Il FOIA italiano è legge. Ma è davvero libertà di accesso?

Il FOIA italiano è legge. Ma è davvero libertà di accesso?16 maggio 2016: con l’adozione del Freedom of Information Act (Foia) l’Italia si adegua agli standard internazionali per l’accesso alle informazioni della Pubblica Amministrazione. Una legge che arriva grazie alla forte opera di pressione lobbistica di organizzazioni come Foia4Italy, Riparte il Futuro o Transparency Italia.

88.000 le firme (online) raccolte per una legge già presente in oltre 90 Paesi e che negli ultimi anni ha trovato un forte sponsor nell’ex premier Matteo Renzi – nonostante il suo governo abbia poi impiegato ben due anni per arrivare ad una legge – che ne chiede addirittura il superamento nel discorso d’insediamento:

[…]ogni centesimo speso dalla pubblica amministrazione debba essere visibile on line da parte di tutti.[…]Questo significa non semplicemente il Freedom of information Act, ma un meccanismo di rivoluzione nel rapporto tra cittadini e pubblica amministrazione tale per cui il cittadino può verificare giorno dopo giorno ogni gesto che fa il suo rappresentante

La lunga marcia per la trasparenza

Introdotto dal Decreto Trasparenza 2016, il Foia italiano arriva dopo una serie di riforme – d.lgs. 150/2009, Decreto Sviluppo Monti (d.l. n.83/2012) e legge anti-corruzione (n.190/2012) – che non hanno apportato grandi cambiamenti alla legge di riferimento in materia, la 241/1990, considerata tra le più restrittive d’Europa per aver limitato l’accesso al solo interesse “diretto, concreto, attuale e adeguatamente motivato”. Presupposto che rimane in vigore anche con il d.lgs. 33/2013 sull’”Amministrazione trasparente” e nonostante dal 2011 l’Italia faccia parte dell’Open Government Partnership, l’iniziativa per la promozione della trasparenza nella Pubblica Amministrazione voluta dall’ex presidente statunitense Barack Obama.

Una legge perfettibile

Tra gli elementi positivi della nuova legge, che modifica una precedente versione presentata il 20 gennaio 2016, l’eliminazione del silenzio-diniego – cioè l’obbligo di motivare il rifiuto all’accesso – e dell’obbligo di identificare “chiaramente” informazioni e documenti. Tale obbligo rimane in vigore, ma la legge ha accolto il parere del Consiglio di Stato del 18 febbraio 2016 che ha definito “incongruo” quel “chiaramente”. Introdotto inoltre l’accesso gratuito all’atto – tanto in formato elettronico che cartaceo – rimane invece in vigore il rimborso per la riproduzione. Elementi, questi, che vengono proprio dalle proposte delle organizzazioni.

L’assenza di vere sanzioni per il diniego illegittimo indebolisce un diritto che, se usato a pieno regime, diventa un potere fondamentale nel controllo democratico della res publica, in primis per una più efficace lotta alla corruzione.

Rimangono in vigore, naturalmente, le eccezioni «nel rispetto dei limiti relativi alla tutela di interessi pubblici e privati giuridicamente rilevanti» (art.6). Il Foia non può applicarsi se le informazioni richieste riguardano:

  • Sicurezza pubblica;
  • Sicurezza nazionale;
  • Difesa e questioni militari;
  • Relazioni internazionali;
  • Politica e stabilità finanziaria ed economica dello Stato;
  • Conduzione di indagini sui reati e il loro perseguimento;
  • Il regolare svolgimento delle attività ispettive;
  • Segreto di Stato;
  • Altri divieti di accesso o divulgazione previsti dalla legge, compresi i casi in l’accesso agli atti è subordinato a specifiche condizioni, modalità o limiti, inclusi quelli di cui all’articolo 24, comma 1, della legge 241/1990

Sono inoltre sottoposte al regime del diniego quelle informazioni richieste su interessi privati come

  • protezione dei dati personali;
  • libertà e segretezza della corrispondenza;
  • interessi economici e commerciali di una persona fisica o giuridica, ivi compresi la proprietà intellettuale, il diritto d’autore e i segreti commerciali

La legge contro la corruzione che non elimina la corruzione

Nonostante sia risalita di otto posizioni, secondo l’ultimo Indice di percezione della Corruzione (Corruption Perception Index o CPI nell’acronimo inglese) realizzato da Transparency International, l’Italia rimane il secondo Paese in Europa e 61° nel mondo per corruzione percepita. Solo la Bulgaria, in Europa, ha una posizione peggiore. Un dato – la percezione della corruzione – fondamentale in chiave economica. Il Right to Information (RTI) Rating, evidenzia come il paese con la legge più evoluta in materia di trasparenza è quella del Messico, «un paese che non ci aspetteremmo ai vertici», dichiarava ad ottobre l’avvocato Ernesto Belisario al Fatto Quotidiano, evidenziando inoltre come

per attirare nuovi investimenti bisogna puntare anche sulla percezione che gli altri hanno del tuo livello di trasparenza. Qualcuno investirebbe soldi in una società che non ti fa vedere il bilancio?

Guardando ai Paesi “virtuosi” del CPI, accomunati da una vera libertà di stampa, pieno accesso alle informazioni sul bilancio dello Stato, una magistratura indipendente e «alti livelli di integrità delle persone al potere», appare chiaro come ben più sostanziose dovrebbero essere le riforme in un Paese in cui si amplia l’oligopolio mediatico, gli scandali corruttivi nella classe politica sono ormai quotidiani e in cui persino la magistratura è sensibile a «mazzette, favori e regali».

Diritto di accesso: un paradigma sbagliato?

Il Foia introdotto a maggio è comunque una “soluzione all’italiana”. Il modello statunitense – massimo riferimento in materia – prevede un obbligo verso la cittadinanza, fatte salve le eccezioni di legge. Negli Stati Uniti i documenti vengono riversati in appositi luoghi (le “reading room”) per essere messi a disposizione di chiunque. È quindi l’ente pubblico che va verso il cittadino. In Italia il senso di marcia è inverso: è il cittadino – in singolo o in gruppo – a dover fare richiesta all’ente, al quale è riservato il diritto di concedere o negare l’accesso agli atti richiesti. Esattamente come accadeva prima della legge.

Interessante inoltre la riflessione dell’avvocato Andrea Lisi, componente del Comitato Scientifico di Altalex e, tra le altre, presidente dell’Associazione Nazionale per Operatori e Responsabili della Conservazione digitale dei documenti (Anorc), che in due articoli pubblicati per Key4biz.it e Corriere Comunicazioni tra aprile e maggio 2016 evidenziava come

Non c’è trasparenza reale senza serie e affidabili politiche di digitalizzazione. E non può esserci digitalizzazione senza attenzione alla sicurezza informatica e alle competenze adeguate a disegnarne i modelli e presidiarne i processi

Radicale o qualificata?

Il principio di base dell’accesso agli atti, la trasparenza, è oggi al centro di un interessante dibattito internazionale, contestualizzandola soprattutto in un più ampio discorso sul potere degli algoritmi e della cybersorveglianza.

Da un lato la “trasparenza qualificata”, rispettosa cioè degli interessi delle persone che, ad esempio, vieti la pubblicazione di informazioni non rilevanti per la necessità principale per la quale gli atti vengono richiesti. È ciò che teorizza Frank Pasquale, professore di legge all’Università del Maryland, nel suo “The Black Box Society: The Secret Algorithms that Control Money and Information”. Una visione ribadita in un’intervista rilasciata al der Spiegel nel luglio 2015 da Julian Assange, nella quale il volto più noto di Wikileaks evidenzia come “istruzione” e “comprensione” siano termini da associare alla trasparenza, portando la sua posizione ad essere forse più vicina all’opera di filtraggio giornalistico del caso-Snowden che non alla Wikileaks stessa.

Pubblicare tutto, senza alcuna intermediazione è invece il concetto di base della “trasparenza radicale”, di cui case-study perfetto è quanto avviene nel luglio 2015, quando vengono rilasciati in rete oltre 400 gigabyte di materiali prelevati alla Hacking Team, la più nota (ma non l’unica) delle società italiane attive nel mercato dei “mercenari digitali” della cyber-sorveglianza. In quella ingente mole di dati, infatti, si trovano anche conversazioni su Whatsapp o cronologie di navigazione dei dipendenti della società milanese che non apportano alcun contributo sul problema di fondo, ovvero i rapporti tra autoritarismo e cybersorveglianza.

Foia: una svolta “epocale” se applicato

Il Foia migliorerà l’Italia? Forse. Il nostro ordinamento è pieno di buone leggi, che per tante ragioni – in primis la scarsa conoscenza dei cittadini – non vengono applicate. La riforma dell’accesso agli atti della Pubblica amministrazione è un passo sicuramente importante, ma “epocale” – come vari commentatori lo hanno definito – sarà il suo uso pieno e consapevole. Una cosa che non si può ottenere con una legge. Come ha scritto Guido Scorza sul Fatto Quotidiano lo scorso 19 maggio «Ora che abbiamo una legge sulla trasparenza tocca a noi dimostrare che ce la meritiamo».

In conclusione, per approfondire sull’argomento puoi leggere:

Un Commento

  1. Pingback: Direttiva Renzi sul Segreto di Stato: la rottamazione degli archivi “inutili” | Il Dettaglio

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: