I processi ai simboli del fascismo e la mancata Norimberga italiana

I processi ai simboli del fascismo e la mancata Norimberga italiana

I tanti dilemmi sulle sanzioni vengono risolti nel principio del “colpire in alto e indulgere in basso“, una opzione che Alleati e governi italiani metteranno in campo dopo aver abbandonato l’idea di istituire un Processo di Norimberga anche per l’Italia (Il Post e StoriaXXISecolo.it). Al centro del progetto avrebbe dovuto esserci il “meccanismo del terrore” portato avanti tra il 1943 e il 1945 dagli uomini del Reich contro partigiani e popolazioni civili porta ad oltre 400 stragi e circa 15.000 vittime.

«Per quel processo», scrive Michele Battini in Peccati di memoria. La mancata Norimberga italiana[1]

si era pensato addirittura di utilizzare il personale e le strutture del Tribunale militare internazionale di Norimberga. Senza fornire alcuna spiegazione, nel torno di pochi mesi gli inquirenti inglesi avevano però abbandonato la prospettiva della Norimberga italiana. I dossier non erano dunque che gli spezzoni residuali dell’inchiesta generale: essi erano stati separati dal tronco originale in funzione di altri processi di minor rilievo che vennero organizzati solamente dopo che la prospettiva del grande processo era stata abbandonata. Non fu facile ritrovare le tracce di quel processo fantasma, poiché le sue carte erano state smembrate in istruttorie separate. Rimanevano infatti solo pochi indizi del dibattito giuridico e politico che aveva condotto all’abbandono.

Con la fine del procedimento contro i nazisti e il passaggio, nell’area atlantica, dalla lotta antifascista a quella anticomunista, il “maxiprocesso” viene smantellato per un progetto politico più ampio: far rientrare la Germania Federale e l’Italia nell’alveo della Nato, limitando quanto più possibile l’influenza dell’Unione Sovietica sui due Paesi.
Il “maxiprocesso al nazifascismo” diventerà invece una serie di processi – il più importante dei quali al feldmaresciallo Albert Kesselring, comandante in capo delle forze di occupazione nazista in Italia – nei quali la politica della “ritirata aggressiva” nazista sarà processata solo come una lunga serie di vendette individuali. «La mancata celebrazione giudiziaria» continua Battini nel già citato libro, avrà però «effetti pesanti di rimozione, di ricostruzione selettiva e parziale del passato prossimo».

È il momento più evidente duella democratizzazione senza defascistizzazione (o denazificazione, nel caso tedesco), il cui atto più emblematico sarà, nel 1960, la decisione presa dell’allora procuratore generale militare Enrico Santacroce di seppellire – letteralmente – 695 fascicoli riguardanti le stragi nazifasciste in Italia in un armadio nello sgabuzzino di Palazzo Cesi a Roma, sede degli uffici giudiziari militari. Un ”Armadio della Vergogna” che verrà aperto per puro caso solo nel 1994, durante la ricerca delle prove a carico dell’ex capitano delle SS Eric Priebke, incriminato per la strage delle Fosse Ardeatine del 24 marzo 1944. Quell’Armadio, hanno dimostrato gli studi della storica Isabella Insolvibile, è il sigillo posto a tutela dei nuovi rapporti tra Italia e Germania.

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Clicca sull’immagine per accedere all’Atlante delle stragi naziste e fastiste in Italia, realizzato in collaborazione dall’Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia (INSMLI) e dall’Associazione nazionale partigiani d’Italia (ANPI)

Epurare, ma non troppo

Con premesse così fortemente basate sul compromesso, il programma delle sanzioni contro il fascismo viene minato alla base fin dalla sua nascita.
Le prime ordinanze – che gli Alleati emanano di pari passo con la conquista militare del territorio – vengono rese pubbliche senza che sia previsto un vero sistema di applicazione. La sospensione di funzionari e impiegati pubblici fascisti (Ordinanza n.35), dell’industria privata e del commercio (Ordinanza n.46) vengono lasciate alla responsabilità degli italiani. Gli angloamericani, impegnati nello scontro sul campo, si limitano a porre il veto per le epurazioni in campo economico, come accade per il potentissimo amministratore delegato della FIAT Vittorio Valletta.
Con l’antifascismo ancora lontano dai palazzi istituzionali – vi entrerà solo a partire dall’aprile 1944 con il secondo governo Badoglio – l’esecutivo militare applica le sanzioni senza troppa convinzione, in un sistema ancora fortemente basato su persone e strutture del vecchio regime mussoliniano.

Dall’epurazione alla tensione: il caso Giuseppe Pieche

È il caso, ad esempio, del sistema prefettizio, che il governo Badoglio ricalca dal fascismo. Una necessità legata anche al potere personale derivante dal ruolo di prefetto. Nelle (allora) 84 province del territorio nazionale, 27 prefetti rimangono al loro posto e solo due vengono epurati. Per altri 54 arriva il pensionamento o la sostituzione per semplice ricambio amministrativo. Altri vengono rimossi dalla Prefettura per svolgere un altro ruolo, come accade all’ex agente dell’OVRA Giuseppe Pieche, che dalla Prefettura di Foggia viene spostato – seppur per breve periodo – alla guida dell’Arma dei Carabinieri.

Pieche sarà uno di quei personaggi che dalla mancata epurazione arriveranno dritti al centro della strategia della tensione degli anni Settanta. Una interessante biografia dell’ex prefetto la fornisce lo storico Giacomo Pacini nel suo “Le altre Gladio. La lotta segreta anticomunista in Italia 1943-1991” edito nel 2014 da Einaudi.

A inizio anni Trenta[…]egli era stato il responsabile della III sezione del Sim fascista, occupandosi di controspionaggio e sicurezza interna. Dopo lo scoppio della guerra civile spagnola fu incaricato di coordinare l’invio degli aiuti militari a Franco per poi tornare a svolgere mansioni di controspionaggio, assumendo lo specifico compito di individuare eventuali voci di dissenso nel corpo di spedizione fascista in Spagna (dove collaborò con Roatta, ndr).[…]Durante la Seconda guerra mondiale fu inviato in Iugoslavia alla guida della missione militare italiana presso il capo del movimento degli Ustascia Ante Pavelić[…]Secondo un appunto del Sim, Pieche (che veniva definito «uomo venale e di poco affidamento») aveva ricevuto l’incarico di aiutare gli Ustascia per espresso volere di Mussolini e Galeazzo Ciano, ricevendo un compenso speciale di mezzo milione di lire[…]il 19 novembre [1943, ndr] il governo Badoglio lo nominò addirittura comandante generale dell’Arma dei carabinieri nell’Italia liberata[2].

Deferito all’Alto Commissariato per le sanzioni contro il fascismo nel gennaio 1945 con l’accusa di avere responsabilità dirette nella fascistizzazione delle forze armate, verrà salvato dall’epurazione solo con il collocamento nella riserva, per poi essere riammesso nei ranghi in qualità di direttore generale dei Servizi antincendio del ministero dell’Interno dal 1948 al 1953, quando verrà messo ufficialmente a riposo definitivo. In realtà Pieche rimarrà attivo nella rete di spionaggio del cosiddetto “Anello” (o “Noto Servizio”).

Per approfondire sul “Noto Servizio”:

Celato dietro l’attività antincendio, il vero compito di Pieche è però quello di «riaggregare i gruppi fascisti e di infiltrarli nei gruppi di sinistra». Il suo nome tornerà al centro delle cronache a trent’anni da quelle vicende, quando insieme al generale Edgardo Sogno è coinvolto nel progetto “Servizio Difesa Civile”. Presentato in Parlamento il 14 ottobre 1950, nell’idea dei promotori – i ministri Mario Scelba (Interno), Randolfo Pacciardi (Difesa), Giuseppe Pella (Tesoro) e Salvatore Ardisio (Lavori Pubblici) – il progetto ha lo scopo di riorganizzare i servizi di protezione e soccorso dei cittadini in due casi: calamità naturali e conflitto bellico. Un punto, quest’ultimo, che verrà fortemente criticato dalla sinistra parlamentare.
La costituzione del “Servizio Difesa Civile”, si scoprirà anni dopo grazie al lavoro di denuncia del deputato Luigi Cipriani (Democrazia Proletaria, membro tra le altre della Commissione Stragi), nasconde in realtà la costituzione e il finanziamento da parte dello Stato maggiore della Difesa di campi paramilitari “anticomunisti”, necessari alla preparazione del tentato golpe guidato dalla X Mas di Junio Valerio Borghese. Tra gli accusati del golpe ci sarà anche il generale Pieche, successivamente scagionato.

L’Alto Commissariato per l’epurazione

Il principio del “colpire in alto e indulgere in basso” viene tradotto in legge attraverso il Regio decreto legislativo (Rdl) 29/B del 29 dicembre 1943 intitolato “Defascistizzazione delle Amministrazioni dello Stato, degli Enti locali e parastatali, degli Enti comunque sottoposti a vigilanza o tutela dello Stato e delle Aziende private esercenti pubblici servizi o di interesse nazionale”. Il testo, basato su un precedente decreto emanato ad agosto, ordina che i funzionari di alto grado vengano giudicati dai ministri, mentre per tutti gli altri funzionari la decisione spetta ad apposite Commissioni con poteri di indagine e sentenza.
Come spesso succederà, al testo di legge non segue alcun provvedimento concreto e il primo tentativo di strutturare le istituzioni epurative si conclude ancora prima di iniziare. Emblematico che ai membri della Commissione ministeriale di defascistizzazione degli uffici statali, presieduta dal ministro della Pubblica Istruzione Adolfo Omodeo – da cui la commissione prendeva il nome – non vengano nemmeno forniti i testi delle leggi che avrebbero dovuto applicare.

Un importante cambiamento nell’applicazione delle sanzioni si registra il 13 aprile 1944, quando il Rdl n.110 istituisce l’Alto Commissariato per l’epurazione nazionale del fascismo. A guidare il nuovo ufficio viene chiamato il socialista Tito Zaniboni, autore del primo fallito attentato a Mussolini (4 novembre 1925) e che, insieme all’azionista Alberto Cianca, aveva presieduto il congresso del CLN di Bari di gennaio. Il programma sanzionatorio è così inefficace che è lo stesso Partito Socialista a chiedere la rimozione di Zaniboni dal ruolo, sfruttando vecchie posizioni in favore del Duce risalenti agli anni Trenta[3] e ponendo di fatto fine alla sua stessa carriera politica.
Fin dagli albori del CLN la politica antifascista del PSI è chiara: chiunque collabori con la monarchia o con il governo Badoglio verrà espulso dal partito. Espellere un Commissario senza poteri effettivi facilita il tutto.

Nonostante un inizio non certo incoraggiante, con il decreto n. 134 “Punizione dei delitti e degli illeciti del fascismo” del 26 maggio, il governo Badoglio introduce l’ergastolo e la pena di morte tra le punizioni adottabili oltre che i delitti contro la fedeltà e l’onore militare, includendo ministri, sottosegretari e i candidati del Partito Nazionale Fascista nel 1929 nelle liste dei punibili.

Ma tu quanto sei fascista? Il questionario di Poletti

Nel novembre 1943, il maresciallo prende una decisione destinata ad incidere sull’intero programma sanzionatorio: scinde via legge il Ventennio dalla RSI. Da un lato il regime vero e proprio, che ha guidato l’Italia per due decenni; dall’altro il governo-fantoccio dei “traditori”. Ad imprimere un peso ulteriore a questa distinzione ci pensano anche gli Alleati. Charles Poletti, governatore delle aree liberate dagli Alleati (e tra i più solerti difensori del programma epurativo) realizza un questionario formato da 43 categorie di domande destinato a definire i rapporti tra l’interrogato e il regime. L’aver seguito il Duce al nord dopo l’8 settembre è il discrimine per stabilire il reato da imputare, il più grave dei quali è il tradimento.

L’impegno di Washington e Londra nelle operazioni sul campo vede gli angloamericani portare avanti il processo delle sanzioni in maniera superficiale. Harold Macmillan, Alto commissario al governo militare italiano, nel suo War Diaries: The Mediterranean, 1943-45 riporta di un suo colloquio con Samuel Reber, responsabile della sezione politica della Commissione alleata di controllo, nel quale quest’ultimo sosteneva di non avere idee né ordini da impartire in merito alla defascistizzazione.
L’Italia dei fascisti “ripuliti” non può che trovare positivo l’immobilismo angloamericano
. La soluzione “compromissoria” del punire solo i simboli del regime – Mussolini in testa – viene così accettata da (quasi) tutti.

Note:

  1. Michele Battini, Peccati di memoria. La mancata Norimberga italiana, Bari-Roma, Laterza, 2003, kindle edition;
  2. Giacomo Pacini, Le altre Gladio. La lotta segreta anticomunista in Italia 1943-1991, Torino, Einaudi, Kindle Edition; G. Tosatti, Storia del ministero dell’Interno, Bologna, Il Mulino, 2009, p.286-292 dove è presente una documentata biografia del generale Pieche. Sulle attività del generale in Spagna si veda A. Vento, In silenzio gioite e soffrite, Milano, Il Saggiatore, 2014, pp.187-188; Archivio Commissione Stragi (da ora Acs), Microfilm, Commissione Alleata di controllo, bob. 186B, fot. 13.0, citato in G. Tosatti, op.cit., p.288; Senato della Repubblica, Archivio Commissione Stragi (da ora Sr-Acs), doc. n.1618/Z-A.s. bis, Sim, Centro A, 9 luglio 1944;
  3. Roberto Festozzi, Caro Duce ti scrivo. Il lato servile degli antifascisti durante il Ventennio, Milano, edizioni Ares, 2012, pp.93-94;

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L'oblio della Repubblica. Partigiani, anticomunismo e Gladio

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