La nuova Italia atlantica tra anticomunismo, DC e…Gladio

La nuova Italia atlantica tra anticomunismo, DC e…Gladio4 aprile 1949: il governo De Gasperi aderisce al Trattato Nord Atlantico (più comunemente “Patto atlantico”), l’accordo firmato per tutelare l’Europa occidentale da un ipotetico attacco dell’Unione Sovietica.

Il Patto è la perfetta sintesi del clima dell’epoca: con la definitiva eliminazione del problema nazifascista il nuovo nemico diventa ora il comunismo. Il 5 marzo 1946, in un discorso tenuto a Fulton (Missouri, Stati Uniti ; video) l’allora capo dell’opposizione britannica Winston Churchill chiede un ulteriore intervento degli Stati Uniti in Europa, accusando l’Unione Sovietica di aver calato un “sipario di ferro” (passato alla storia nella più celebre definizione di “cortina di ferro”) nel cuore del Vecchio Continente. Gli aiuti economici di Washington – prima attraverso la United Nations Relief and Rehabilitation Administration (UNRRA), poi con il Piano Marshall (video) – nella volontà del presidente statunitense Harry Truman servono per liberare l’Europa «dalla miseria e dal bisogno».

L’ingresso dell’Italia nel blocco di influenza atlantico non è però semplice. L’opposizione a questo progetto va dalla sinistra italiana – cui si aggiunge la corrente democristiana dei “dossettiani – alle cancellerie di vari paesi aderenti al Patto come il Regno Unito, la Francia, il Belgio o gli stessi Stati Uniti, per i quali un’Italia atlantica snaturerebbe l’intera organizzazione. Da qui verrà anche quel commento – «Sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me» – con cui il premier italiano inizierà il suo intervento alla Conferenza per la pace di Parigi del 19 luglio 1946.

Il primo rifiuto all’ingresso dell’Italia nella sfera atlantica viene però proprio da De Gasperi, che nel marzo 1948 evidenzia l’assenza di un Parlamento legittimato a prendere tale decisione. Tale rifiuto nasconde due questioni politiche: la possibilità che i partiti di sinistra possano accusare il governo di correità con “l’imperialismo americano” e l’odio che l’opinione pubblica riversa su Francia e Gran Bretagna, accusate – insieme all’Unione Sovietica – di essere i veri responsabili delle clausole del Trattato di pace imposto all’Italia.

Da quella conferenza l’Italia uscirà comunque a pezzi. Letteralmente. Perse tutte le colonie tranne la Somalia, ingenti saranno infatti tanto i risarcimenti economici quanto le perdite territoriali: da Pola, l’Istria e parte della Venezia Giulia sul fronte orientale – dove Trieste viene dichiarata “Territorio libero” – che passano alla Jugoslavia, fino a Rodi e al Dodecaneso passati alla Grecia o ai territori ceduti alla Francia, che ottiene Briga e Tenda. Proprio Parigi, nell’ottica di spostare la linea difensiva verso Est, sarà il principale sponsor per l’ingresso dell’Italia nel Patto Atlantico.

Prima della svolta atlantista, l’Italia dovrà fare ancora molti passi per diventare una Repubblica. Il primo sarà la trasformazione del CLN da forza di opposizione al fascismo in potere istituzionale. Per fare questo, però, è fondamentale il riconoscimento – non solo politico – da parte degli Alleati.

Il CLN tra Roma e…Lugano

Nei colloqui tenuti tra partigiani e angloamericani dalla fine del 1943 in Svizzera, britannici e americani decidono di inviare al CLN – rappresentato tra gli altri dal suo presidente Alfredo Pizzoni e dall’avvocato e collaboratore di Ferruccio Parri Giambattista Stucchi – aiuti finanziari per 10 milioni di lire al mese. Quattro gli obiettivi che il Comitato pone per il buon esito delle trattative:

  • riconoscimento del CLNAI da parte degli Alleati;
  • finanziamento e intensificazione dei rifornimenti;
  • inserimento dei partigiani nelle forze armate regolari;
  • approvazione dei piani di insurrezione, antisabotaggio e mantenimento dell’ordine fino all’arrivo dell’Autorità Militare Alleata;

Nel novembre successivo, la n.1 Special Force dello Special Operations Executive – il servizio segreto britannico – e la sezione Calderini del Servizio Informazioni Militare (SIM) collaborano per portare a Monopoli (Bari, all’epoca sede del SOE) una delegazione di capi partigiani di cui fanno parte Pizzoni, Edgardo Sogno, Ferruccio Parri del Partito d’Azione e Giancarlo Pajetta del Pci. Un nuovo incontro con gli angloamericani tenutosi nei giorni successivi porta al riconoscimento del CLNAI e del CVL come le uniche organizzazioni che guidano l’intero movimento partigiano (Protocolli di Roma, 7 dicembre 1944; pdf) e a cui, soprattutto, verrà affidato il “governo di diritto” dell’Italia. Due le condizioni poste dagli Alleati: la riconsegna delle armi a guerra finita e la sottomissione all’amministrazione anglo-americana. Viene inoltre istituito un comando militare unificato tra le due organizzazioni partigiane guidato dal generale Raffaele Cadorna, coadiuvato da Parri, Stucchi – nominato capo di Stato Maggiore – e Luigi Longo (PCI) come vicecomandanti e dagli aggiunti Enrico Mattei (Dc) e Mario Argenton, rappresentante del Partito Liberale e delle formazioni autonome[1]. Il riconoscimento del governo Bonomi arriva il 26 dicembre. Da quel momento il CLNAI agirà «quale delegato del governo italiano[…]nella lotta che i patrioti hanno intrapreso contro fascisti e tedeschi».

Oltre agli aiuti finanziari – che dal gennaio 1944 vengono portati a 160 milioni al mese – gli Alleati forniscono ai partigiani anche armi e viveri, prima con lanci aerei partiti dalle basi algerine e da Brindisi, poi attraverso una rete di ponti aerei organizzata dalla Calderini. Nei primi mesi saranno lanciati in tutto 320 tonnellate di materiale[2] tra armi, materiale incendiario e di sabotaggio oltre a viveri, vestiario e generi di conforto.

Per approfondire:

Proprio gli uomini della Calderini, riporta Giacomo Pacini ne “Le altre Gladio”*LINK*, saranno i principali responsabili della creazione della Stay Behind italiana, la rete paramilitare – più nota come “Gladio” – creata in funzione anticomunista dai paesi del Patto Atlantico, di cui l’Italia diviene paese membro nel 1949.

Resistenza, ricostruzione e paramilitari

Tra le istituzioni da ricostruire, in quest’Italia che si sta ricostruendo sotto il comando del CLN, ci sono naturalmente anche i servizi segreti. La nuova struttura appositamente creata – l’Ufficio Informazioni – nel giro di qualche mese può già disporre di un centinaio di operativi, divisi in tre sezioni:

  • Zuretti (Ufficio situazione);
  • Bonsignore (Ufficio difensivo);
  • Calderini (Ufficio offensivo);

Ripresi dal vecchio servizio segreto fascista, questi nomi rappresentano un simbolo di quella continuità dello Stato che, evidentemente, si intende perseguire anche nell’intelligence. La scelta di porre il colonnello Pompeo Agrifoglio – ex agente del SIE arrestato in Tunisia dopo la resa delle armate nazifasciste e internato negli Stati Uniti – va nella stessa direzione.

È soprattutto il mondo cattolico a sviluppare la rete di gruppi paramilitari anticomunisti, in particolare grazie alla rinascita del Movimento Avanguardista Cattolico Italiano (M.A.C.I.) per volere del cardinale di Milano Ildefonso Schuster.

Gruppi armati in funzione anticomunista vengono formati soprattutto su quel confine orientale dove, l’eccidio di Porzûs l’aveva dimostrato, l’influenza del comunismo jugoslavo e la paura di un possibile golpe titino rappresentano più che una minaccia per l’Italia atlantica e democristiana. Nel novembre 1945 è lo stesso governo De Gasperi a denunciare agli angloamericani la possibilità che i comunisti titini possano ripetere quanto già fatto il 1° maggio, con l’ingresso dei carri armati della IV Armata jugoslava a Trieste. Quello stesso giorno, dalle pagine dell’Unità il segretario del PCI Togliatti invita la cittadinanza triestina ad «accogliere le truppe di Tito come truppe liberatrici e collaborare con esse nel modo più stretto per schiacciare ogni resistenza tedesca o fascista». La popolazione locale è però di parere diverso, così come quell’area comunista contraria alla politica autonomista del maresciallo jugoslavo.

I quaranta giorni di Trieste: Tito il miglior alleato dell’anticomunismo

I quaranta giorni in cui Trieste è sotto il controllo degli uomini di Tito rappresentano, in realtà, una ri-occupazione di terre sotto il dominio italiano fin dall’occupazione delle regie truppe nel 1918 e il Trattato di Rapallo del 1920, cui si aggiunge l’invasione fascista del 1941. Dopo l’armistizio di Cassibile i nazisti fondano la Adriatisches Küstenland, comprendente i territori di Trieste, Udine, Pola, Fiume e Lubiana. A Trieste viene inoltre realizzato il lager della Risiera di San Sabba, che si aggiunge ai campi di concentramento di Arbe (oggi Rab, in Croazia) gestito dal Regio Esercito Italiano, Gonars o Monigo.

I primi partigiani che entrano in città, quel 1° maggio, sono gli uomini del generale jugoslavo Dusan Kveder che, grazie all’appoggio dei partigiani comunisti italiani e dello stesso Pci, proclama l’area “Settima Repubblica Autonoma della Federazione Jugoslava”.

Per approfondire:

  1. Pansa, l’Istria e le foibe: 300mila italiani traditi dal Pci, Giampaolo Pansa, LiberoQuotidiano.it, 13 febbraio 2012;
  2. La tragedia delle foibe e il nazionalismo italico. Una memoria selettiva?, Matteo Zola, East Journal, 12 febbraio 2016;

Al comando della città, gli jugoslavi ordinano subito il disarmo di «tutto ciò che non rientra nelle strutture dell’Armata jugoslava» e l’arresto degli elementi ostili. Bisogna seguire il principio di non concedere troppa democrazia, «dal momento che domani sarà più facile ampliarla che ridurla». Viene così imposto il coprifuoco mentre le autorità civili e militari jugoslave si insediano negli edifici pubblici triestini. L’epurazione di tutti i nemici della Jugoslavia inizia pochi giorni dopo, «non facendo alcuna differenza tra criminali di guerra e sinceri antifascisti». Gli stessi membri del Cln verranno imputati di aver tradito «la lotta del movimento di liberazione nell’Italia settentrionale», tanto che 160 tra membri e simpatizzanti del Cln triestino saranno uccisi o fatti scomparire[3]. Secondo le stime, in quei quaranta giorni gli jugoslavi realizzano 15.000 arresti e 6.500 esecuzioni[4]. Innumerevoli, inoltre, le violenze perpetrate dall’Odeljenje za Zaštitu Naroda (OZNA), la polizia politica e servizio segreto jugoslavo che l’allora rappresentante sloveno nella Venezia Giulia, Boris Kraigher, definisce «il peggior rapinatore», contro cui nessuno osava opporsi[5]. È a questa organizzazione, rea di carcerazioni arbitrarie, torture e sequestro di beni, che viene affidato il compito di eliminare i dissidenti jugoslavi più importanti[6]. Scrive Carlo Sgorlon nel libro “La foiba grande[7]:

Molti triestini scomparivano. Uscivano per comperare il pane o le sigarette e non tornavano più[…]Chi andava negli edifici occupati dagli slavi a chiedere notizie del proprio congiunto si trovava di fronte a un muro di gomma che lo respingeva. Pareva che nessuno ne sapesse niente, e che gli interpellati cadessero dalla luna per la meraviglia. Altri ricevettero minacce così taglienti che tornarono a casa terrificati, ma con l’impressione di aver sognato

Una parte degli arrestati finirà nelle tristemente note – e altrettanto fortemente dibattute – foibe, sottoposti a torture, umiliazioni fisiche, denutrizione e percosse. Una politica non certo diversa da quella nazista o da quell’Argentina dei desaparecidos in cui l’Italia, attraverso la P2 e non solo, avrà le sue (forse poco note) colpe. Gli accordi di Belgrado (9 giugno 1945) porteranno al ritiro delle truppe jugoslave e alla divisione della Venezia Giulia in due aree di influenza: la zona A, sotto l’amministrazione militare alleata, estesa dal confine austriaco al Tarvisio e fino a sud di Pola e costituita come sorta di enclave nella zona B, sotto controllo della Jugoslavia, in cui rientrano Fiume, quasi tutta l’Istria e le isole del Quarnaro.

Per tutelare le popolazioni e l’italianità delle aree occupate dagli jugoslavi il governo italiano dà vita all’Ufficio per le zone di confine (Uzc), con il quale fornisce assistenza – soprattutto economica – ai profughi istriani. Tra il 1943 e il 1954 circa 43 milioni di euro finiscono nelle casse di circoli culturali dietro cui si nascondono organizzazioni paramilitari anticomuniste[8]. Il sostegno maggiore va alla Osoppo – Terzo Corpo Volontari per la Libertà (Osoppo-3Cvl), diretta evoluzione dei vecchi gruppi osovani tornati in armi in funzione antititina con il beneplacito degli Alleati. Nel 1950 questo gruppo – ridefinito semplicemente “O.” – entra a far parte del comparto militare segreto dell’Esercito italiano. Insieme al M.A.C.I., la Osoppo – nelle sue varie versioni – costituisce il principale gruppo armato segreto usato come difesa dalla eventuale invasione comunista esterna.

PCI – Paramilitari Comunisti Italiani

Ex partigiani delle brigate Garibaldi vanno invece a formare i gruppi paramilitari del Pci e del Partito d’Azione, che si aggiungono ai gruppi legati alla Dc. A guidare i paramilitari comunisti è Pietro Secchia, braccio destro di Togliatti e noto per essere favorevole alla lotta armata. Per tale minaccia, che si inscrive in un contesto ormai diretto dalla lotta antifascista a quella anticomunista, il ministro dell’Interno Mario Scelba chiederà più volte di rendere illegale il Partito Comunista. La linea della morbidezza e la paura che tale atto possa costituire la miccia per l’insurrezione armata faranno desistere il ministro dal suo intento.

L’esistenza di Gladio verrà platealmente resa nota il 18 aprile 1990 attraverso una relazione – “Il cosiddetto Sid Parallelo – Operazione Gladio. Le reti clandestine a livello internazionale” presentata dall’allora presidente del Consiglio Giulio Andreotti alla Commissione parlamentare sulle stragi. I giornali rendono così noto all’opinione pubblica nazionale l’esistenza di una struttura armata segreta che dal dopoguerra e per tutta la Guerra Fredda ha avuto il compito di difendere l’Italia e gli altri Paesi europei del blocco atlantico dal pericolo comunista, che in quegli stessi anni – si scoprirà in seguito – può contare sulla cosiddetta “Gladio Rossa”.

Ma quel “Sid Parallelo” con la rete anticomunista non c’entra nulla. Con quel nome è infatti noto un gruppo eversivo legato ai servizi segreti che fin dagli anni Settanta sarà coinvolto in operazioni contro la stabilità della Repubblica e in favore del mantenimento di uno stato di «tensione permanente nel Paese, in modo da rafforzare il potere esecutivo»[10]. Secondo un’inchiesta giudiziaria conclusasi nel 1994[11], Gladio ha effettivamente operato fin dall’immediato dopoguerra in Italia, ma le sue reali dimensioni non le avrebbero permesso di costituire un «reale pericolo per lo Stato».

Note:

  1. Il 7 dicembre 1944 viene firmato il Memorandum of Agreement betweeen the Supreme Allied Commander Mediterranean Theatre of Operations and the Committee of National Liberation for Northern Italy (Ussme, classificato Top Secret) citato in A. Pizzoni, Alla guida del Clnai cit., pp.271-273. Secondo Elena Aga-Rossi questo documento costituisce «il momento di maggiore disponibilità da parte delle autorità alleate nei confronti del movimento partigiano»: Cfr. E. Aga-Rossi, L’Italia nella sconfitta, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1985, p.271. Sugli aspetti finanziari dell’intesa tra Alleati e CLNAI si veda T. Piffer, L’oro della Resistenza. I rapporti finanziari tra il Cln Alta Italia e gli Alleati, in Nuova Storia Contemporanea, IX (2005), n.4, pp.65-96;
  2. Ussme-FC, Relazione attività Calderini. Rifornimenti bande patrioti, 25 luglio 1944;
  3. Cfr. P. Karlsen, Il Pci di Togliatti tra via nazionale e modello jugoslavo (1941-1948), in T. Piffer (a cura di), Porzûs, Violenza e Resistenza sul confine orientale, il Mulino, Bologna, 2012, p.74. A sua volta il libro cita E. Maserati, L’occupazione slava di Trieste (maggio-giugno 1945), Del Bianco, Udine, 1966, pp.96 sgg. e G. Fogar, Trieste in guerra. Società e Resistenza 1940-1945, Irsml, Trieste 1999, pp.254-255;
  4. PRO, Wo 204/913, 13 giugno 1943, cit. in F. Amodei e M. Cereghino, Trieste e il confine orientale tra guerra e dopoguerra, Editoriale Fvg, Trieste 2008, vol.III, p.11;
  5. G. Oliva, Foibe. Le stragi negate degli italiani della Venezia Giulia e dell’Istria, Mondadori, Milano 2002, p.156;
  6. Public Record Office, Wo 204/12823, Ozna Agentz, 6 novembre 1945;
  7. C. Sgorlon, La foiba grande, Mondadori, Milano, 1993, p.230. Sulle violenze di quei giorni si veda anche R. Pupo, La violenza del dopoguerra al confine tra due mondi, in T. Piffer (a cura di), Porzûs, op.cit., pp.63-65;
  8. Archivio Presidenza del Consiglio dei Ministri, fondo Ufficio zone di confine (d’ora in avanti A-Pcm, Uzc,) fasc.C13/16, Relazione del prefetto Silvio Innocenti per l’on. Giulio Andreotti, 29 marzo 1954;
  9. Salvatore Sechi in Compagno cittadino: il PCI tra via parlamentare e lotta armata, Catanzaro, Rubbettino, 2006, p.67;
  10. Atti del Tribunale di Roma, Decreto di archiviazione n.77/94 G.I.P. del 6 luglio 1944 cit. anche in Giancarlo Lehner, La strategia del ragno: Scalfaro, Berlusconi e il Pool, Mondadori, Milano, 1996;

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L'oblio della Repubblica. Partigiani, anticomunismo e Gladio

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