L’amnistia Togliatti cancella le colpe del fascismo

L’amnistia Togliatti cancella le colpe del fascismo

22 giugno 1946: il governo guidato da Alcide De Gasperi emana il “Decreto presidenziale di amnistia e indulto per reati comuni, politici e militari”. È la cosiddetta “Amnistia Togliatti”, dal nome dell’allora ministro di Grazia e Giustizia. Un procedimento che condona i reati comuni e politici – compresi il concorso in omicidio e il collaborazionismo con il nemico – commessi dai fascisti in tutto il territorio italiano fino al precedente 18 giugno.

Necessario alla pacificazione nazionale e a favorire la ricostruzione materiale dell’Italia, il provvedimento si presta a forti critiche: sotto amnistia passa ad esempio lo stupro di gruppo ai danni di una partigiana, che i giudici derubricano a semplice “offesa al pudore e all’onore”. Le contestazioni maggiori arrivano dal fronte antifascista del nord, che evidenzia come alla scarcerazione dei fascisti non corrisponda la liberazione dei partigiani arrestati prima e durante la liberazione.
Nonostante questo, come ricorda lo storico Mimmo Franzinelli nel libro L’amnistia Togliatti. 1946. Colpo di spugna sui crimini fascisti (Mondadori, 2006), ad eccezione del Partito d’Azione tutti gli altri partiti si dichiarano a favore della liberazione dei fascisti.

Le prime persone a beneficiare del provvedimento [sui circa diecimila amnistiati, ndr] furono i gerarchi di più alto grado, che avevano i soldi a disposizione per pagare i migliori avvocati e per oliare i meccanismi della macchina giudiziaria. Per quanto riguarda invece il dopo-amnistia, bisogna ricordare come negli anni seguenti i 2/3 della base parlamentare del Msi sarà costituito da parlamentari amnistiati. Questo perché in Italia, a differenza di altri paesi europei, l’amnistia non previde l’esclusione dalle cariche pubbliche per i collaborazionisti, come erano di fatto i gerarchi della RSI

Sottotraccia, il leader comunista – che scrive personalmente la legge – pone un altro obiettivo: portare quei fascisti nel PCI, così da far crescere il potere elettorale del suo partito.

La “crisi De Courten” apre la crisi del governo Bonomi

La rottura tra i partiti del CLN ruota intorno a modo in cui si realizzano le epurazioni e, soprattutto, al lavoro del commissario Mauro Scoccimarro, che si aggiunge a chi – come Gaetano Salvemini – da tempo denuncia i sempre più stretti rapporti tra personalità da epurare, membri del governo Bonomi e funzionari della Commissione alleata di controllo. Secondo tali critiche, solo la caduta dell’esecutivo potrebbe portare ad una concreta applicazione del programma epurativo[1].

Il governo, naturalmente, risponde e contrattacca. Attraverso i ministri Marcello Soleri (Tesoro) e soprattutto il potente ammiraglio Raffaele De Courten, a capo del ministero della Marina, l’esecutivo si attiva per bloccare il piano dell’Alto Commissariato, che vorrebbe avocare a sé il potere di sospensione dei funzionari ministeriali che spetta invece ai vertici governativi. L’epurazione, definisce una circolare governativa emanata il 4 settembre, dovrà attuarsi solo se il mantenimento dell’incarico rappresenta un pericolo per l’amministrazione. Questa decisione, di fatto, apre la crisi del governo Bonomi.

L’ammiraglio, passato indenne dal fascismo alla fase post-regime, rimette il mandato nelle mani del governo, minacciando di sguarnire tutte le navi se il commissario Scoccimarro non si dimette. Per Ivanoe Bonomi è un’occasione da non sprecare: il commissario Sforza e i quattro sottocommissari devono dimettersi. La loro colpa, sostiene l’esecutivo, è aver epurato senza motivo personale ben preparato, rendendo difficile l’attività amministrativa. I sostenitori del commissario gridano al ritorno della dittatura.

Schierarsi con De Courten o con Sforza significa scegliere tra due concezioni diverse delle epurazioni e, di fatto, della stessa gestione del Paese. I democristiani si astengono, mentre i comunisti si schierano, più per costrizione che per scelta, in favore di Sforza. L’impasse viene risolta con un rimpasto di governo, ora schierato più a destra, e con lo spostamento del conte Sforza alla presidenza della Consulta Nazionale del Regno d’Italia, l’assemblea – provvisorio e non elettiva – che sostituirà il Parlamento fino alle elezioni politiche.

Lo scontro coinvolge anche i britannici, che accusano Sforza di approfittare della crisi politica per arrestare il maresciallo Badoglio. Un attacco indiretto alla Corona italiana che, sostiene l’ambasciatore Noel Charles, rappresenta un insulto per Londra, che impedirà l’arresto del maresciallo ospitandolo nell’ambasciata.
Il vero obiettivo britannico è però evitare che possano diventare di dominio pubblico il mancato invio di rinforzi alle truppe italiane e, soprattutto, il canale aperto tra Churchill e il generale Mario Roatta, divenuto informatore dei servizi segreti di Londra[2]. Il 17 novembre 1944, però, Sforza dà l’ordine di arrestare il generale. L’antipatia britannica nei confronti del conte può ora manifestarsi in pieno: Churchill chiede, e ottiene, la fine politica dell’Alto Commissario.

Rimpasti di governo e di commissari

Chiuso il capitolo Sforza, l’obiettivo si sposta su Mauro Scoccimarro. I socialisti chiedono che l’Alto Commissario sia data l’effettiva possibilità di portare a termine il processo di defascistizzazione. Pietro Nenni, segretario e leader del partito, pone una linea di demarcazione chiara: chi è contrario alle sanzioni è fascista, senza alcuna possibilità di appello o deroga. Dall’altro lato, monarchici e liberali accusano Scoccimarro di utilizzare il suo ruolo per accrescere il potere del PCI[3]. Tra questi due poli si schierano comunisti e democristiani. Contrario a trasformare le sanzioni in vendette personali, il PCI evidenzia tutta la sua ambiguità nei confronti del fascismo, una politica iniziata con l’appello ai “Compagni in camicia nera” del 1936.
La moralità cristiana è invece la base dell’opposizione della Democrazia Cristiana, che con l’elezione di Alcide De Gasperi a segretario del partito (31 luglio 1944) sposta la linea sulle sanzioni su posizioni ancor più moderate.
La vera preoccupazione per comunisti e democristiani, ormai avviati nella trasformazione in partiti di massa, è che posizioni troppo radicali sulla defascistizzazione possano restringere il futuro bacino elettorale.

Entrambi i partiti sono inoltre concordi nel sostituire al governo Bonomi un esecutivo guidato proprio da De Gasperi[4], che nel 1922 aveva guidato il direttorio di quel Partito Popolare membro del primo governo (di coalizione) di Mussolini[5]. Nasce invece il terzo governo Bonomi, con l’ingresso dei comunisti e l’estromissione dei socialisti. Palmiro Togliatti viene nominato vicepresidente del Consiglio dei ministri, mentre Mauro Scoccimarro viene promosso al nuovo ministero per l’Italia Occupata. Sarà la prima di una lunga serie di promozioni per rimozione riproposte in maniera costante nella storia italiana.

Al posto di Scoccimarro arriva Ruggiero Grieco, stretto collaboratore di Togliatti. Giovanni Battista Boeri, liberale iscritto al Partito d’Azione, è invece chiamato alla guida del Segretariato Generale creato per portare l’Alto Commissariato sotto il controllo diretto della presidenza del Consiglio. È un’ampia riforma dell’intera istituzione, con il commissariato per la confisca dei profitti illeciti del fascismo rientrare sotto il ministero del Tesoro. L’unico a non subire gli effetti della crisi politica è Mario Belringuer, che rimane alla guida della sottocommissione per i professi ai fascisti.
I primi due atti firmati dal segretario generale comportano il divieto di epurazione tra gli ufficiali di completamento e della riserva e la revoca dell’interdizione temporanea degli ex fascisti dai pubblici uffici. L’Alto Commissariato diventa una semplice scatola nera senza alcun valore.

Epurare l’epurazione

Eliminati Sforza e Scoccimarro, l’opposizione alla defascistizzazione – a cui si aggiunge ora parte della stampa di sinistra – si rivolte contro la riforma di quel Dll 159 che in molti, tra cui lo stesso conte, vedono frutto di un clima politico ormai passato. La profezia di Benedetto Croce inizia ad avverarsi: riabilitare il fascismo non è più una bestemmia. Ad essere epurata, ora, è l’epurazione stessa.

È in questo clima che nasce il Fronte dell’Uomo Qualunque, guidato dal giornalista e scrittore satirico Guglielmo Giannini e formatosi intorno all’omonima rivista, passata dalle 25.000 copie del dicembre 1944 alle 850.000 del maggio successivo. L’attività giornalistica di Giannini è da sempre segretamente finanziata dal regime, ma la nuova formazione politica si definisce lontana tanto dal fascismo quanto dall’antifascismo, che accusa di essere diventato una vera e propria “professione”. Il qualunquismo, di cui ampie tracce si riscontrano nel Movimento 5 Stelle, ha vita breve ma diventa utile strumento per spostare l’Italia dalla lotta al fascismo alla lotta al comunismo.

La mancata epurazione industriale: l’armata rossa alle porte…della fabbrica

Tra gli ultimi provvedimenti del suo terzo mandato, con il Decreto Luogotenenziale n.149 del 26 aprile 1945 il governo Bonomi inserisce tra gli “epurabili” industriali e uomini dell’alta finanza che hanno avuto un ruolo importante durante il regime fascista. A bloccare tutto questa volta è però Ellery Stone, capo della Commissione di controllo alleata, che giudica il provvedimento troppo vago. L’industria privata viene comunque sottoposta ad epurazione dal novembre 1945, quando viene emanato il decreto n.702.

In risposta al blocco voluto dagli angloamericani, i partigiani iniziano ad organizzare Commissioni epurative dei consigli d’azienda per i primi processi nelle fabbriche, dove operai e dirigenti vengono accusati soprattutto di aver fatto parte delle forze armate delle RSI e delle Brigate Nere. Le sentenze – spesso attenuate per la giovane età degli imputati o per la loro condizione familiare – variano dai richiami riportati nello stato di servizio fino alla consegna alle autorità, a seconda del grado di colpevolezza.

Mentre da più parti si evidenzia come sanzioni economiche troppo pesanti colpirebbero un’economia ancora troppo fragile, nel mirino entrano grandi industriali come Arnoldo Mondadori, Guido Donegani (direttore generale di Montecatini), Franco Mariotti della Snia Viscosa così come grandi gruppi industriali come Ansaldo, Breda, Ilva o Fiat. Molti industriali comprano il proprio antifascismo facendo pressioni o pagando qualche mazzetta – come denuncia Benedetto Croce nel 1944 – altri si convertono per mero opportunismo, facendo il doppio gioco. Per salvarsi basta, in estrema sintesi, aver dato un contributo anche minimo alla Resistenza.

Emblematico il processo epurativo contro Vittorio Valletta, amministratore delegato della Fiat dal 1943, per il quale il CLN piemontese chiede la rimozione dall’incarico. In suo favore si schierano però importanti personalità politiche italiane e alleate come Alcide De Gasperi, Ellery Ston o il colonnello Robert Marshall,commissario alleato per il Piemonte. Se gli inglesi si schiereranno contro di lui, minaccia Valletta, la FIAT non farà più credito a Londra[6] che, sensibile alle ritorsioni, si schiera in suo favore. Nonostante sia inoltre certa la donazione di 500 milioni di lire alla causa antifascista, la Commissione epuratrice decide comunque per l’allontanamento dell’a.d. dalla Fiat. Grazie all’intervento alleato, Valletta rimarrà al suo posto fin quasi alla sua morte, avvenuta nel 1967.

Per altri industriali, come il direttore amministrativo delle officine Ansaldo e Dalmine Agostino Rocca cui si deve la difesa del porto di Genova dai nazisti, l’aiuto più o meno disinteressato alla causa antifascista non darà gli stessi effetti positivi ottenuti da Valletta. Rocca sarà infatti costretto a fuggire in Argentina, essendo giudicato evidentemente più sacrificabile dell’a.d. Fiat.

L’industria partigiana e la resistenza degli industriali

Non tutti gli industriali hanno comunque giurato fedeltà al fascismo. Alcuni hanno anzi avuto un ruolo attivo nel movimento antifascista, come Enrico Falck – tesoriere democristiano del CLN a Milano – o Bruno Perelli, a capo di un gruppo di 400 partigiani dediti a giustiziare i fascisti. Altri imprenditori non si espongono così tanto, tanto che ad oggi non è possibile definire con certezza se il loro sia stato un sostegno sincero alla causa o mero opportunismo. Quel che è certo, comunque, è che oltre ai finanziamenti e ai rifornimenti alleati, il movimento partigiano può fare affidamento anche sul denaro depositato in conti correnti segreti, aperti in alcuni dei grandi istituti bancari dell’epoca come Credito Italiano e Banca Commerciale.

Gli industriali rimasti fedeli alle idee fasciste anche dopo la caduta del regime caldeggiano l’idea di creare proprie formazioni armate a difesa dei loro capitali. Secondo Harold Alexander, comandante militare alleato in Italia, rappresentanti della grande industria del triangolo Milano-Genova-Torino si incontrano tra il 16 e 17 giugno 1945 per definire una strategia comune da adottare contro l’avanzata comunista. Il punto di partenza è l’istituzione di un fondo da 120 milioni annui da utilizzare in campagne propagandistiche.

Anche l’epurazione del settore economico si risolve in molto rumore e pochi fatti, anche per l’intervento degli Alleati attraverso la potente Sezione Economica della Commissione Alleata e alle minacce verso il CLN. In risposta ad un articolo scritto su l’Avanti! dal commissario piemontese al CLN Franco Antonicelli, ad esempio, il colonnello Marshall risponde[7] che «nessun CLN ha la benché minima autorità direttiva o amministrativa», ma soprattutto che

sarebbe davvero un evento infelice e certo assai poco utile all’Italia se a questo punto delle cose e nelle attuali condizioni si rendesse necessario prendere provvedimenti per reati del tipo sopra descritto

Note:

  1. Rapporto OSS del 16 ottobre 1944, National Archives and Records Service (da ora in avanti NARS) RG226 R100794;
  2. Roy Palmer Domenico, op.cit., p.141;
  3. Il Risorgimento liberale, 10 novembre 1944; L’Italia nuova, 19 novembre 1944 e 4 gennaio 1945;
  4. Public Record Office (PRO) FO371 R20124;
  5. Alfredo Canavero, Alcide De Gasperi: cristiano, democratico, europeo, Catanzaro, Rubbettino, pag.34;
  6. Roy Palmer Domenico, op.cit., pag. 197-198;
  7. Marshall ad Antonicelli, 25 luglio 1945, clnai Papers b49 fl in Domenico, op.cit., p.205;

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