Vendetta&violenza, la faccia sporca della Resistenza

Vendetta&violenza, la faccia sporca della Resistenza

È il 29 aprile 1945: a Milano, in Piazzale Loreto, si celebra il funerale del regime fascista. In quella stessa piazza che il 10 agosto 1944 è stata teatro della fucilazione di quindici partigiani vengono esposti i corpi esanimi di Benito Mussolini, Claretta Petacci e di alcuni tra gli alti gerarchi del regime, uccisi nei giorni precedenti. Per sottrarli alla folla inferocita – contro cui si espongono anche importanti capi partigiani come Ferruccio Parri e Sandro Pertini – i corpi privi di vita vengono appesi a testa in giù alla pensilina del distributore di benzina presente in piazza. Con quell’immagine, non voluta ma dall’alto simbolismo politico, anche il fascismo, come regime, ha ufficialmente capitolato.

Mentre a Milano la folla sfoga tutta la sua rabbia sui cadaveri, il 29 aprile 1945 a Caserta i nazifascisti firmano la resa incondizionata agli Alleati. Resa operativa dal 2 giugno, molti militari tedeschi e della RSI si consegnano agli angloamericani per evitare la vendetta dei partigiani.

Gli Alleati e la nuova minaccia partigiana

Con la sconfitta del nazifascismo, il nuovo progetto politico alleato mira al depotenziamento del Comitato di Liberazione Nazionale per l’Alta Italia (CLNAI), prima che l’autorità e il prestigio dei partigiani del nord ne facciano un potere alternativo a quello di Roma e allo stesso controllo americano sull’Italia.
Gli alleati chiedono inoltre la riconsegna delle armi dei partigiani, anche per frenare quei piccoli gruppi armati legati all’universo della Resistenza che, stanchi di un programma epurativo inefficace, si dedicano alla rappresaglia extragiudiziale, condannata anche dai massimi dirigenti del CLNAI.

L’iprite e l’oblio per i crimini fascisti in Etiopia

Per arginare questi gruppi, il 3 giugno gli Alleati decidono che i militari della RSI catturati dopo la liberazione devono considerarsi prigionieri di guerra e, dunque, sottoposti alle tutele del codice militare di guerra. Molti detenuti fascisti vengono salvati con la carcerazione o il trasferimento al Sud. Tra questi il “macellaio del Fezzan”, il maresciallo Rodolfo Graziani artefice dell’uso dell’iprite durante la campagna d’Etiopia. Un crimine di guerra – come definito dalla Convenzione di Ginevra fin dal 1925 – che gli costerà anche un’incriminazione dinanzi alle Nazioni Unite. Salvato probabilmente nell’ambito degli accordi per la resa nazifascista, il maresciallo si consegna agli Alleati il 29 aprile. Verrà prima detenuto a Regina Coeli e in seguito trasferito in Algeria. Nonostante le proteste dell’Etiopia, Graziani non verrà mai incriminato.

Per approfondire:

Il generale e il principio di lealtà

Agli inizi del 1945 si apre intanto il processo a Mario Roatta. Incriminato per l’omicidio dei fratelli Rosselli nel 1937, il generale riesce ad evitare la più grave accusa relativa ai crimini di guerra nei Balcani, per i quali la Jugoslavia chiede – senza ottenerla – l’estradizione sia per Roatta che per il generale Alessandro Pirzio Biroli.

A porre il veto è direttamente la presidenza del Consiglio. Per De Gasperi, premier in quell’aprile 1946, Roatta non può essere estradato in un paese le cui autorità si sono macchiate degli stessi crimini di guerra, come dimostrano «i reduci dalla prigionia e le foibe del Carso e dell’Istria». Cedere alle richieste jugoslave, «susciterebbe nel paese una viva reazione e una giustificata indignazione» che avrebbe sicure e pesanti ripercussioni interne in una fase delicata del processo di normalizzazione dell’Italia. Appoggiato da Londra e Washington, nel maggio 1946 De Gasperi crea una specifica Commissione d’inchiesta sui crimini nei Balcani, guidata da Alessandro Casati.

Tra gli imputati – in tutto quaranta tra ufficiali e funzionari dell’esercito – c’è anche Roatta, condannato in contumacia. Nella notte tra il 4 e 5 marzo 1945, infatti, i servizi segreti britannici prelevano il generale dall’ospedale militare del Liceo Virgilio di Roma, dove è ricoverato da qualche giorno. L’operazione è facilitata dalla momentanea assenza dei carabinieri di guardia, che dal luglio 1944 rispondono agli ordini del generale Taddeo Orlando, ex ministro della Guerra nei due governi Bonomi e sottoposto di Roatta in Slovenia nel 1942. Una lealtà che Orlando pagherà con la rimozione dall’incarico. Al suo posto vengono chiamati prima il generale Edgardo Sogno e, poco dopo, il generale Brunetto Brunetti. Il 22 giugno 1946, comunque, Roatta verrà prosciolto per effetto dell’amnistia Togliatti.

A margine della rimozione di Orlando, Bonomi rimodella il Servizio Informazioni Militari (SIM), che per volere degli Alleati passa dal controllo dello Stato Maggiore delle forze armate a quello del ministero della Guerra. Nasce così l’”Ufficio Informazioni

La manifestazione anti-Roatta: prologo alla Strategia della tensione?

La fuga di Roatta suscita forte sdegno nella popolazione, tanto che per sedare gli animi i partiti di sinistra del CLN indicono una manifestazione per il 7 marzo davanti al Colosseo. Secondo la ricostruzione che ne fa lo storico Roy Palmer Domenico nel suo Processo ai fascisti[1], circa 15.000 persone ascoltano gli oratori scandendo slogan come «Morte al re!», «Vogliamo una vera epurazione!» e «Ripulire la polizia!».

Durante l’evento, un migliaio di manifestanti si sposta al Quirinale per protestare direttamente con il principe Umberto II. Lo scontro con i carabinieri a guardia del palazzo è inevitabile. Un giovane manifestante, Giuseppe Lasagna Mancini, viene ucciso dall’esplosione di una bomba che teneva in mano ma per la quale vengono accusati i carabinieri. La rabbia aumenta ancora. Il corpo di Mancini, ormai divenuto un “martire”, viene caricato su un carro e portato al Viminale, dove si trova Bonomi. Gli animi si placheranno solo quando verrà fatta passare la falsa notizia delle dimissioni dell’allora presidente del Consiglio.

La deriva violenta della manifestazione è al centro di un giallo: secondo Velio Spano, esponente del PCI e autore della falsa notizia, il corteo è spontaneo, mentre due rapporti Alleati[2] – non si sa quanto autentici – incolpano l’uno i comunisti e l’altro i fascisti. Una domanda è lecita: con la guerra fredda alle porte, questi documenti hanno influenzato in qualche modo le diplomazie internazionali, costituendo un primordiale indizio della futura strategia della tensione? D’altronde per alcuni storici la prima strage di Stato, quella di Portella della Ginestra, è del 1° maggio 1947, poco più di due anni dopo la manifestazione anti-Roatta[3]

Arrendersi o Perire!

Il 25 aprile 1945 Milano è libera. Vendette contro fascisti e militari nazisti si sviluppano dall’inizio dell’anno soprattutto nel nord Italia, sia perché la spinta resistenziale nel sud è praticamente inesistente, sia perché sono le regioni settentrionali a sopportare maggiormente gli effetti della ”ritirata aggressiva” nazista.

Nei giorni precedenti, il CLNAI e il Corpo Volontari per la Libertà – organismo di raccordo dei gruppi della Resistenza italiana – emanano alcuni proclami che invitano i nazifascisti ad arrendersi agli angloamericani. L’ordine è difficilmente fraintendibile: chi non accetta la resa incondizionata verrà fucilato. “Arrendersi o perire!” è il proclama diffuso il 19 aprile, tre giorni dopo la definizione delle “Direttive per l’insurrezione nazionale” e a pochi giorni dallo sciopero generale indetto da Sandro Pertini dalle frequenze di Radio Milano Liberata (audio). Con la liberazione vengono formati in città i primi Tribunali di guerra provinciali, istituiti nell’ambito dello “stato di eccezione” indetto dal Comitato contro l’«esistenza di forze reazionarie» e per la «salvezza del patrimonio nazionale e l’incolumità dei cittadini».

In quegli anni la violenza è la risultante di vari punti di origine: il Ventennio fascista, il conflitto mondiale, la ritirata aggressiva nazista, le sanzioni “morbide” e – per chi vi aveva combattuto – la guerra di Spagna. La Resistenza italiana decide per questo di adottare una «violenza utile»[4] (Primo Levi, I sommersi e i salvati, 1986), legittimata dalla giusta causa e che, insegna la Pedagogia degli oppressi di Paulo Freire[5], è risposta e prodotto dell’oppressione stessa. «Nell’Italia del 1940, e con finale evidenza in quella del 1943», scrive Claudio Pavone nel libro Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza[6]

l’esercizio della violenza apparve invece come lo sbocco di un’accumulazione di lunga data. Questo rese la violenza da una parte più ovvia, dall’altra più spietata; ma preparò allo stesso tempo il passaggio a una riconsiderazione dei limiti del ricorso a essa e della possibilità di un suo uso contingente per renderla nel futuro impossibile

La violenza resistenziale è dunque portatrice di un doppio simbolismo: non solo, come sostiene Pavone, «rottura del monopolio statale della violenza»[7], ma anche ricostruzione di quello stesso monopolio sotto la gestione della Resistenza, che di lì a poco diventerà potere istituzionale chiamato a guidare la nuova Italia postbellica. Evidenzia lo storico Giovanni De Luna:

Sì, un governo ci fu dopo la Liberazione, quello degli alleati, ma era una sovranità illusoria. È lo Stato a detenere il monopolio legale della violenza e quando questo, nella sua antica forma, viene a crollare e una nuova forma stenta a consolidarsi, si crea un vuoto. Un cratere, entro cui la giustizia viene con l’essere esercitata da e per i singoli

In questo vuoto di potere si sviluppa il banditismo, nascosto spesso sotto la divisa dell’una o dell’altra parte. Mentre gli alleati cercano in tutti i modi di rimandare l’insurrezione generale invocata dal Partito Comunista – da realizzarsi «prima della venuta degli alleati»[8] – bande partigiane danno vita ai primi processi popolari contro i banditi, che spesso portano alla morte degli imputati: spie, disertori, ladri che lasciati liberi potrebbero unirsi ai fascisti e capeggiare rappresaglie antipartigiane.
Le requisizioni sono ad esempio autorizzate solo «in caso di urgente assoluta necessità» e solo se indirizzate ai più abbienti. In tal proposito, eloquente quanto i partigiani bergamaschi scrivono in un documento del 1 aprile 1945: «O si fa per la causa, e allora è un’azione patriottica e politica, o si fa per il premio e la percentuale, e allora è banditismo, seppure nascosto sotto un velo politico»[9].

Tra Porzûs e l’Emilia “Rossa”: la lunga strada dell’anticomunismo e della Tensione

Dal giugno 1944 “bandito” diventa anche chi non accetta l’autorità del Comitato Generale del Corpo Volontari della Libertà. Non sempre chi viene definito in questo modo lo è davvero, come avviene tra il 7 e il 18 febbraio 1945 tra le malghe di Topli Uork, a Faedis (Udine), dove 17 partigiani della Brigata Osoppo – che unisce i membri della Resistenza non comunista come laici, democristiani, membri del Partito d’Azione – vengono fucilati dai partigiani comunisti della Brigata Garibaldi – Divisione “Natisone”, passati per ordine di Togliatti sotto il controllo dei «fratelli maggiori»[10] dell’Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia, guidati dal futuro maresciallo Tito, che vuole l’epurazione del fronte italiano da tutti gli elementi fascisti e “imperialisti”. Richiesta che si aggiunge alle rivendicazioni jugoslave sulla c.d. Slavia friulana. È l’eccidio di Porzûs (video), per i quali i quarantuno imputati verranno condannati dal Tribunale di Lucca nel 1952 a tre ergastoli e complessivi 704 anni di carcere prima che, nel 1959, verrà concessa a tutti l’amnistia.

La violenza partigiana ha però un ulteriore scenario di sfogo: il triangolo tra Bologna, Reggio Emilia e Modena, dove si sviluppa una vera e propria lotta di classe contro fascisti, possidenti terrieri, commercianti, preti ed esponenti della Democrazia Cristiana. Le cifre di quelle violenze sono ancora discordanti: dalle 300.000 vittime della propaganda fascista[11], 8197 secondo un rapporto elaborato dal governo De Gasperi, 15.000 secondo i dati riportati da Giorgio Bocca ne “La Repubblica di Mussolini”[12].

La “caccia alle streghe” anticomunista

Al di là delle cifre reali, una nuova epurazione viene ora chiesta contro i partigiani arruolati nella polizia e macchiatisi di tali violenze. Gli angloamericani ordinano al governo di intensificare il programma di disarmo, accusando i comunisti di fomentare la violenza per «indebolire la macchina statale e per intimidire i moderati e i conservatori»[13]. Per il Pci – che in quell’area controlla ordine pubblico e istituzioni locali – la matrice è naturalmente fascista, nonostante i dati pubblicati dallo storico e giornalista Giovanni Fantozzi evidenzino maggiori violenze proprio nelle aree “rosse”. Luca Alessandrini e Angela Maria Politi, autori di “Nuove fonti sui processi contro i fascisti[14], riportano come gli imputati vengano aiutati dal Centro di Solidarietà Democratica, istituito nel 1948 dal Pci contro la “caccia alle streghe” anticomunista. Togliatti in persona – stando a quanto rivelato dal suo ex segretario Massimo Caprara – si prodiga in più occasioni per favorire l’espatrio dei condannati nell’Europa dell’Est, come i partigiani che nella notte tra il 6 e 7 luglio 1945 uccidono 54 detenuti nel carcere di Schio.

Carabinieri, governo e angloamericani ne danno notizia certa: l’insurrezione armata comunista è dietro l’angolo, nonostante le cifre – 25 omicidi “politici” su 767 totali tra aprile e ottobre 1945 – raccontino una storia completamente diversa.

L’eccidio di Porzùs, così come le violenze dell’”Emilia Rossa” e quelle dei quaranta giorni di occupazione jugoslava di Trieste avranno un duplice effetto: sul fronte interno la fine del governo di unità nazionale e, nel 1947, l’esclusione dei comunisti dal governo; sul fronte internazionale la necessità angloamericana di tenere l’Italia sotto l’ombrello atlantico e l’inizio della stagione anticomunista.

Note:

  1. Roy Palmer Domenico, Processo ai fascisti 1943-1948. Storia di un’epurazione che non c’è stata, Milano, Rizzoli, 1996, pag.161;
  2. Ibidem, p.294
  3. Per approfondire si rimanda a G. Casarrubea, Mario J. Cereghino, Lupara nera. La guerra segreta alla democrazia in Italia 1943-1947, Milano, Bompiani, 2009; La strage di Portella della Ginestra, puntata integrale de Il Tempo e La Storia, RaiStoria
  4. Primo Levi, I sommersi e i salvati, Torino, Einaudi, 1986, p.83;
  5. Paulo Freire, La pedagogia degli oppressi, Milano, Bruno Mondadori editore, 1971, pp.62-63. Per approfondire inoltre: Paulo Freire, pedagogia degli oppressi, video RaiScuola tratto dal programma Dialoghi con Paulo Freire del 1989;
  6. Claudio Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza, Torino, Bollati Boringheri, ed.2006, p.450;
  7. Ibidem, p.415;
  8. Il testo del messaggio integrale recita: “Il nuovo ordine del giorno del generale Clark è stato emanato senza l’accordo del governo né nostro. Tale ordine del giorno non corrisponde agli interessi del popolo. È nostro interesse vitale che l’armata nazionale e il popolo si sollevino in un’unica lotta per la distruzione dei nazifascisti prima della venuta degli alleati. Questo è indispensabile specialmente nelle grandi città, come Milano, Torino, Genova, ecc., che noi dobbiamo fare il possibile per liberare con le nostre forze ed epurare integralmente dai fascisti. Prendete tutte le misure necessarie per la rapida realizzazione di questa linea, scegliete voi stessi il momento dell’insurrezione sulla base dello sviluppo generale della situazione sui fronti, sul movimento del nemico e sulla base della situazione delle forze patriottiche”;
  9. Ibidem, p.453;
  10. Così verranno definiti i partigiani titini in un messaggio pubblicato il 13 ottobre 1944 su “La nostra lotta” dal titolo “Saluto ai nostri amici jugoslavi”;
  11. Giorgio Pisanò, Sangue chiama Sangue, Milano, 1972 e Storia della guerra civile in Italia (1943-1946); Duilio Susmel, I giorni dell’odio. Italia 1945, Roma 1975:
  12. Giorgio Bocca, La Repubblica di Mussolini, Bari-Roma, Laterza, 1977, p.339;
  13. Rapporto Hopkinson al Foreign Office, 7 luglio 1945, PRO FO371 49773 1945, p.8;
  14. Luca Alessandrini e Angela Maria Politi,“Nuove fonti sui processi contro i fascisti”, in Italia Contemporanea, n.178, 1990;

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L'oblio della Repubblica. Partigiani, anticomunismo e Gladio

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