Algocrazia: il potere politico degli algoritmi

Algocrazia: il potere politico degli algoritmi

Nonostante i tentativi di rendere internet “halal – ed al di là di come la si pensi su queste forme di autarchia digitale – è indubbio che la governance di internet, cioè il controllo sulla società digitale di cui tutti facciamo ormai parte, non dipenda più dal potere democraticamente eletto ma da un insieme di grandi imprese (per lo più statunitensi) che, evidenzia Rebecca MacKinnon in “Consent of the Networked. The Worldwide Struggle For Internet Freedom”, edito da Basic Books nel 2012 (pag.28)

Nessuno ha votato e che non possono essere controllate in alcun modo da parte dell’interesse pubblico. Quando ci registriamo a servizi web, piattaforme di social network, servizi di banda larga o reti mobili senza fili e clicchiamo su «accetta» nelle condizioni [di utilizzo] del servizio, stiamo dando [a queste società, ndr] un consenso falso e disinformato per [farle] operare a loro piacimento

In questo sistema – che andrà sempre più a peggiorare grazie all’introduzione di trattati come il Transatlantic Trade and Investment Partnership (Ttip) o il Trade in Service Agreement (Tisa), che limiteranno fortemente il potere di controllo del potere pubblico sulle imprese private – grandi società come Google e Facebook esercitano un potere sempre più politico (forte quanto quello del settore petrolifero e in grado di generare un valore pari al Prodotto Interno Lordo della Spagna), affidando il controllo del potere digitale ad algoritmi e “scatole nere”.

Sono gli algoritmi, oggi, a decidere cosa dobbiamo sapere durante le nostre ricerche online – con l’algoritmo di Google a farla da padrone – cosa dobbiamo leggere (il NewsFeed di Facebook, esempio più evidente di quelle che Eli Pariser chiama “filter bubble” o “eco chamber”, “camere dell’eco” che proponendoci cose culturalmente ed ideologicamente consone alla nostra visione del mondo, la rafforzano tenendo fuori dalla nostra conoscenza tutte le opinioni differenti) e a consigliarci quali acquisti potrebbero interessarci nei nostri shop online e quale candidato votare. Scriveva Pariser in un articolo pubblicato nel 2011 su Internazionale

quando la personalizzazione riguarda anche i nostri pensieri, oltre che i nostri acquisti, nascono altri problemi. La democrazia dipende dalla capacità dei cittadini di confrontarsi con punti di vista diversi. Quando ci offre solo informazioni che riflettono le nostre opinioni, internet limita questo confronto. Anche se a volte ci fa comodo vedere quello che vogliamo, in altri momenti è importante che non sia così

A. Aneesh, professore associato presso la cattedra di sociologia dell’Università statunitense del Wisconsin-Milwaukee, definisce questo sistema come una vera e propria “algocrazia”, guidata in regime di segretezza dalle imprese della Silicon Valley e di Wall Street, che hanno invece pieno accesso ai nostri dati e, dunque, alle nostre vite. Una delle tante sfaccettature di quella che Frank Pasquale – professore di legge all’Università del Maryland – ha definito in un suo libro pubblicato dalla Harvard University Press nel 2015 “black box society”, nella quale siamo tenuti all’oscuro delle modalità in cui vengono prese le decisioni che ci riguardano.
Esponendo la malattia, nel suo libro Pasquale individua anche alcune possibilità di cura, come il miglioramento delle legislazioni sull’uso dei dati personali o la necessità di rendere più chiari i contratti e i loro termini di utilizzo, peraltro al centro di un interessante documentario realizzato da Cullen Hoback nel 2013 dal titolo “Terms and Conditions May Apply” (o “Zero Privacy” nella versione in italiano) e lavorare per una trasparenza “qualificata”, che rispetti cioè gli interessi delle persone coinvolte senza trasformare la trasparenza in una nuova ideologia religiosa.

Il potere di non togliersi i pantaloni
Solamente chi ha qualcosa da nascondere ha paura della sorveglianza. Ma nella “black box society” abbiamo tutti qualcosa da nascondere, perché nessuno di noi può sapere come i dati che ci riguardano potranno essere utilizzati, oggi o in futuro. Senza un accesso al modo in cui le informazioni ed i dati che quotidianamente produciamo online è impossibile conoscere il modo in cui tali informazioni vengono gestite, aprendo alla possibilità che, oggi o in futuro, queste possano ritorcersi contro di noi.
Emblematico, in tal senso, quanto successo nel 2006, quando AOL – all’epoca il più grande Internet Service Provider statunitense – decide di rendere pubblici i suoi database, contenenti ricerche ufficialmente anonime fatte da più di 650.000 suoi utenti. Si scopre così che l’utente “17556639” aveva più volte cercato metodi per uccidere la moglie, foto di gente decapitata o di incidenti automobilistici.
Quegli interessi non celano alcuna volontà criminale. Quell’insieme di numeri erano infatti il codice identificativo di Jerome Schwartz, che stava facendo ricerche online per rendere più veritiera la sceneggiatura di un episodio della serie televisiva di genere poliziesco “Cold Case”, trasmessa anche in Italia. È facile ipotizzare cosa sarebbe potuto succedere se quei dati fossero stati semplicemente aggretati in database di “parole pericolose” realizzati grazie all’aiuto di algoritmi e dunque prive di contestualizzazione.

Dobbiamo riappropriarci del potere di non toglierci i pantaloni. È il succo di una provocazione fatta da Jacob Appelbaum – giornalista, ricercatore in sicurezza informatica ed hacker tra gli sviluppatori di Tor, il più noto dei software per rendere anonima la navigazione online – lo scorso anno a Re:publica, tra le più importanti conferenze-workshop sulla cultura digitale che si tiene ogni anno a Berlino dal 2007. Durante il suo intervento, il giornalista ha infatti invitato chi nel pubblico sosteneva di non aver nulla da nascondere ad alzarsi in piedi e togliersi i pantaloni, ricevendo un netto rifiuto come (scontata) risposta. «Quando navighi su internet, non puoi dire di no al NSA. Loro non te lo chiedono di toglierti i pantaloni. Lo fanno e basta» ha allora evidenziato concludendo il suo intervento.

[6 – Fine]
[5 – Data Brokers (2) – Profilazione&Intelligence]
[4 – Data Brokers (1) – il mercato dei Big Data]
[3 – Autarchia digitale, dal Great Firewall cinese all’halal internet ]
[2 – Datagate, il ruolo poco noto dell’Italia]
[1 – I padroni dei dati online]

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