Direttiva Renzi sul Segreto di Stato: la rottamazione degli archivi “inutili”

Direttiva Renzi sul Segreto di Stato: la rottamazione degli archivi “inutili”

Piazza Fontana (1969); Gioia Tauro (1970); Peteano (1972); Piazza della Loggia (1974); Ustica (1980); stazione di Bologna (1980); rapido 904 (1984): sono le stragi italiane desecretate dalla Direttiva Renzi dell’aprile 2014, l’atto con cui l’allora presidente del Consiglio ha proclamato, almeno virtualmente, la rottamazione dei Misteri d’Italia.

Il materiale desecretato? Tutte carte “inutili”

L’annuncio viene accolto con sentimenti opposti, dall’enfasi totale di chi – come l’allora sottosegretario con delega ai servizi segreti Marco Minniti, oggi ministro dell’Interno – parla di «più grande opera di declassificazione mai fatta nel nostro Paese», chi evoca una vera e propria “Wikileaks italiana” e chi, più prosaicamente, evidenzia l’inutilità di tale desecretazione e denuncia – con Paolo Bolognesi, deputato Pd e presidente dell’Associazione tra i familiari delle vittime della strage di Bologna – come «Ministeri e servizi segreti hanno sabotato le procedure per declassificare gli atti sulle Stragi di Stato».

Stragi di Stato sulle quali il segreto non è mai stato applicato. L’art.39 comma 11 della legge 124/2007 vieta questa possibilità in caso di indagini inerenti stragi ed eversione dell’ordine pubblico. Ciò significa che tutti i documenti fin qui noti sono stati già utilizzati in processi, articoli o libri. Qualora la Direttiva avesse declassificato documenti mai presentati alla magistratura si sarebbe potuto configurare il reato di omissione di tali atti. Sulle questioni più tecniche legate al Segreto di Stato ti rimando ad un articolo di Aldo Giannuli: come funziona il segreto di Stato e quali sono i problemi da risolvere per la pubblicità dei documenti.

Censura senza Segreto

Al di là del divieto “nominale”, l’Italia repubblicana ha più volte visto applicare forme di censura nei fatti. È quello che capita a Genova agli inizi degli anni Settanta, quando viene avocata l’inchiesta che il pretore Mario Almerighi svolger sulla prima Tangentopoli Petrolifera[1], così come l’inchiesta che nel 1973 il magistrato Giovanni Tamburino apre sull’organizzazione militare neofascista “Rosa dei Venti viene neutralizzata unificandola con l’indagine sul “golpe Borghese condotta da Claudio Vitalone, magistrato e uomo di punta della dc andreottiana in quel “porto delle nebbie” che all’epoca è la Procura di Roma.

Il segreto di Stato viene invece opposto a Carlo Mastelloni, che in quello stesso periodo indaga sul sabotaggio di “Argo 16”, aereo usato da Gladio per il trasporto di uomini ed armi precipitato nei pressi di Marghera il 23 novembre 1973, causando quattro morti. Ulteriore beffa nella vicenda: gli archivi Gladio sequestrati durante le indagini vengono affidati al Sismi, lo stesso servizio che organizza l’attività clandestina dei gladiatori italiani.

Tra vent’anni saranno tutti morti

Senza volontà politica, comunque, la “desecretazione” rimane un atto senza sostanza, tanto che la censura può applicarsi anche ad atti formalmente non più segreti, come capita con le tredici richieste di accesso agli atti – già pubblici – promosse dal giornalista del Sole24Ore Claudio Gatti che, in un articolo sulla vicenda, evidenzierà come fosse stato determinato il principio per il quale «per chiedere un documento segreto (e in quanto tale sconosciuto al richiedente) occorre fornire data e numero di protocollo».

È alla volontà politica di secretare le dichiarazioni che il boss Carmine Schiavone rilascia nel 1997 che bisogna imputare le colpe della “Terra dei Fuochi”. Per quasi vent’anni, infatti, una strana concezione della difesa delle istituzioni è stata preferita alla tutela dell’ambiente e della salute della cittadinanza di quell’area.

Quando c’è la volontà, ma mancano i mezzi…

Al di là della volontà, desecretare o declassificare un atto prevede un’attività di revisione – spesso foglio per foglio – prima di spostarlo tra i vari archivi, per evitare violazioni della privacy (ad esempio rendendo pubbliche informazioni sensibili di natura sanitaria, sessuale, familiare, etc) o possibili ricorsi all’autorità giudiziaria. Lavoro che richiede un evidente dispendio di risorse umane ed economiche, basti considerare che negli archivi di Stato sono custoditi circa 1.600 chilometri di documenti, rendendo particolarmente gravoso l’esborso necessario. Da qui la necessità di digitalizzare tali archivi, anche al fine di evitare che i documenti marciscano divenendo inutilizzabili.

La trasparenza degli archivi “inarrivabili”

Se dunque i documenti resi noti dalla total disclosure (“trasparenza totale”, in italiano) renziana sono di fatto già noti agli addetti ai lavori – e dunque poco apportano alla ricerca della verità – esistono però altri archivi che nessun governo ha mai avuto la volontà o il coraggio di aprire. L’Archivio della Presidenza della Repubblica è da sempre sigillato dall’immunità presidenziale, mentre dell’archivio dell’Arma dei Carabinieri non si conosce nemmeno la dislocazione fisica.

Di sicuro interesse, tanto giudiziario quanto storico-giornalistico, sarebbe il possibile accesso agli archivi di organizzazioni sovranazionali come la Nato e paesi stranieri, basti considerare quanto avvenuto con l’apertura degli archivi dei Paesi dell’ex blocco sovietico dopo la caduta del Muro di Berlino. Inaccessibile è ad esempio il materiale dell’ex Ufficio Sicurezza Patto Atlantico, nato sotto il ministero della Difesa per assicurare la lealtà atlantica dei funzionari italiani operanti nell’ambito della sicurezza interna e della nato stessa. Non previsto dalla legge n.801/1977 – e dunque privo di regolamentazione legislativa – negli archivi di quello che nel 1964 Francesco Cossiga riformerà in “Ufficio Centrale di Sicurezza Interna” verranno ritrovati più di 300.000 fascicoli personali e oltre 2.500 dossier intestati ad aziende. Una schedatura di massa portata avanti fin dal 1959 anche dalla I Sezione dell’Ufficio D (Difesa) del Sifar e incentrata soprattutto sull’area sociale, politica e culturale vicina al Partito Comunista. Il generale Aldo Beolchini verrà chiamato, nel 1967, a presiedere la commissione creata per indagare sulla vicenda.

Archivi “inarrivabili” – come li definisce Giannuli – la cui pubblicità potrebbe non solo portare nuove informazioni sulle stragi, ma anche permettere di comprendere meglio i rapporti geoeconomici dell’Italia mediati attraverso i servizi segreti, come l’uso diplomatico dell’export di armi o il ruolo giocato dall’intelligence italiana nello sviluppo dei rapporti esteri di grandi società come Fiat, Eni o Finmeccanica.

Informazioni che potrebbero essere contenute anche nei documenti che il colonnello del Sismi Stefano Giovannone – braccio destro di Aldo Moro – scrive negli anni Settanta e Ottanta e ancora oggi classificati come “segretissimi”. Che sia scritta in quei documenti la verità sulla scomparsa dei giornalisti Graziella De Palo e Italo Toni, rapiti a Beirut il 2 settembre 1980 – esattamente un mese dopo la strage alla stazione di Bologna – per motivi ancora oggi sconosciuti?

Più di un FOIA, un National Security Archive

Nel maggio 2016 l’Italia introduce nel proprio ordinamento – almeno formalmente – il Freedom of Information Act, una “conquista” tutta da verificare. Sul piano sostanziale sarebbe forse più utile uno strumento come il National Security Archive statunitense, creato nel 1985 da giornalisti e studiosi dell’Istituto archivistico della George Washington University. Composto da un archivio di documenti declassificati, un centro di giornalismo investigativo e uno studio legale, il NSA dispone di un budget di 3 milioni di dollari l’anno – tra i finanziatori non c’è il governo, ma compaiono tra le altre la Open Society Foundation e la Ford Foundation – per assolvere ad un unico compito: espandere l’accesso pubblico alle informazioni del governo. Vari i premi vinti in questi trent’anni dall’organizzazione per aver «demistificato ed esposto il mondo sotterraneo della diplomazia globale e supportato il pubblico interesse alla conoscenza», portando alla declassificazione di oltre 10 milioni di pagine di documenti (dall’attività illegale della Cia nel periodo 1950-1970 agli interrogatori di Saddam Hussein nel 2003) grazie alle oltre 50.000 richieste Foia.

Un gigantesco database a formato aperto, un gruppo di pressione attivo nell’accesso agli atti e un centro di giornalismo investigativo: ecco cos’è, in sintesi, il National Security Archive. Uno strumento che in Italia potrebbe servire per non lasciare che il Foia rimanga una delle tante leggi mai praticate del nostro ordinamento.

L’indicidible trauma collettivo della Repubblica

La storia della Repubblica italiana è però terreno di scontro su cui non è possibile definire punti fermi e insindacabili. Ciò si deve ad un tabù mai risolto e ben evidenziato dall’ex presidente della Commissione Stragi Giovanni Pellegrino nel libro “Segreto di Stato” (p.260), secondo il quale l’intero arco parlamentare ha «alle spalle una storia indicibile» con cui nessuno ha voluto e vuole «fare fino in fondo i conti». Ed è forse questo il primo, vero, “Mistero d’Italia” da desecretare.

Note:

  1. Nel 2006 Mario Almerighi ricostruirà l’intera vicenda nel libro “Petrolio e Politica. Oro nero, scandali e mazzette: la prima Tangentopoli”, edito da Casltevecchi editore

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