L’anomalia del governo Parri tra vecchi e nuovi regimi

L’anomalia del governo Parri tra vecchi e nuovi regimi

Nel breve volgere di qualche mese, il clima in Italia cambia drasticamente. Nonostante la creazione dell’Alto Commissariato neanche il governo Bonomi dimostra di voler chiudere davvero i conti con il fascismo. Anzi, in più di un caso funzionari del vecchio regime vengono cooptati nell’amministrazione dell’Italia liberata, anche in ruoli di particolare importanza: Pietro Badoglio, Mario Roatta, Giuseppe Pieche o Lorenzo Maroni sono in tal senso casi più che emblematici.

Mentre gli Alleati arrivano a liberare il nord Italia (Milano e Genova verranno liberate tra il 23 e il 25 aprile 1945, Torino due giorni dopo) membri del CLN si schierano contro il programma epurativo: dalle pagine de l’Avanti! il leader socialista Pietro Nenni, ultimo Alto Commissario, si scaglia contro un’epurazione che non ha sfiorato i veri criminali come il re e il maresciallo Badoglio. I massimi dirigenti del CLNAI accusano inoltre la politica compromissoria del CLN romano verso gli ex fascisti, giudicandola come vero e proprio tradimento dei valori della Resistenza.

L’anomalia Parri: tra riscossa e compromesso morale

Le dimissioni di Bonomi sono la naturale conclusione di questa crisi. Per il primo governo dell’Italia liberata viene proposta la candidatura del conte Sforza, inviso a Londra fin dai tempi del suo incarico all’Alto Commissariato. Più semplice appare la formazione di un governo “di mezzadria” guidato da Alcide De Gasperi, con la ripartizione paritaria dei ministeri tra la Dc e i socialisti di Nenni, la cui candidatura alla presidenza del Consiglio si scontra con la paura di un governo troppo spostato a sinistra. L’ipotesi di un esecutivo De Gasperi-Nenni (a cui sarebbe andata la vicepresidenza) viene bloccata da una vera e propria “pregiudiziale anticomunista”: i democristiani temono infatti che l’alleanza Psiup-Pci darebbe al governo «una coloritura social-comunista», con un «sensibile spostamento dell’equilibrio dei partiti»[1]. Dall’altro lato, Togliatti teme la concorrenza dei socialisti come primo partito della sinistra italiana e, per questo, decide di non sostenere la candidatura dell’alleato Nenni.

La scelta del CLN ricade sul nome dell’azionista Ferruccio Parri, importante comandante partigiano nel nord ma figura politicamente modesta nella nuova Italia dei partiti. Il 21 giugno 1945 nasce ufficialmente il primo (e unico) governo guidato dal Partito d’Azione, che il suo stesso presidente definisce “governo di salute pubblica”. A differenza dei grandi leader del Comitato, Parri è un uomo nuovo alla politica, che durante le consultazioni si definisce «il signor partigiano qualunque»[2]. Proprio per questo dal suo governo potrebbe arrivare quella «riscossa morale»[3] necessaria a chiudere davvero l’epoca fascista e dar vita ad una nuova Italia.

Ma tanti sono i compromessi necessari a dar vita al governo Parri, in cui entrano tutti i leader del CLN: De Gasperi è chiamato alla guida del ministero degli Esteri, mentre a Pietro Nenni e Manlio Brosio – futuro segretario generale NATO – spetta la vicepresidenza. Al leader socialista, inoltre, verrà affidata la guida dell’Alto Commissariato in sostituzione del conte Sforza. Ministro della Giustizia è Palmiro Togliatti, mentre Parri prende – ad interim – anche il ministero dell’Interno.

Stretto tra la richiesta di un forte rinnovamento portata avanti da comunisti, socialisti e azionisti e quella di riforme moderate come richiesto da liberali e democristiani, Parri pone al centro del suo intero programma politico un pilastro imprescindibile: una “nuova” Italia può nascere solo dopo aver completamente epurato il Paese dal regime fascista e da quello liberale del 1922, a cui si deve l’avvento di Mussolini al governo. È a questo punto che nel mirino degli epuratori entra quella parte dell’industria che ha tratto profitto dal fascismo e che rischia di passare indenne nell’Italia pre-repubblicana.

Il nuovo esecutivo lavora per ricostruire l’economia nazionale – varando provvedimenti in favore delle piccole e medie imprese in un Paese in cui si ricorre ancora alla “borsa nera” – dà vita a nuovi ministeri (Ricostruzione, Assistenza postbellica, Alimentazione) e prova, per la prima volta, a combattere la mafia nell’Italia meridionale e soprattutto in Sicilia, dove questa lavora per dirigere il movimento separatista.
In politica interna, però, le priorità sono l’accelerazione del processo epurativo e il raggiungimento dell’Assemblea Costituente, preceduta da quella Consulta Nazionale del Regno d’Italia che, sotto la guida dell’”epurato” conte Sforza,vara il decreto legislativo sul referendum tra monarchia e repubblica del 2 giugno 1946 e quello del suffragio universale delle conseguenti elezioni politiche.
Sul fronte internazionale, l’Italia deve fare i conti con il suo passato fascista e la condizione di paese cobelligerante a cui, di fatto, si deve lo scoppio della guerra. Per questo il governo non verrà invitato a partecipare né alla Conferenza di San Francisco – dove vengono formate le Nazioni Unite – né a quella di Postdam sulle frontiere dell’Europa liberata, dove si decide il futuro di Trieste e dell’Istria.

Il “signor partigiano qualunque” e la “Squadra Ugo”

Secondo le ricerche di Florinda Aragona, Ferruccio Parri – nella storiografia nazionale rappresentato come un politico ingenuo, messo alla guida del governo come mero tappabuchi in attesa di un nome di maggior peso – si dota di un servizio informazioni alle dirette dipendenze del suo ufficio, guidato dal questore ed ex agente dell’OVRA Luca Osteria, il “dottor Ugo Modesti” che il premier conosce fin dai tempi della sua prigionia sotto i nazisti (gennaio-marzo 1945). formato da poliziotti della “Squadra Ugo” costituita sotto la RSI, a questa organizzazione è affidato

un monitoraggio continuo e approfondito delle attività dei partiti su tutto il territorio, soprattutto dei partiti appartenenti alla coalizione governativa[…]Molte relazioni sono interamente dedicate alle iniziative e alle decisioni dei partiti che si ponevano a sinistra nel panorama politico italiano, perché erano state le più attive durante la Resistenza e perché avevano un peso notevole all’interno del governo

Dal fascio allo Scudo crociato: l’Italia è il Paese dei regimi?

Nato debole, il lavoro del governo Parri viene ostacolato fin dal primo giorno. Con la minaccia fascista ormai alle spalle, l’unità del movimento partigiano si frantuma sotto i colpi del nuovo partitismo repubblicano. I giornali attaccano quotidianamente l’esecutivo, mentre vari sistemi di potere – come la grande industria e parte della stessa sinistra politica – si oppongono con ogni mezzo ad un programma politico fortemente orientato a sinistra.
Il 24 novembre 1945, con le dimissioni dei ministri liberali e democristiani e il mancato sostegno di comunisti e socialisti, termina l’esperienza di Ferruccio Parri alla presidenza del Consiglio. Il Partito d’Azione, da solo, non ha le forze per far fronte alla situazione. Sono passati appena cinque mesi dal giorno dell’insediamento. Il vecchio comandante partigiano non ci sta, e indice una infuocata conferenza stampa per spiegare la situazione in cui parlerà apertamente – prima di ritrattare su suggerimento di De Gasperi – di colpo di Stato contro il suo governo:

c’era una cosa che l’Italia non avrebbe mai potuto tollerare: il ritorno del fascismo. Dissi che la crisi provocata dai liberali era una porta aperta a questo ritorno. Sentivo che era in corso un movimento di riflusso, che l’Italia del Ventennio, sconfitta dalla Resistenza, mirava a una rivincita e che si sarebbe servita della crisi per ottenerla. Non dissi che democristiani e liberali si facevano complici del fascismo, ma lo lasciai capire

In un’intervista rilasciata nel 1972 a Corrado Stajano e dal titolo più che eloquente – «Come vuole che faccia a non essere pessimista, a non essere deluso?» – Parri tornerà su questo aspetto:

L’accusa che io faccio ai democristiani di allora: “Voi DC, per governare il Paese, vi siete serviti della classe dirigente fascista, con una scrematura epurazionale insufficiente, che non è penetrata in profondità, ha tolto solo di mezzo qualcuno dei più violenti. Voi avete dato espressione politica e partitica a questa gente. Li avete legittimati e naturalmente ne avete sentito il peso, un peso conservatore e anche reazionario, con una mentalità sagomata da vent’anni di fascismo, pericolosa soprattutto fra i professori universitari, i magistrati, i burocrati”

E ancora, nel gennaio 1972 sull’Astrolabio (pdf), il giornale da lui diretto

E non avevamo ben capito che, ripreso fiato, questa Italia che si era trovata così bene con il fez e con l’impero avrebbe cercato di riprendere il posto ed il potere, con la stessa sagomatura mentale e morale che vent’anni di fascismo le avevano dato.

Non sarà il fascismo di ritorno a guidare l’Italia che si appresta a diventare centro geopoliticamente fondamentale nello scontro tra blocco occidentale e blocco sovietico. Al Palazzo del Viminale, allora sede del Governo, arriva Alcide De Gasperi. L’alba di quel “regime” della Democrazia Cristiana sostenuto dagli Alleati e per il quale Pier Paolo Pasolini chiederà un vero e proprio processo penale, è appena iniziata. Ma questa è un’altra storia…

Note:

  1. Mario Scelba, presente in vece di De Gasperi ai colloqui Dc-Psiup che si tengono nei primi giorni di giugno, affermerà che «i democristiani apprezzano il nuovo spirito che anima il socialismo italiano e tengono conto dei rapporti personali tra Nenni e De Gasperi, in base ai quali «i democristiani italiani possono dire che il capo del Partito Socialista è la persona a loro più gradita»; tuttavia «l’alleanza dei socialisti e dei comunisti costituisce un’obiezione alla presidenza socialista poiché il patto [d’Unità d’azione] concorre a spostare il problema della presidenza nel senso che darebbe al governo una coloritura social-comunista. Ciò costituisce per noi una grave preoccupazione: temiamo cioè un sensibile spostamento dell’equilibrio dei partiti». Archvio Nenni, Fondazione Pietro Nenni, Verbale della riunione DC-PSIUP del 1 giugno 1945, Serie Partito, b.87, fasc.288, citato in Marialuisa-Lucia Sergio, De Gasperi e la «questione socialista». L’anticomunismo democratico e l’alternativa riformista, Catanzaro, Rubbettino editore, 2004, p.31;
  2. Alessandro Galante Garrone, Messaggio, in AA.VV., Il Governo Parri. Atti autografi del Convegno, Torino, Centro Studi Piero Gobetti, p.4;
  3. Aldo Ricci, Aspettando la Repubblica. I governi della transizione (1943-1946), Roma, Donzelli, 1996,p.100;

Clicca sull’immagine per leggere l’intero approfondimento

L'oblio della Repubblica. Partigiani, anticomunismo e Gladio

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: