Epurazioni&oblio: condannare o salvare i fascisti?

Epurazioni&oblio: condannare o salvare i fascisti?

Con il secondo governo Badoglio, formato a Salerno il 22 aprile 1944 di cui fanno parte anche i sei partiti del CLN, all’Alto Commissariato per le sanzioni contro il fascismo viene chiamato il conte Carlo Sforza, in sostituzione di Tito Zaniboni. Già ministro degli Esteri nel 1920-21 – e poi sotto i governi De Gasperi dal 1947 al 1951 – per le minacce subite dagli squadristi Sforza è dal 1927 in esilio prima in Belgio, poi in Francia e negli Stati Uniti.

Il governo-ombra dei partigiani

A New York Sforza entra in contatto con la Mazzini Society, associazione antifascista creata da Gaetano Salvemini, dal 1934 insegnante di storia della civiltà italiana all’università di Harvard.
Nata per la raccolta fondi in favore degli antifascisti esiliati e con una forte impronta antimonarchica, antifascista e anticomunista, l’organizzazione cercherà di formare un governo in esilio con sede negli Stati Uniti – a cui chiederà appoggio diretto – o in Libia, dove è prevista la formazione di una “legione” affidata a Randolfo Pacciardi, membro della MS e comandante del Battaglione Garibaldi durante la guerra civile spagnola. A guidare questo governo-ombra da insediare nell’Italia liberata viene posto il conte Sforza, da sempre interessato a guidare il movimento antifascista. Ma l’uscita di Pacciardi nel 1942 – in polemica con la decisione dell’organizzazione di non accordarsi con i comunisti – e lo scarso credito concesso da Londra e Washington renderanno impraticabile il progetto.

La posizione antimonarchica di Sforza – fortemente conflittuale rispetto al progetto di unità nazionale voluto da Togliatti – costringerà il conte rientrato in Italia a firmare un documento che lo impegna a non ostacolare l’azione del governo Badoglio, almeno fino alla totale liberazione dell’Italia[1].
Divenuto ministro degli esteri dei governi De Gasperi III e IV, nel 1948 saranno proprio il conte e il premier Dc a portare l’Italia nell’alveo del Patto Atlantico, una decisione cui si opporranno tanto i partiti politici italiani (comunisti, socialisti, i socialdemocratici di Giuseppe Saragat, parte del mondo cattolico) quanto la maggior parte dei membri del costituendo Patto, ad iniziare da Washington.

Come Alto Commissario, Sforza darà vita a quattro sottocommissari aggiunti:

  • la sottocommissione per i processi ai fascisti viene affidata a Mario Berlinguer, avvocato (rappresenterà l’accusa nel processo per l’omicidio dei Fratelli Rosselli contro Mario Roatta) giornalista, ricco possidente terriero sardo – padre di Enrico e Giovanni Berlinguer – e membro del Partito d’Azione e successivamente del PSI. Rimarrà in carica fino al giugno 1944;
  • al comunista Mauro Scoccimarro, più volte ministro (governi Bonomi III, Parri, De Gasperi I e II) e confinato all’isola di Santo Stefano durante il regime, viene affidata la sottocommissione per l’epurazione nell’apparato statale. Il commissario sarà fin da subito fortemente criticato per la sua volontà di applicare con forza il programma operativo;
  • Pier Felice Stangoni, giornalista ed esponente dei Democratici del lavoro – oltre che amico personale del conte Sforza – viene messo a capo della sottocommissione per la liquidazione dei beni fascisti;
  • al democratico Mario Cingolani viene infine affidato l’Ufficio per l’avocazione dei profitti del regime.

Tra i primi casi affrontati dall’Alto Commissariato quello del generale Alessandro Pirzio Biroli, comandante militare durante l’occupazione dell’Albania e della Jugoslavia. Autore di feroci rappresaglie contro antifascisti e partigiani locali, più volte il capo della Resistenza jugoslava – Josip Broz Tito – chiederà di processare il generale per l’omicidio di settemila jugoslavi. Una possibilità sempre negata dal governo Badoglio, trincerato dietro la politica dell’assenza di prove certe, come già sostenuto per il salvataggio di Giuseppe Frignani.

Capitale liberata, Maresciallo destituito

Una svolta importante arriva agli inizi di giugno 1944: il 4 e 5 avviene la liberazione di Roma, rimasta fino a quel momento il centro della burocrazia della RSI e teatro della più feroce applicazione della “ritirata aggressiva” nazista, che ha portato all’eccidio delle Fosse Ardeatine (video) e all’uso del carcere di via Tasso come camera di tortura.

Il 5 giugno, inoltre, Badoglio si dimette da capo del governo. Le accuse del CLN sui legami tra il maresciallo e il regime rendono impossibile l’ipotesi di un Badoglio III. Nasce così il secondo governo guidato da Ivanoe Bonomi, esponente del Partito Democratico del Lavoro e già presidente del Consiglio tra il 1921 e il 1922. La nomina è fortemente osteggiata dagli inglesi, che vedono i propri interessi minacciati e accusano il Comitato di non avere l’autorità per cambiare il governo. Il passaggio dei poteri da Badoglio a Bonomi rappresenta, però, anche il declino dell’influenza britannica sull’Italia in favore degli Stati Uniti.
La scelta di Bonomi è quanto meno particolare: nonostante sia a capo del CLN, nella sua prima esperienza di governo si era distinto per aver represso più gli antifascisti che i gruppi fascisti. In suo favore giocano però la fama di moderato e l’amicizia con gli angloamericani, ancora impegnati con le operazioni militari sul campo e in cerca di un governo in grado di cavarsela da solo.

La Commissione Poletti

Roma segue così Palermo e Napoli sotto l’amministrazione di Charles Poletti, che tra i primi atti forma la Commissione di ufficiali alleati per l’esame dei fascisti posti sotto accusa, a cui viene affiancato un Comitato di consulenza composto da due membri per ognuno dei sei partiti del CLN. A due giorni dall’insediamento, riporta il giornale del Partito d’Azione Italia libera, sono già stati conclusi 3.750 casi, tra i quali il licenziamento di 1.700 agenti della Polizia dell’Africa Italiana. Il dato prova più il senso propagandistico del momento che non il reale sforzo con cui la nuova Italia post-fascista si approccia realmente alla defascistizzazione, come dimostrano i dati – forse più realistici – riportati dal Corriere di Roma, che parla di 500 fascisti epurati in un mese dall’amministrazione comunale cittadina.

La spinta alle epurazioni – che colpisce anche le Università e le forze dell’ordine – viene osteggiata tanto dai conservatori, contrari all’eccessiva radicalità del piano del governatore Poletti, quanto gli stessi angloamericani, che evidenziano come l’umore delle classi agiate non sia dei più favorevoli. Il programma di Poletti, dicono, mira a «danneggiare la struttura stessa della società italiana»[2].

I processi che a Napoli e nella Capitale si aprono, tra gli altri, contro Dino Grandi, l’armatore Achille Lauro, Giuseppe Frignani o il questore Pietro Caruso alimentano la speranza che, dopo i quarantacinque giorni del governo Badoglio, le epurazioni possano finalmente trovare una seria applicazione. Attese presto tradite dalla denuncia delle collusioni tra la classe dirigente moderata italiana e gli angloamericani, volte a depotenziare le sanzioni.

Il decreto mutilato

Il 27 luglio 1944 gli angloamericani cedono la gestione delle sanzioni al governo Bonomi. Le divergenze tra chi vorrebbe sanzioni efficaci (socialisti e azionisti) e chi professa la “linea del perdono” (conservatori, comunisti e cattolici, ognuno con le proprie ragioni) rende ancora una volta difficile il passaggio dalla teoria all’applicazione pratica del programma epurativo. L’Italia è inoltre il banco di prova per il sistema delle sanzioni. Non esiste alcun precedente legale cui rifarsi, e questo complica molto l’attività dell’esecutivo e degli Alleati in tal senso.

Il governo italiano si prodiga comunque nell’emanazione di decreti che portano ad esempio alla costituzione di parte civile nei processi tenuti dall’Alta Corte (Dll n.229 del 5 ottobre) e all’estensione del programma alle province (Dll n.285 del 23 ottobre), con risultati tutt’altro che soddisfacenti. Il più importante è però il Decreto legislativo luogotenenziale n.159 sulle “Sanzioni contro il fascismo” che, di fatto, riforma l’intera materia.

Fascisti alla sbarra, fascisti con la toga

Intenzioni e decreti si scontrano però con oggettive difficoltà pratiche. Giudici, funzionari amministrativi e di polizia vengono cooptati dall’Alto Commissariato tra i prigionieri di guerra, negli elenchi dei pensionati e, in più di un caso, tra gli ex fascisti.

Emblematici di tali difficoltà due casi riportati dallo storico Roy Palmer Domenico nel suo “Processo ai fascisti[3]: Ulderico Trillò viene scelto come membro della Commissione epurativa dell’Istituto centrale di Statistica, di cui è direttore del personale. Ex membro del PNF, così come denuncia il direttore generale dell’istituto, Alessandro Molinari, che dà vita ad una “controcommissione”, Trillò è accusato di aver riammesso in servizio dodici ex squadristi. Dimissionario, sarà il commissario Scoccimarro a bloccare tutte le epurazioni nell’istituto. Situazione simile avviene al Consiglio nazionale delle Ricerche (CNR), dove viene chiesta la sostituzione di due membri della commissione epurativa accusati di aver collaborato con Sabato Visco, noto sostenitore delle tesi razziste del fascismo. La denuncia, scrivono gli altri membri della commissione, è però basata su false informazioni. L’impossibilità di trovare prove certe sulla colpevolezza o l’innocenza blocca, ancora una volta, il processo epurativo.

Nonostante questo, comunque, a novembre 1944 i primi dati resi pubblici dai commissari parlano di 28.399 casi già esaminati, di cui:

  • 6.859 rinvii ad ulteriore approfondimento;
  • 1.199 richieste di sospensione;
  • 495 dipendenti licenziati in tronco;

Il maggior numero di inchieste viene aperto al ministero degli Interni, dove si registrano 1.430 rinvii a giudizio e 422 richieste di sospensione. Numeri a cui va aggiunta l’epurazione di 86 burocrati e 158 ufficiali e agenti di polizia. È il ministero della Guerra ad avere invece il più alto numero di epurazioni: 54 su 99 richieste. Ciò potrebbe derivare dalla posizione personale del ministro Alessandro Casati, il cui unico figlio Alfonso viene ucciso dai nazisti nell’agosto 1944. Inascoltata, invece, la richiesta dello stesso ministro di porre in cima alla lista degli “epurabili” i marescialli Pietro Badoglio e Giovanni Messe. Al Tesoro (5 epurazioni su 10 richieste) e al ministero dei Lavori Pubblici (0 epurazioni su 18 richieste) il programma risulta particolarmente inutile.

Mentre giornali e giuristi sono impegnati in un dibattito sulla legittimità delle sanzioni e nei tribunali ordinari iniziano i primi processi ai “traditori” di Salò, il governo istituisce l’Alta Corte di Giustizia, a cui affida i processi ai grandi criminali del Ventennio. Sottoposta al controllo della sottocommissione Berlinguer, gli otto membri sono scelti tra «alti magistrati, in servizio o a riposo, e fra altre personalità di rettitudine intemerata».
A guidarla viene chiamato l’ex Guardasigilli e presidente della Corte di Cassazione Ettore Casati, autore di un decreto per l’espulsione dei funzionari fascisti dalle istituzioni dell’Italia liberata. Il procedimento viene in seguito bloccato dal principio di irretroattività della legge, tra i problemi più importanti che l’intero programma epurativo dovrà affrontare.
La grave malattia di Casati costringe l’esecutivo a nominare al suo posto Lorenzo Maroni, consigliere di Cassazione e già tra gli otto membri dell’Alta Corte. Un’intera carriera sviluppata da «ardente fascista»[4] pone un problema di fondo: può un fascista giudicare altri fascisti?

Spettacolo&sangue: il processo a Pietro Caruso

Con questo dilemma si apre a Roma il processo contro l’ex questore Pietro Caruso e il suo vice, Roberto Occhetto, entrambi accusati di numerose retate in esecuzione di ordini nazisti, come la compilazione della lista delle persone da fucilare alle Fosse Ardeatine (335 vittime tra civili e militari italiani), di cui in aula – secondo la ricostruzione di Domenico[5] – sono presenti madri, mogli e sorelle.

Tra i testimoni del processo c’è l’ex direttore del carcere romano di Regina Coeli Donato Carretta. Acerrimo repressore dei prigionieri politici, poco prima della cacciata dei nazifascisti dalla Capitale si prodiga nella liberazione degli antifascisti detenuti. In un probabile scambio di identità tra testimone e accusato, la folla accalcata davanti al Tribunale – priva di qualunque freno inibitore – prima lo pesta a sangue e poi, dopo aver tentato di farlo investire da un tram, lo uccide a colpi di remi sulle rive del Tevere, per appenderne il corpo dinanzi Regina Coeli. A guidare il malcontento della folla è tal Maria Ricottini, presentatasi come madre di una delle vittime dell’eccidio. La donna, si scoprirà solo in seguito, non ha mai avuto figli.

Il processo va comunque avanti, riprendendo due giorni dopo l’omicidio. L’Avanti! e L’Italia Nuova – rispettivamente giornale socialista e monarchico – saranno concordi nell’evidenziare, il 21 settembre 1944, l’inutile pomposità mostrata dai giudici italiani: agli Alleati in maniche di camicia e seduti su sedie di cuoio si contrappone lo scranno di porpora e oro da cui il giudice Maroni condanna a morte Caruso, che verrà fucilato il giorno dopo, e a trent’anni di carcere Occhetto, che negli ultimi giorni del nazifascismo a Roma aveva procurato documenti falsi agli antifascisti.

L’omicidio Carretta viene usato per fini propagandistici tanto dai fautori delle epurazioni quanto dai sostenitori della “linea del perdono”, mentre gli angloamericani – che ne approfittano per attaccare direttamente il commissario Sforza – minacciano il governo Bonomi di riprendere in mano la gestione dell’ordine pubblico in caso di nuovi linciaggi.
La vicenda Caruso-Carretta pone per la prima volta una serie di interrogativi: la pena di morte è una sanzione accettabile come punizione – evidentemente estrema – contro i fascisti? E questa va applicata sempre o solo in alcuni casi? Inoltre, è giusto premiare con un trattamento particolare o sconti di pena gli ex fascisti che a vario titolo hanno collaborato con la Resistenza?
A rincarare la dose ci pensano inoltre i giornali, che evidenziano come i veri colpevoli dell’avvento del fascismo – la classe dirigente, la grande imprenditoria, la Corona – non siano ancora stati sottoposti a giudizio.

Eseguire gli ordini non è mica un reato?

Sono i generali Riccardo Pentimalli ed Ettore Del Tetto, il 14 dicembre 1944, i primi appartenenti alle forze armate a finire sotto processo. Accusati di aver lasciato la città di Napoli in mano ai tedeschi, contro di loro viene per la prima volta applicato il principio della «eccezionale gravità», che sposta il processo all’Alta Corte di Giustizia. Il giudizio di un tribunale militare, infatti, potrebbe portare i due ad essere giudicati da loro pari altrettanto imputabili.

Come per Badoglio e a differenza di generali come Rodolfo Graziani o Gastone Gambara – noto per la tesi che un individuo malato è un individuo tranquillo – la difesa si basa sul fatto che né Pentimalli né Del Tetto hanno commesso gravi crimini di guerra e, anzi, la loro unica colpa sarebbe quella di aver eseguito le decisioni del re. È un reato che i due abbiano semplicemente svolto il loro compito di soldati? Durante il processo entrambi sostengono di non aver mai ricevuto la “Memoria 44”, emanata dal generale Roatta il 2 settembre 1943 e contenente le disposizioni da attuare contro i tedeschi, passati con l’armistizio al ruolo di nemico. Un cambio di campo reso in quei giorni segreto dallo stesso maresciallo Badoglio, che per giorni cela le trattative per la resa dietro la volontà di continuare la guerra al fianco del vecchio alleato tedesco. Anche per questo il documento contenente l’ordine viene bruciato.

Dietro gli interrogativi della difesa si nasconde la paura che il processo ai due generali possa portare alla sbarra tutti i capi militari. Pentimalli, prosciolto dall’accusa di collaborazionismo, vedrà annullare dalla Corte Suprema di Cassazione la condanna a vent’anni di carcere per abbandono di comando. A tale decisione concorre fortemente l’amnistia concessa da Palmiro Togliatti del giugno 1946. Un atto figlio del clima di quegli ultimi anni Quaranta, dove al pericolo fascista si sostituisce sempre più la nuova minaccia comunista. Un clima che vede coalizzarsi contro l’intero programma delle sanzioni monarchici, liberali, alcune correnti della Dc, la grande industria e la Chiesa. Un clima in cui anche l’opinione pubblica inizia a ribaltare la prospettiva, rendendo sempre più ampio il fronte dei nostalgici del Ventennio.

Note:

  1. Lettera riportata in Livio Zeno, Ritratto di Carlo Sforza, col carteggio Croce-Sforza e altri documenti inediti, Firenze, Le Monnier, 1975, pp.410-11;
  2. Rapporto Psychological Warfare Branch (PWB, Dipartimento per la guerra psicologica), dell’8 luglio 1944, Public Record Office (da ora PRO) FO371 43945 R11178; David W. Ellwood, L’alleato nemico. La politica dell’occupazione anglo-americana in Italia 1943/1946, Milano, Feltrinelli, 1977, p.258 e. Italy 1943-1945. Holmes & Meier, 1985, p.145;
  3. Roy Palmer Domenico, Processo ai fascisti 1943-1948. Storia di un’epurazione che non c’è stata, Milano, Rizzoli, 1996, pp.102-105;
  4. Attilio Tamaro, Due anni di storia: 1943-45, Roma, Tosi, 1948, p.342;
  5. Roy Palmer Domenico, op.cit., p.112;

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