso un’attività online fatta di controllo e infiltrazione di chat room e social network e la creazione di voci “indipendenti” e stipendiate dall’intelligence statunitense.

Non va meglio neanche nelle due commissioni parlamentari che al Congresso e al Senato si occupano di controllare abusi, sprechi e frodi nell’intelligence. Entrambe si sono poste in forte opposizione a qualsiasi ipotesi di riforma che non andasse verso una maggior segretezza delle operazioni dell’intelligence. Il motivo lo si capisce dai dati forniti da MapLight, una organizzazione indipendente che studia l’influenza del denaro sulla politica: tutti i membri delle due commissioni hanno ricevuto fondi da contractors dell’intelligence per 3,7 milioni di dollari dal 2005 al 2013 attraverso vari sistemi di finanziamento elettorale, tra cui PACs e lobbisti. I più premiati sono stati due senatori democratici del Maryland: Charles Albert “Dutch” Ruppersberger (363.000 dollari di contributi) e Barbara Mikulski (210.150 dollari).

Giudici e imputati
L’industria della cybersorveglianza online, che opera tanto a favore della repressione governativa quanto di quella delle grandi corporations – su cui il Center for Corporate Policy ha realizzato un interessante approfondimento (.pdf) – opera in un sistema non regolato, basti considerare che molte delle tecnologie vendute in questo business non rientrano in alcuna blacklist.

Secondo la Convenzione di Budapest (.pdf) del 2001 (ratificata nel 2004 e con più di novanta aderenti tra Paesi firmatari e ratificatori) governi e società che operano per la cybersorveglianza potrebbero essere portati in tribunale per l’uso del cyberspionaggio e l’aiuto dato ai regimi autoritari. Entrambi hanno infatti violato vari articoli della convenzione, dal divieto di accesso illegale ai sistemi informatici (art.2) all’intercettazione «abusiva» di dati informatici (art.3) fino all’abuso di codici che permettono l’accesso ad un sistema informatico (art.6).
Ma ad essere incriminati – soprattutto sotto il governo Obama – sono i whistleblowers come Edward Snowden o Bradley Manning (ora Chelsea). Una necessità facilmente esplicabile se si considera che per l’industria della cybersorveglianza – tanto privata quanto pubblica – giudici e imputati sono le stesse persone e istituzioni.

[5 – Fine]
[4 – I padroni della cybersorveglianza e quel modello di business chiamato repressione]
[3 – #HackedTeam, anche l’Italia tra i padroni della cybersorveglianza]
[2 – Dangerous Liaisons: i rapporti pericolosi tra profitto e cybersorveglianza ]
[1 – I Padroni della Cybersorveglianza]

Questo articolo fa parte dell’inchiesta I Padroni della Cybersorveglianza, pubblicata (in versione ridotta) sul numero di settembre 2015 del mensile Altreconomia

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: