La geopolitica delle armi? Un affare di Stato, torture e frontiere

La geopolitica delle armi? Un affare di Stato, torture e frontiere1.700 miliardi di dollari. È il giro d’affari che ogni anno genera il commercio legale delle armi. Un business che copre il 2-3% del commercio mondiale in cui l’Italia gioca da sempre un ruolo di primo piano – tra i primi cinque produttori di armi al mondo – trainato soprattutto da Finmeccanica (oggi Leonardo) per il settore delle armi pesanti e Beretta per le armi leggere. Perché quel «ripudio della guerra» sancito dai padri costituenti nell’articolo 11 della Costituzione è, in realtà, una mera costruzione retorica.

Armi, un affare di Stato

Tutt’altro che retorico e, anzi, frutto di un approfondito lavoro di inchiesta su nomi, affari e connessioni politiche è invece “Armi, un affare di Stato. Soldi, interessi, scenari di un business miliardario” edito nel 2012 da Chiarelettere e realizzato da Duccio Facchini, Michele Sasso e Francesco Vignarca. L’idea nasce da una delle tante relazioni pericolose che l’Italia ha nel commercio delle armi e da un’inchiesta, realizzata nel 2010 per il settimanale l’Espresso da Michele Sasso, Fabrizio Gatti e Paolo Biondani, su un traffico d’armi con l’Eritrea che vedeva coinvolto l’ex assessore alla sicurezza della Regione Lombardia Pier Gianni Prosperini.

Il libro cerca di non rivolgersi solo agli addetti ai lavori, riuscendoci ampiamente, aprendo le porte di un mondo poco noto all’opinione pubblica, che spesso pensa all’immoralità di questo commercio relativamente al solo traffico illegale di armi, che rappresenta però solo una parte del business.

Un business fatto naturalmente di armi ma anche di banche, di accordi completamente legali, di lobbismo lecito e pressioni illecite, di generali che conducono le guerre e, sfruttando le porte girevoli, si siedono poi nei consigli di amministrazione che decidono con quali armi combattere quelle stesse guerre. Un business che muove una quantità di denaro così ampia che, scrivono gli autori a pagina 31

[…]il volume d’affari dei produttori militari più importanti è equivalente al Pil della maggior parte dei paesi di media e piccola dimensione. Per esempio, il totale delle vendite armate di Lockheed Martin, Bae Systems e Boeing nel 2010 coincide approssimativamente con il Pil di paesi come la Lituania o il Costa Rica (circa 36 miliardi di dollari)

Regimi, armi e potere politico

Politica, economia, finanza, relazioni internazionali. Sono questi i settori d’influenza dell’industria delle armi, in un sistema in cui l’attività corruttiva è pratica consolidata a tal punto da costituire il 45% della corruzione mondiale. Un sistema in cui le nomine nei consigli d’amministrazione vengono realizzate preferendo il criterio clientelare a quello meritocratico, come l’inchiesta aperta dalla Procura di Napoli nel 2011 sulla rete di Marco Milanese, braccio destro dell’ex ministro Giulio Tremonti ha dimostrato.

Gli autori riportano poi anche la legge ad personam inserita dal governo Berlusconi nel decreto per le Olimpiadi 2006 in favore di Beretta, rea di aver «rigenerato» delle armi tra il 2003 e il 2004 senza averne l’autorizzazione, scaduta l’anno prima. Armi poi finite, attraverso una triangolazione con la Gran Bretagna, in Iraq «non solo in mano alle forze dell’ordine locali, ma anche in quelle degli amici di Al Zarqawi», come riporta un articolo de l’Espresso del 2006.

La geopolitica delle armi è, di fatto, l’esempio perfetto di un circolo vizioso: per giustificare l’esistenza di industrie too big to fail si firmano accordi con democrazie compiute quanto con regimi che fanno della repressione, della tortura e del non rispetto dei diritti umani il pilastro della loro politica. Così l’Italia si ritrova a fare affari tanto con gli Stati Uniti quanto con l’Arabia Saudita in guerra con lo Yemen grazie al largo impiego delle bombe italiane e finanziatrice dello Stato Islamico (IS), con la Libia (sia con Gheddafi che con il nuovo governo di Fayez Al Serraj) o l’Eritrea dell'”amico” Isaias Afewerki (video), tutti Paesi dai quali scappano i migranti che arrivano sulle coste italiane. Non è un caso, dunque, che le industrie delle armi si stiano buttando a capofitto nel nuovo business della sicurezza dei confini.

Un ampio capitolo è dedicato al principale operatore italiano nel settore: Finmeccanica (oggi Leonardo), di fatto la società che controlla il settore delle armi pesanti, tanto da essere spesso indicata come il vero ministero della Difesa italiano e, con l’Eni, titolare della politica estera italiana. Un approfondimento è dedicato anche all’altro principale operatore dell’industria, Beretta, leader nel mercato delle armi leggere. A proposito della società bresciana, nel libro si legge di come nel 2002 l’allora governo Berlusconi volesse proporre Ugo Gussalli Beretta, titolare dell’omonima società, come ambasciatore negli Stati Uniti, uno dei principali mercati per il settore delle armi leggere. A Washington, anche per le ampie polemiche suscitate da questa ipotesi, andrà poi Sergio Vento.

Disarmare conviene

L’ultima parte del libro si chiude evidenziando la convenienza del disarmo (p.233):

se nel 2011 il mondo fosse stato completamente in pace ci sarebbe stato un impatto economico positivo di oltre 9.000 miliardi di dollari, pari alla somma delle economie di Germania e Giappone. Riducendo anche solo di un quarto il peso delle scelte armate si sarebbero risparmiati oltre 2.250 miliardi di dollari, una cifra capace da sola di coprire il Fondo di stabilità europeo stanziato per contrastare la crisi dei debiti dell’Eurozona e, contemporaneamente, di garantire il raggiungimento degli «obiettivi di sviluppo del millennio» elaborati dalle Nazioni Unite per combattere la povertà nel mondo

Per l’Italia, evidenzia una ricerca dell’Università Bocconi del 2009 citata nel libro

una riduzione del 5 per cento delle spese militari contribuirebbe a liberare risorse preziose per la collettività senza penalizzare troppo i produttori di armi e senza un’eccessiva perdita di posti di lavoro

In un momento di profonda crisi sociale, economica e politica l’Italia avrebbe bisogno di ripensare il rapporto tra il ripudio della guerra e il business delle armi, anche alla luce dei 64 milioni di euro spesi quotidianamente (fonte: Mil€x) per il business delle armi nel 2017. Quello che accade è però diametralmente opposto: sono i pacifisti che si riconvertono in guerrafondai. E quando assumono ruoli di primo piano nel governo – come il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni o il ministro della Difesa Roberta Pinotti – l’indirizzo politico italiano è segnato. La linea è dettata e perfettamente evidenziata nell’agosto 2011 dall’allora ministro della Difesa Ignazio La Russa:

Possiamo discutere sugli investimenti, qualche aereo in meno, qualche fregata in meno, ma trovando un equilibrio tra riduzioni possibili e la necessità di non recare danni all’industria militare italiana

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