Tra fascismo e Repubblica, la continuità dello Stato batte l’epurazione

Tra fascismo e Repubblica, la continuità dello Stato batte l’epurazione

Tra i molti sistemi di potere che nel Ventennio traggono profitto dal fascismo – a partire da alcune tra le grandi industrie del Paese – è la monarchia ad essere individuata come simbolo massimo della consegna dell’Italia al regime. Neanche la partecipazione del re all’arresto di Mussolini ne riabilita il nome dinanzi al CLN. Vittorio Emanuele III deve andarsene. Lo vogliono gli antifascisti e lo vogliono gli Stati Uniti. Al contrario della Corona britannica, che continua ad appoggiare Casa Savoia, Washington è pronta a comandare un intervento unilaterale in Italia pur di destituire il re.

Vittorio Emanuele III è figura non gradita a Washington, ma l’idea di passare i poteri all’allora minorenne Vittorio Emanuele IV, con la supervisione di Badoglio, viene scartata. La scelta, compromissoria, ricade così sul principe ereditario Umberto II – anch’egli fortemente colluso con il regime – e sulla “pregiudiziale antimonarchica”, una vera e propria tregua istituzionale con la quale si vieta ai partiti la possibilità di mettere in discussione l’esistenza della monarchia fino alla fine della guerra.
Il principio di continuità dello Stato è ufficialmente definito

L’Italia tra due “venti”

Rimandata la soluzione della questione monarchica, anche i rapporti tra la nuova Italia e il fascismo non sono di facile soluzione. Si scontrano infatti due forze contrarie: da un lato il cosiddetto “Vento del Nord”, una forza innovatrice e fortemente antifascista rappresentata dal Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI); dall’altro – per definizione opposta – il “Vento del Sud”, costituito da forze più conservatrici e aperte al compromesso con ciò che rimane del vecchio regime e con il nuovo regime-fantoccio di Salò. Ne fanno parte la monarchia, la grande industria che ha tratto profitto dai rapporti con il regime e chi, semplicemente, non viene investito dall’operato della Resistenza partigiana.

Al centro di questo scontro c’è l’epurazione del fascismo dall’Italia: come comportarsi con ciò che rimane del regime? Una parte del Paese chiede vendetta e forti epurazioni. Ne saranno diretta rappresentanza politica personalità come Pietro Nenni o la breve esperienza del governo guidato da Ferruccio Parri. Un’ampia parte della popolazione italiana nutre però un sentimento ben diverso. Lo storico Roy Palmer Domenico, nel suo libro “Processo ai fascisti 1943-1948. Storia di un’epurazione che non c’è stata[1] scrive che:

Tra gli italiani c’era chi nutriva perfino rancore verso quanti avevano scelto l’esilio, verso i fuoriusciti, considerandoli o intellettuali viziati che potevano permettersi di passare il tempo sulla riviera francese (cosa che, ovviamente, rispondeva al vero solo in rari casi) oppure, ancor peggio, traditori coinvolti in cospirazioni internazionali contro l’Italia

Il maresciallo Badoglio ha dunque vita facile nel travasare – letteralmente – parte di quel potere fascista nell’Italia del dopo Mussolini. Il 9 dicembre 1943 viene sciolta la Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, le cosiddette camicie nere. Ma il personale che non ha aderito alla RSI viene incorporato nelle forze armate postfasciste, con la polizia politica usata per rendere operativa la “circolare Roatta”, l’ordine dato all’esercito di aprire il fuoco nelle manifestazioni di protesta. Nel suo “Italiani, brava Gente?[2] lo storico Angelo Del Boca riporta i dati per quelle giornate: 93 morti, 536 feriti e 2.276 arrestati.

Mario Roatta, il generale che dà il nome alla circolare, così come lo stesso maresciallo Badoglio, rappresentano in pieno il reimpiego antifascista di molti degli esponenti del vecchio regime. Tra questi anche Guido Leto, capo della polizia politica (l’OVRA) durante il Ventennio e chiamato, alla caduta del regime, a ristrutturare i servizi segreti in funzione anticomunista. Personaggio avvolto dal mistero, da detenuto a Regina Coeli Leto ha colloqui privati con Palmiro Togliatti e Pietro Nenni, entrambi personalità di spicco del processo epurativo antifascista seppur da posizioni opposte. Tale potere nelle mani di Leto potrebbe spiegarsi con il possesso da parte sua degli archivi dell’OVRA.

Ma la divisa di un altro colore

Ben più nota è invece la figura del generale Mario Roatta, capo di Stato Maggiore dell’Esercito sia con Mussolini che sotto il successivo governo Badoglio. Dal 1934 al 1939 è artefice della politicizzazione del Servizio Informazioni Militari (SIM), che dota anche di una «squadra speciale per i lavori sporchi» a cui si devono l’assassinio del re Alessandro I di Jugoslavia o di Louis Barthou, ministro dell’Interno francese, come scrive il professor Aldo Giannuli ne “Il Noto Servizio. Giulio Andreotti e il caso Moro[3].

Accusato con altri di aver ideato il piano per l’omicidio dei fratelli Carlo e Nello Rosselli, il generale verrà incriminato anche per i crimini di guerra commessi dagli italiani nei Balcani dove, allo scopo di sostituire le popolazioni locali con gli italiani[4] ha dato vita alla politica del “testa per dente”. È a un personaggio con un simile curriculum che l’Italia post-fascista decide di affidare la repressione delle manifestazioni di piazza. Roatta non fu mai un convinto fascista, ma trasse evidente vantaggio personale dalla vicinanza con il regime.

Più leale alla Corona che al Duce è inoltre il maresciallo Badoglio, oppositore della Marcia su Roma del 1922 e dell’ingresso dell’Italia nella Seconda Guerra Mondiale. A lui Mussolini affida prima il ruolo di ambasciatore in Brasile, poi quello di Capo di Stato Maggiore dell’Esercito e, durante la campagna fascista in Libia, quello di governatore della Cirenaica e della Tripolitania. Dopo la conquista dell’Etiopia nel 1936, sarà la successiva sconfitta nel Nordafrica a sancire la frattura nei rapporti del maresciallo con gli alti vertici del regime, permettendo così a Vittorio Emanuele III di affidare proprio a Badoglio la guida dei primi due governi formati dopo l’arresto di Mussolini: il governo militare in carica dal 25 luglio 1943 al 17 aprile 1944 e quello di “unità nazionale”, in carica dal 22 aprile al 5 giugno 1944.

Qual è il reato del fascismo?

Posti fuori dal potere i principali gerarchi – uccisi, arrestati o costretti all’esilio – come si sarebbe dovuta comportare l’Italia con gli altri fascisti?
L’epurazione avrebbe dovuto riguardare tutti coloro che avevano ottenuto profitti o vantaggi diretti dal regime o solo le figure più importanti, i suoi simboli? Si sarebbe dovuto punire il regime del Ventennio, quello di Salò o entrambi?
Queste domande ne celano un’altra, forse più importante: il fascismo era stato la dittatura di una oligarchia o è l’intera classe dirigente che lo ha sostenuto a dover essere collettivamente accusata, come vuole il Partito d’Azione? E ancora: bisogna punire solo chi è stato convintamente fascista o chi lo è diventato per necessità, ad esempio chi ha preso la tessera per trovare lavoro?

Gli italiani chiedono vendetta, ma per poter procedere è prima necessario definire quale sia stato il vero reato del regime. Fino a quel momento, il fascismo come reato non esiste, né può diventare reato credere in un’ideologia o aderire ad un partito. D’altronde è esattamente questo che Mussolini ha fatto, costringendo molti antifascisti all’esilio o alla galera.

Solo dopo aver definito il cosa punire sarà possibile capire il chi, individuando i colpevoli. La “rivoluzione fascista” sale al potere nel 1922 non attraverso la distruzione dei vecchi sistemi di potere, ma grazie ad una coalizione politico-economica di cui fanno parte la monarchia e dunque l’esercito, gli industriali, gli agrari e il mondo del grande capitale in genere, parte del mondo culturale, etc., che in Mussolini avevano trovato l’uomo d’ordine dopo le proteste del biennio rosso (1919-1920) e lo sviluppo paramilitare e violento del fascismo (1921-1922).

http://www.raistoria.rai.it/embed/lotte-operaie-e-contadine-nel-biennio-rosso-1919-1920/5975/default.aspx

La politica della continuità dello Stato si rende evidente nella formazione del primo governo Badoglio, di cui fanno parte l’ex vice-capo di gabinetto del regime Antonio Sorice, Carlo Secillano Favagrossa, ministro per la Produzione Bellica in entrambi gli esecutivi e Guido Jung, ministro delle Finanze tanto con il maresciallo che sotto il Duce, che lo aveva nominato anche presidente dell’Istituto nazionale per l’esportazione, posizione che gli costerà varie accuse di conflitto d’interessi.
Funzionari, burocrati, membri delle forze dell’ordine e dell’esercito cambiano semplicemente casacca. Tra questi l’ammiraglio di Marina Raffaele De Courten e un giovane destinato nei decenni successivi a giocare un ruolo determinante tanto sul piano nazionale che su quello internazionale: Licio Gelli.

Il ronzino “di razza”

Il principio di continuità genera non pochi malumori. «È necessario che il governo italiano sia reso più democratico mediante l’incursione dei rappresentanti di quei settori del popolo italiano che hanno sempre avversato il fascismo»[5], recita il primo dei sette punti sulla politica alleata per l’Italia, definita durante la Terza Conferenza di Mosca (18 ottobre – 11 novembre 1943). I fascisti nel nuovo governo italiano, dicono gli Alleati, non ci devono stare, ed è l’unico punto sulla nuova politica dell’Italia che mette d’accordo Stati Uniti, Gran Bretagna e Unione Sovietica.

Gli altri punti dell’accordo – che prevedono tra gli altri la soppressione delle organizzazioni e delle istituzioni fasciste, la liberazione dei prigionieri politici e la consegna dei criminali di guerra – delineano un quadro abbastanza generico della politica che il governo Badoglio dovrà tenere. Una genericità che è il risultato della diversità di idee in seno ai governi alleati, dove sono soprattutto inglesi e americani a discutere, in particolare sul ruolo che la Corona e lo stesso Badoglio avrebbero dovuto avere nella nuova Italia.
Fino alla liberazione di Roma (4-5 giugno 1944) gli inglesi puntano ancora su un’Italia guidata dalla monarchia, con Churchill che più volte spenderà il proprio prestigio personale in favore del re e di Badoglio. Gli americani, che non vogliono proporre il maresciallo come un loro signore della guerra, preferirebbero invece un governo di stampo antifascista, guidato da personalità tornate dall’esilio o liberate dalle prigioni. Altri ancora, come il generale Eisenhower, preferiscono scindere la figura del maresciallo da quella della monarchia.

http://www.raistoria.rai.it/embed/4-giugno-1944-liberazione-di-roma/25031/default.aspx

Al di là delle simpatie personali, in quel momento Badoglio e la Corona sono considerate le uniche figure istituzionali in grado di rimettere in piedi il nuovo Stato italiano, permettendo agli Alleati di concentrarsi esclusivamente sullo sforzo bellico. Secondo quanto riportato da Roy Palmer Domenico[6], il Maggior Generale Kenyon Ashe Joyce, vice-presidente della Commissione di controllo alleata creata per assicurare l’esecuzione delle clausole dell’armistizio, dirà ad un osservatore politico americano che, dopo «aver fatto sfilare la schiera di ronzini che si trovano sul posto abbiamo concluso che il solo purosangue era Badoglio».

Note:

  1. Roy Palmer Domenico, Processo ai fascisti 1943-1948. Storia di un’epurazione che non c’è stata, Milano, Rizzoli, 1996, p.9;
  2. Angelo Del Boca, Italiani, brava Gente?, Vicenza, Neri Pozza Editore, 2005, p.241;
  3. Aldo Giannuli, Il Noto Servizio. Giulio Andreotti e il caso Moro, Milano, Marco Tropea Editore, 2011, p.28;
  4. Angelo Del Boca, op.cit., p.241; Alojz Zidar, Il popolo sloveno ricorda e accusa. I crimini compiuti dallo stato fascista italiano contro gli Sloveni, Lipa Koper, 2001, p.231;
  5. Giorgio Candeloro, Storia dell’Italia moderna, vol.10, Milano, Feltrinelli, 1984, p.233;
  6. Roy Palmer Domenico, op.cit., pag. 32, a sua volta citando Eric S. Edelman, Incremental Involvement: Italy and United States Foreign Policy, 1943-1948, Yale University, pp.10, 60,134;
  7. Clicca sull’immagine per leggere l’intero approfondimento

    L'oblio della Repubblica. Partigiani, anticomunismo e Gladio

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