Di guerra civile partigiana e dei tabù della memoria storica

Di guerra civile partigiana e dei tabù della memoria storica

Norberto Bobbio e Claudio Pavone ne hanno discusso – per lo più in privato – per oltre cinquant’anni: la Resistenza è stata una guerra civile partigiana. Anzi, riprendendo il paradigma che Pavone definisce nel 1991, la “Repubblica nata dalla Resistenza” di guerre ne ha viste addirittura tre insieme: quella “patriottica” contro il nazismo, quella “civile” contro il fascismo e quella “di classe”, combattuta soprattutto dai partigiani provenienti dal mondo operaio e proletario.

È, questo, il primo e forse più importante dei tabù sulla Resistenza. Con l’allontanamento da quegli avvenimenti, infatti, della Resistenza si è creata un’immagine apologetica ed edulcorata, dove il contributo della lotta partigiana alla liberazione dell’Italia è sempre stato svalutato in favore dell’intervento Alleato e dei partigiani comunisti. Un paradigma accettato dall’intero arco politico: per la destra antifascista l’obiettivo era – ed è – non lasciare il monopolio della memoria storica dell’epoca alla sinistra, a sua volta bloccata nel limbo tra il “compromesso storico” e quella “rivoluzione interrotta” che negli anni della contestazione darà vita ad un altro mito: la Resistenza “rossa e non democristiana”.

Un uso politico della storia che ha dato origine ad una Repubblica fondata sull’oblio, nella quale la necessità di normalizzare l’Italia porta l’antifascismo ad edulcorare la guerra civile partigiana in guerra di liberazione e dove alle violenze, agli eccessi ed agli errori della Resistenza non deve essere dedicato lo stesso livello di approfondimento usato nell’analisi dei crimini del fascismo. Un errore che l’Italia atlantica pagherà a caro prezzo tra le malghe di Porzûs e l’omicidio di Aldo Moro.

Armi, partigiani e brigatisti

Con Mussolini appeso in Piazzale Loreto e Hitler suicidatosi poche ore dopo la resa nazista, gli Alleati possono ora dedicarsi con maggior interesse alla situazione politica italiana. Dalle pagine del Corriere di Roma – organo di informazione usato dalle forze angloamericane fino al 1947 – viene ordinata la riconsegna delle armi dei partigiani. Due giorni dopo, il governatore Charles Poletti scrive in un rapporto che tutte le armi sono state recuperate senza scontri. Si saprà solo negli anni Settanta che il 40 per cento di quell’arsenale non viene riconsegnato. Una parte di quelle armi verrà ritrovata nelle disponibilità delle Brigate Rosse.

Il fascismo degli antifascisti

Il 19 aprile 1945 il CLNAI emana un ordine secondo il quale i nazifascisti catturati dovranno essere consegnati agli Alleati come prigionieri di guerra. Il codice punitivo adottato dagli antifascisti differenzia le pene tra chi è stato coscritto e chi si è unito al fascismo di sua volontà, così come tra chi è dato o solo eseguito gli ordini. quest’ultima discriminazione verrà successivamente ripresa nella politica del “colpire in alto e indulgere in basso” divenuta legge nel 1944.

La paura, per i partigiani, è quella di non replicare gli schemi culturali fascisti, soprattutto per evitare che l’opinione pubblica possa sviluppare compassione per i prigionieri fascisti. A volte questo limite viene superato, come dimostrano la privazione del rancio o la decisione di alcuni gruppi partigiani – come quello di Belluno – di «rispondere con terrore a terrore». «Nessuna pietà e basta con l’affollamento nei campi di concentramento» ordinano i garibaldini lombardi[1]. Emblematico della parziale assimilazione del modello fascista diventa un manifesto che il CLN piemontese emana il 27 settembre 1944, nel quale viene ordinato che «per ogni patriota ucciso cadranno cinque nazifascisti; per ogni villaggio incendiato cinquanta traditori verranno passati per le armi»[2].

La “rivoluzione interrotta” tra mito e terrorismo

Il tempo dello sfogo e della vendetta si esaurisce presto, sostituito dalla giustizia istituzionalizzata nei tribunali e all’Alto Commissariato, con i partigiani cooptati nell’esercito e nella polizia. Il 20 aprile 1945 il CLNAI istituisce le Commissioni di giustizia, ordinando la detenzione dei membri delle forze armate fasciste nei campi di concentramento.

Ma nell’Italia che epura le epurazioni, che trasforma i fascisti da carnefici a vittime e dove una parte della popolazione imputa proprio alle azioni partigiane le violenze nazifasciste, la necessità di una giustizia rapida – così come chiesto dagli angloamericani – porta al “tradimento” dell’intero programma di defascistizzazione.

Le azioni affidate in special modo ai gruppi comunisti, così come l’eccidio di Porzûs o la lotta di classe in Emilia-Romagna costituiranno pilastri fondamentali in un momento successivo della storia d’Italia, quando cioè il vento della Guerra Fredda e l’ingresso dell’Italia nel blocco atlantico porteranno alla separazione tra cattolici e comunisti e alla formazione di gruppi paramilitari contro l’eventualità dell’insurrezione “rossa”.

Progetto la cui mitologia riemergerà a partire dall’estate del 1970, quando a Costaferrata di Casina (pdf), sulle colline reggiane, verranno create le Brigate Rosse. Simbolo di quella continuità storica è la pistola puntata alla tempia dell’ingengere della Sit-Siemens Idalgo Macchiarini, rapito dalle Br il 3 marzo 1972 nel loro primo sequestro lampo. Quella Browning proviene infatti da quel 40% di armi che i partigiani non riconsegnano agli angloamericani. «Quando facemmo la foto mi ricordai del partigiano che mi aveva consegnato quell’arma. Pensai che l’avrebbe riconosciuta, che avrebbe capito che noi stavamo continuando la sua guerra, quella che lui aveva perso», racconterà nel 1990 a Giovanni Biancon del quotidiano “La Stampa” Alberto Franceschini, fondatore e tra i massimi dirigenti delle Br. C’era da vendicare – o da continuare – quella «rivoluzione interrotta», «tradita» dalla politica normalizzatrice di Togliatti realizzata anche tramite l’amnistia del 1946 e la mancata epurazione.

Il tabù dei prigionieri dell’antifascismo

La stampa cattolica e socialista pone l’obiettivo su un altro problema: la questione delle carceri e delle condizioni dei prigionieri fascisti nei campi di concentramento Alleati, denunciando soprattutto il sovraffollamento e le condizioni precarie degli istituti, spesso ricavati dalle vecchie prigioni fasciste.

Gli stabilimenti carcerari, salvo qualche rara eccezione, sono in condizioni disastrose. Vecchi conventi, antiche fortezze, tetri castelli occupano la maggior parte delle carceri italiane.
Nessuno è idoneo allo scopo: locali privi di luce, sporchi, sforniti dei più elementari servizi igienici, malsani, incapaci di contenere la pletora della sempre crescente popolazione carceraria, senza possibilità organizzative di lavoro, mancanti di oggetti di casermaggio, malsicuri, senza luce, senza aria, pieni d’insetti e parassiti.
I detenuti vivono abbandonati alla rinfusa in indecenti, asfissianti cameroni o costretti in parecchi in celle infelicissime.
Tutti gli istituti ospitano un numero superiore di individui a quello previsto dalla capienza massima

si legge nella “Relazione sulle deficienze del givente sistema penitenziario e sulla necessità di una urgente riforma”, realizzata dalla Commissione visitatrice e di assistenza ai detenuti di Roma nel 1944[3]. Istituti fatiscenti che – riporta Christian G. De Vito in “Camosci e girachiavi: Storia del carcere in Italia” – dovranno sopportare un numero di furti quasi triplicato dal 1935 e, addirittura, un aumento di ben quindici volte degli omicidi volontari[4]. Una situazione che porterà ad importanti rivolte a Roma (Regina Coeli, luglio 1945), Torino (Le Nuove, dicembre 1945) e Milano (San Vittore, 21 aprile 1946), dove oltre ai 4.000 detenuti fascisti saranno incarcerati più di mille partigiani, rendendo ancora più esplosiva la condizione nel carcere. Negli scontri rimarranno uccisi quattro detenuti e un giovane agente di custodia, Salvatore Rap.

Altri prigionieri fascisti vengono rinchiusi nei campi di prigionia angloamericani in Africa, India o nei campi di concentramento aperti sul territorio italiano, come quelli dell’ex colonia penale di Padula (Salerno), di Terni, San Rossore (Pisa) o Taranto, dove nell’aprile 1945 il campo “S” (video) è scenario di una violenta rivolta per il mancato pagamento di una tangente sul cibo (pdf). In Gran Bretagna[5], Russia e Stati Uniti[6] i prigionieri vengono sfruttati come manodopera a basso costo «docile e apolitica».

Tra i campi il più controverso è quello che gli Alleati aprono a Coltano (Pisa), dove tra il 28 aprile e il 1° novembre 1945 vengono deportati 32.735 detenuti, appartenenti soprattutto alle forze armate della RSI e macchiatisi di reati lievi, come si evince da una lettera che il locale prefetto Vincenzo Peruzzo invia l’8 settembre all’allora presidente del Consiglio Ferruccio Parri[7]. Nel campo, scrive il prefetto, si trovano

moltissimi ragazzi tra i 13 e i 17 anni, e molti giovani delle classi ‘23-’24-’25 obbligati, sotto pena di fucilazione e di rappresaglia per le loro famiglie, a prestare servizio nell’esercito repubblicano. Vi sono inoltre civili erroneamente rastrellati, partigiani internati perché privi di documenti di identificazione; altri per aver usufruito degli automezzi che trasportavano i prigionieri ai diversi campi di concentramento; altri, prigionieri in Germania, che alla data della capitolazione tentavano di raggiungere le proprie famiglie. Vi sono infine vecchi fino a 75 anni, grandi invalidi mancanti di un arto, tubercolotici, anche bisognevoli di urgenti cure e di atti operatori.
Tutta questa gente vive in promiscuità, con elementi gravemente compromessi politicamente, molti dei quali già colpiti da mandati di cattura e sulla cui sorte occorrerebbe provvedere d’urgenza costituendo essi un grave pericolo per la sicurezza e la disciplina del campo di concentramento, pericolo che potrebbe realizzarsi da un momento all’altro, ripeto, da un momento all’altro

In un’altra lettera con la quale chiede maggiori viveri, il prefetto evidenzia la presenza di bambini di età inferiore ai 13 anni. Noto oggi per la presenza di detenuti in seguito famosi – tra gli altri Raimondo Vianello, Walter Chiari, Mirko Tremaglia – il governo Parri istituisce una serie di commissioni e sottocommissioni[8] che in vista della chiusura del campo dovranno decidere per la liberazione o la destinazione dei prigionieri ad altri campi di prigionia. Nella relazione conclusiva, stilata dal prefetto Peruzzo il 31 ottobre, viene riportato che 30.000 detenuti saranno liberati, così come 1.637 detenuti dei 2.700 inviati soprattutto al campo di Laterina (Arezzo). Molti ex gerarchi verranno inviati nei campi militari di Forte Boccea, Miramare e Riccione, mentre le donne al campo fiorentino di Castellina in Chianti. Qui, riportano alcuni rapporti della Croce Rossa, si trovano donne incinte spesso innocenti e bambine «di buona famiglia», prive di abiti pesanti e di scarpe. Lo stesso prefetto di Firenze, impossibilitato a chiudere il centro per la sovrapposizione tra la giurisdizione italiana e quella alleata, parlerà di una situazione «al di fuori dei principi di umanità e di civiltà insiti nel nostro popolo»[9].

Quel tabù chiamato “guerra civile”

Con il passare dei decenni, dalla memoria storica del nostro Paese non spariscono solo le epurazioni e le sanzioni contro il fascismo, ma l’antifascismo vieta di definire quella della Resistenza come una “guerra civile”, termine per anni usato solo dalla parte dei vinti fascisti. Secondo i “negazionisti”, il rischio è di equiparare la lotta partigiana con quella fascista «sotto un comune giudizio di condanna o di assoluzione»[10].

La continuità dello Stato tra fascismo e Repubblica, il fallimento delle epurazioni, l’istituzionalizzazione del potere del CLN, la rivoluzione – comunista o democratica, come definita dal Partito d’Azione – comunque mancata: tutti i grandi eventi di quegli anni concorrono alla formazione di questo tabù, che sarà di fatto la base di un’Italia nuova nella volontà ma non nei fatti, come proprio la mancata defascistizzazione ampiamente dimostra. E forse non è un caso che il primo a censurare la guerra civile partigiana sia stato Palmiro Togliatti. Lo storico Claudio Pavone, a cui si deve per la prima volta l’uso di questo termine al di fuori dell’area culturale di destra, evidenzia come «nel volume delle Opere di Togliatti relativo agli anni 1944-1945 le parole «guerra civile» non compaiono mai».

La censura e l’allontanamento da quella definizione, così come l’intera politica delle sanzioni, sono perfetta cartina di tornasole di quella condotta che da quel momento sarà quasi innalzata a politica di Stato. Chiuso il capitolo della minaccia fascista, è ora il comunismo a rappresentare la nuova, impellente, minaccia. Con l’Italia sempre più atlantica e paramilitare, il primo passo verso la strategia della tensione è appena stato mosso.

Note:

  1. Lettera all’ispettore Riccardo presso la 3a divisione Lombarda Aliotta (Oltrepo pavese), 16 novembre 1944, in Pavone, op.cit., p.490;
  2. Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia (INSMLI), CLNAI, b.6, fasc.3, s.fasc.17;
  3. Crf. Commissione visitatrice e di assistenza ai detenuti – Roma, Il problema carcerario italiano. Relazione sulle deficienze del vigente sistema penitenziario e sulla necessità di una urgente riforma, Tipografia delle Mantellate, Roma 1944; in C.G. De Vito, op.cit., p.12;
  4. Christian G. De Vito, Camosci e girachiavi: Storia del carcere in Italia, Bari-Roma, Laterza, 2009, pp.14-15;
  5. Isabella Insolvibile, Wops. I prigionieri italiani in Gran Bretagna (1941-1946), Edizioni scientifiche italiane, 2012;
  6. Archivio dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito Italiano (da ora AUSSME), DS, busta 2256-A, Relazione sulla costituzione delle unità di servizio italiane alle dipendenze dell’esercito degli Stati Uniti, 1 agosto 1944. La studiosa statunitense Janet Worral riporta cifre contenute presso i National Archives di Washington, riferendo di 33.672 soldati semplici e 1.090 ufficiali, per un totale quindi di 34.672 prigionieri italiani cooperatori. La discrepanza nelle cifre soprattutto degli ufficiali è da addebitare ai diversi criteri di conteggio. Da parte italiana si sono considerati quanti hanno firmato per la cooperazione, le cifre statunitensi riportano invece chi è stato effettivamente utilizzato nel programma ISU, la discrepanza nel numero di ufficiali andrebbe addebitata ai circa 1.500, che pur firmando per la cooperazione, rimasero inutilizzati presso i campi di Monticello e Weingarten. Cfr. Worral, Janet E., Italian Prisoners of war in the United States: 1943-1945, in Italian American in Transition, Proceedings of the XXIII conference of the American Italian Historical Association, New York, 1990, p.253;
  7. Carla Forti, Dopoguerra in provincia: microstorie pisane e lucchesi, 1944-1948, Milano, Franco Angeli editore, 2007, p.73;
  8. Il governo Parri istituisce due Commissioni – una civile, l’altra militare – coadiuvate da ben trentasei sottocommissioni, a cui si aggiungono le cinque sottocommissioni specifiche per i detenuti politici. Roy Palmer Domenico, op.cit., p.216;
  9. Lettera di Gaetano Casoni, funzionario della Croce Rossa a Paternò, al ministero degli Interni, 16 novembre 1945;
  10. Claudio Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza, Torino, Bollati Boringheri, ed.2006, p.221. Per approfondire sul tema della guerra civile in Pavone, si legga il cap.5, pagg.221-312;

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L'oblio della Repubblica. Partigiani, anticomunismo e Gladio

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