La carità commerciale dello zero rating

La notizia in pillole: Permette l’accesso gratuito ad internet, ma è usato come strumento di espansione commerciale. A cosa serve davvero lo zero rating?

826,9%. È la percentuale di crescita della popolazione mondiale connessa ad internet dal 2000 al 2015. Secondo le più recenti statistiche*, su oltre 7 miliardi di persone (7.259.900.800) gli utenti di internet sono poco più di 3,3 miliardi (3.345.832.772). Ciò vuol dire che meno della metà della popolazione mondiale ha accesso alla Rete.


Altri due miliardi di persone saranno connesse nel prossimo decennio, soprattutto attraverso dispositivi mobili (cellulari e smartphone). «Questo», scriveva in un articolo sul Guardian a gennaio John Naughton (If the price of giving everyone internet access is total domination by Facebook, it’s not worth it)

significa che, un giorno, la maggior parte delle connessioni utenti ad internet saranno mediate da alcune tra le più ricche società nel mondo, le società di telecomunicazioni. Globalmente ce ne sono circa 900 e ricavano 1,3 trilioni [1.300 miliardi di dollari ogni anno, ndr] che è circa quattro volte il ricavato di Google, Apple, Microsoft e Intel messe insieme

Secondo varie stime, tra cui quella dell’International Telecommunication Union (ITU), alla fine del 2015 saranno sette miliardi gli abbonamenti di telefonia mobile nel mondo. Praticamente uno per ogni abitante del pianeta.

Al di là della tecnologia utilizzata, la diffusione di internet va di pari passo con la ricchezza nazionale e pro capite. Nei Paesi sviluppati, nonostante una flessione dal 10% del 2012 all’8,1% di quest’anno, la penetrazione di internet è dell’82%, mentre si ferma al 34% nei Paesi in via di sviluppo.
E se nella parte ricca del mondo si assiste alla quasi totale saturazione del mercato, le fasce più povere della popolazione mondiale diventano un bacino commerciale piuttosto interessante.

Il colonialismo della gratuità di internet

La politica di penetrazione scelta per aprire i nuovi mercati ruota intorno al principio dello “zero rating”, che permette a chi è proprietario di un abbonamento internet mobile di caricare e scaricare contenuti online gratuitamente, senza cioè che tali operazioni vengano conteggiate nei piani tariffari degli utenti. In Paesi in cui questi costi incidono fortemente sul reddito pro-capite, come evidenziava la World Wide Web Foundation nel Web Index Report 2014-2015, l’accesso gratuito a internet ha evidenti benefici sia in termini economici che sociali.
Società come Facebook, Twitter o Wikipedia – molto attive nella promozione di questo tipo di politica nei Paesi in via di sviluppo – hanno ideato anche programmi gratuiti pensati appositamente per telefoni cellulari o reti dalle capacità limitate.

Ma così come la gratuità di internet nei paesi sviluppati si paga attraverso il commercio dei dati personali, il prezzo da pagare per usufruire dei contenuti gratuiti dello zero rating è una selettività delle possibilità di navigazione.
Il problema principale di questa filosofia, evidenziano molti critici, è infatti la violazione della net neutrality, che impone ai provider che forniscono servizi internet (ISP) di non discriminare il traffico online in base al tipo di dati, al contenuto, al mittente o al destinatario. La non neutralità della rete, che si lega al concetto di open internet (diritto degli utenti di navigare dove vogliono quando vogliono), incide sulla competitività del mercato e, soprattutto, sul diritto e la libertà d’informazione ed espressione degli utenti.

Carità commerciale

Come strumento per lo sviluppo socio-economico, la politica dello zero rating non è completamente sbagliata. È sbagliato il modo in cui è stata applicata fino ad oggi, nascondendo dietro ideali come la democrazia o forme di aiuto alle economie emergenti una mera necessità di sviluppo commerciale verso mercati non ancora saturi.

Non è un caso che i due più importanti progetti attualmente in campo siano stati sviluppati dalle due principali società commerciali di internet: Google e Facebook. La società di Mountain View dal 2013 porta avanti il “Project Loon”, volto a connettere le aree più remote del mondo attraverso una serie di palloni aerostatici che, dalla stratosfera, operano come ripetitori di telefonia mobile sfruttando le nuove connessioni Lte (Long Term Evolution, note anche come 4G).

La carità commerciale dello zero rating

È soprattutto la società di Mark Zuckerberg a rappresentare l’archetipo perfetto di questa vera e propria forma di “carità commerciale”, che attraverso nomi diversi (“Facebook Zero”, “Internet.org”, “Free Basics”) dal 2010 porta avanti un unico progetto: diventare unica porta d’ingresso ad internet per i nuovi utenti della Rete.

L’accordo tra Facebook e i fornitori di rete mobile nelle economie emergenti prevede la concessione gratuita di Facebook (in versione basic) e una manciata di altri siti, che non vanno ad incidere sul consumo dati degli utenti. I criteri di selezione di questi siti, che comprendono servizi come i motori di ricerca o per lo streaming musicale, non sono resi pubblici e potrebbero dunque rispondere a qualsiasi tipo di logica, soprattutto di natura commerciale.

Ad esempio: Facebook ha scelto di offrire Bing – secondo motore di ricerca – al posto di Google, leader nel mercato. Perché? C’è qualche rivalità con Google? O è perché Microsoft partecipa a Facebook?

Evidenziava ad aprile su Quartz Mhahesh Murthy, venture capital investor indiano che, insieme al giornalista Nikhil Pahwa ha definito l’operazione una vera e propria forma di razzismo economico nella quale «i poveri in parti del mondo sottosviluppate diventano i tuoi consumatori sotto le spoglie di un obiettivo apparentemente caritatevole».

Quello che Internet.org – o comunque lo si voglia chiamare – fa è infatti creare un recinto di contenuti gratuiti scelti da altri (le società telefoniche, i big players di internet, etc.) dal quale si può uscire solo pagando. Un sistema che ricorda, da lontano, il Great Firewall utilizzato dalla Cina per difendere l’armonia dell’internet locale. Un sistema la cui gratuità verrà ovviamente pagata con la commercializzazione dei dati personali dei nuovi utenti. «A prima vista», scriveva Evgeny Morozov sul Guardian ad aprile (Facebook isn’t a charity. The poor will pay by surrendering their data , qui tradotto in italiano)

i poveri accedono a quello che i ricchi hanno già: il collegamento a internet. Ma i ricchi pagano in contanti, mentre i poveri pagano con i loro dati, che Facebook monetizzerà per pagare l’intera operazione Internet.org. Non si tratta beneficenza: a Facebook interessa l’“inclusione digitale” come a uno strozzino interessa l’“inclusione finanziaria”. Per raggiungere chi si connette grazie a Internet.org, qualsiasi fornitore di servizi (nell’istruzione, nella sanità o nel giornalismo) dovrà collegare le sue app a Facebook. I poveri avranno i servizi che i ricchi hanno già, ma solo coprendo i costi con i loro dati e quello che rivelano della loro vita sociale.

Emancipazione e quote mercato

“Facebook Zero”, progenitore del più noto “Internet.org” (oggi rinominato “Free Basics”), viene lanciato nel 2010 in 45 Paesi grazie alla partnership con 50 provider. Il sito si presenta in versione “solo testo”, nella quale non è possibile ad esempio visualizzare le foto o navigare gratuitamente al di fuori del social network, operazioni incluse tra quelle a pagamento. Questa versione di Facebook è stata pensata per aprire il mercato anche ai telefoni con connessioni WAP, un protocollo oggi non più utilizzato nei Paesi sviluppati ma che è ancora ampiamente diffuso nei Paesi emergenti.

Con la stessa logica la società di Menlo Park ha dato vita ad altri due progetti. “Facebook for SIM” prevede l’acquisto di una Sim card modificata che interagisce con i server Facebook tramite sms, così da poter essere utilizzato su tutti i telefonini con un abbonamento che in Argentina – paese-pilota del progetto – è di 9 dollari al mese. Anche il software su cui si basa “Facebook by Fonetwish” porta una versione testuale del social network, e sfrutta uno dei più diffusi protocolli di comunicazione noto come USSD (Unstructured Supplementary Service Data, utilizzato nella tecnologia GSM). Grazie ad una partnership con Orange, tra le compagnie leader nella telefonia mobile in Africa – dove è proprietaria di venti società – il bacino di utenza di questo progetto è di 70 milioni di utenti.

La carità commerciale dello zero rating

Non sembra completamente casuale, dunque, che nei diciotto mesi successivi al lancio di Facebook Zero gli iscritti al social network siano aumentati del 114%, contro un più misero 18% nei dieci mesi precedenti.

In molte economie emergenti il primo contatto degli utenti con internet arriva attraverso la connessione mobile. Se le compagnie telefoniche firmano accordi per portare nelle fasce più povere della popolazione una Rete basata sulla piattaforma Facebook, non deve stupire che il recinto creato dallo zero rating venga scambiato per l’intera internet. Allo stesso modo è facilmente intuibile l’interesse per gli utenti “1.0”: creare dipendenza da social network in persone che in futuro potranno acquistare un cellulare di ultima generazione, e quindi usare Facebook nella versione non-basic. Si chiama “bisogno indotto”, ed è l’esatto opposto della “responsabilità sociale” (come più volte definita da Mark Zuckerberg) con cui queste operazioni vengono presentate.

L’accesso gratuito ad una internet aperta è visto sempre più come un diritto universale, tanto che in Cile, Olanda e Slovenia sono iniziati i primi processi contro la violazione della net neutrality. Un diritto all’emancipazione che deve essere sviluppo democratico e non semplice formulazione in chiave digitale del colonialismo commerciale dei Paesi ricchi e delle sue società di capitali.

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