Data Brokers (1) – il mercato dei Big Data

Data Brokers (1) – il mercato dei Big Data

Argomenti come il filtraggio dei contenuti su internet – che è possibile approfondire grazie al lavoro di organizzazioni come la OpenNet Initiative che si prefigge il compito di «indagare, smascherare e analizzare il filtraggio di internet e delle prassi di sorveglianza in modo credibile e non di parte» – l’autarchia digitale o la cybersorveglianza trovano pochissimo spazio sui media, nonostante il peso politico ed economico del controllo dall’alto di internet, indipendentemente dal grado di democraticità del governo controllore.

Se attraverso il Datagate Edward Snowden ha mostrato il lato “cattivo” della cybersorveglianza globale, il frame di un uso illecito del potere di intelligence da parte della National Security Agency (e dei suoi omologhi in giro per il mondo) ha però oscurato una questione ancor più rilevante nella nostra vita quotidiana: il potere di controllo sui nostri dati personali.

Nel 2012 l’allora Commissario europeo per l’agenda digitale Neelie Kroes definisce i dati come il «nuovo petrolio», evidenziando in un’intervista rilasciata a Laurent Nicolas di Eurobull.it

i dati sono le materie prime per le aziende che lavorano nel settore dell’informazione, proprio come il petrolio è la materia prima per le industrie dei carburanti e della plastica. [I dati sono ovunque, costano poco e possono portare sostanziosi guadagni sia in termini di servizi sia in termini di ritorni finanziari](…)Rendere i dati accessibili permette di offrire servizi migliori, perché aumenta la possibilità di processi di policy-making basati sull’evidenza e di utilizzare informazioni provenienti dagli stessi utenti

Ma cosa succede quando anche i nostri dati personali diventano beni vendibili?
Accade che quella dei “data brokers” diventa un’industria multimiliardaria, le cui società si fanno concorrenza in un mercato non trasparente e non regolamentato (o non regolamentato in maniera adeguata) nel quale le grandi aziende possono conoscere tutto degli utenti online, sorvegliandoci attraverso ricerche sul web o sui social network, senza che a noi sia dato lo stesso potere di controllo. E tutto questo non deriva da forme di coercizione stile “1984” di Geroge Orwell, bensì dalla seduzione della gratuità dei servizi digitali, a cui si aggiunge la cosiddetta sindrome “Fomo”, acronimo di “Fear of Missing Out”, la paura di essere tagliati fuori da qualcosa che gli altri fanno e che – guardando attraverso i social networks – ci appare più interessante rispetto a quello che stiamo facendo noi.

Il mercato dei Big Data – in soldoni, il commercio che ruota intorno alle nostre informazioni – ha avuto nel giro di pochissimi anni una crescita impressionante, passando dai 5 miliardi di dollari del 2012 agli oltre 53 miliardi previsti nel 2017. Grazie ai dati della società di analisi Wikibon, nel 2013 la rivista statunitense “Forbes” ha realizzato una infografica sulla ”Galassia” delle società operanti nel settore.

Data Brokers

Dentro i Big Data ci sono le nostre abitudini digitali: i siti che visitiamo, le ricerche che facciamo sui motori di ricerca o su Google Maps, quello che scriviamo sui blog o leggiamo su Facebook e Twitter così come i dati relativi ai nostri spostamenti. I siti si ricordano di noi attraverso i cookie, file contenenti un numero seriale che ci identifica in un database contenente le nostre informazioni di login (i cosiddetti “cookie tecnici”) o utilizzato per scopi commerciali (c.d. “cookie di profilazione”, al centro di una controversa quanto inutile legge in vigore in Italia dallo scorso 2 giugno).
I big data rappresentano la moneta con cui paghiamo la gratuità di internet. In rete non possiamo cambiare canale in attesa che finisca la pubblicità, come possiamo fare con la televisione commerciale. E quel che è peggio, la pubblicità in tv non ha mai eroso la nostra privacy (al massimo ha influenzato le nostre scelte come consumatori). Scriveva a tal proposito Evgenji Morozov in un articolo pubblicato ad aprile sul Guardian (.pdf alla traduzione italiana)

Veniamo fregati due volte: la prima quando cediamo i nostri dati in cambio di servizi relativamente banali, la seconda quando quegli stessi dati vengono usati per organizzare la nostra esistenza in modo assai poco trasparente e desiderabile. Questo secondo aspetto, che considera i dati come unità di scambio, non è stato ancora pienamente compreso. Ma, di fatto, è la capacità di sfruttare idati per modellare il nostro futuro a trasformare le informazioni in uno strumento di dominio. Mentre il denaro è anonimo, i dati non sono altro che una rappresentazione della vita sociale

Attraverso l’uso indiscriminato dei dati personali a fini commerciali ad esempio il colosso statunitense per la vendita al dettaglio Target – che nel gennaio 2014 ha subito un attacco hacker che ha violato 70 milioni di carte di credito e debito, rubandone i dati – ha potuto inviare una serie di coupon di prodotti per la gravidanza e la maternità ad un’adolescente ancor prima che il padre della ragazza sapesse della cosa. La società non aveva fatto niente di illegale, aveva semplicemente controllato gli acquisti online realizzati dalla futura mamma.
Ancora, in Olanda i dati relativi alle abitudini di guida dei cittadini sono stati venduti dalla TomTom alla locale polizia, che li ha usati per multare gli automobilisti, anche attraverso una disposizione più intelligence degli autovelox. La stessa società olandese offre peraltro soluzioni telematiche alle compagnie assicurative che offrono servizi Usage Based Insurance (UBI) basate sullo stile di guida e volte a far adottare agli automobilisti un atteggiamento più sicuro al volante, premiandoli con assicurazioni più basse anche di qualche centinaio di dollari. A patto di venire perennemente sorvegliati e di lasciare la vasta quantità di dati che la UBI genera in mano alle stesse assicurazioni.

Data Brokers (1) – il mercato dei Big Data

[4 – Continua]
[3 – Autarchia digitale, dal Great Firewall cinese all’halal internet ]
[2 – Datagate, il ruolo poco noto dell’Italia]
[1 – I padroni dei dati online]

  1. Pingback: Algocrazia: il potere politico degli algoritmi | Il Dettaglio - Il blog di Andrea Intonti

  2. Pingback: Data Brokers (2) – Profilazione&Intelligence | Il Dettaglio - Il blog di Andrea Intonti

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