La geopolitica delle armi italiane? Schengen della Difesa e Finmeccanica

Negli stessi anni in cui la legge 185/90 definisce un primo quadro normativo sul commercio delle armi italiane, il sesto governo Andreotti (luglio 1989-aprile 1991) ridefinisce la politica bellica nazionale attraverso il “Nuovo Modello di Difesa”, evidenziato nel rapporto sui Lineamenti di sviluppo delle forze armate per il decennio successivo, non discusso in Parlamento e reso di dominio pubblico con la partecipazione dell’Italia – la prima da Repubblica – alla prima guerra del Golfo (1990-1991).
Prendendo spunto dal riorientamento strategico del Pentagono, la tutela degli interessi nazionali – affidata allo Stato Maggiore della Difesa – diventa globale, rivolta in particolare a quegli interessi che «direttamente incidono sul sistema economico e sullo sviluppo del sistema produttivo» italiano, «mantenendo la disponibilità delle fonti e vie di rifornimento dei prodotti energetici e strategici».

Per approfondire:

La necessità di una risposta comune al terrorismo, all’antieuropeismo e alla Brexit sono la base di partenza della proposta italiana per una “Schengen della Difesa”, presentata lo scorso agosto in un editoriale sul quotidiano francese Le Monde (qui, in italiano) dagli allora ministri del governo Renzi Paolo Gentiloni (Esteri) e Roberta Pinotti (Difesa), entrambi con un passato nel pacifismo italiano.

Si tratterebbe di dotare l’Ue di un’accresciuta autonomia d’azione, rafforzando le capacità militari comuni, con una maggiore cooperazione tra gli Stati membri e un rafforzamento dell’industria europea della difesa[…]Non si tratterebbe di creare una “armata europea” che raggruppi la totalità delle forze nazionali degli Stati partecipanti, ma di costituire una “forza europea multinazionale”, con funzioni e un mandato stabiliti insieme, dotata di una struttura di comando e di meccanismi decisionali e budgetari comuni. Le competenze e le forze così sviluppate e condivise sarebbero a disposizione non solo dell’Ue, per le missioni militari, ma ugualmente della Nato e delle Nazioni Unite

A inizio 2016 la Commissione Europea ha così deciso di inserire i sussidi economici alla ricerca militare nel budget comunitario, destinandovi 90 milioni in tre anni (3,5 miliardi per il periodo 2010-2027), confermando così il ruolo di seconda potenza mondiale bellica (217,5 miliardi spesi nel 2015). La presenza di ben nove rappresentanti dell’industria militare europea sui sedici membri del comitato che ha realizzato la Preparatory Action sulla ricerca per la difesa ha evidentemente reso meno obiettiva la decisione – basata comunque sull’art.42 del Trattato di Lisbona (pdf) fortemente contrastata da organizzazioni come la Rete Italiana per il Disarmo o l’olandese Stop Wapenhandel.
La composizione “filo-militarista” del comitato ha avuto il suo peso anche nella decisione dello scorso dicembre con cui la Commissione di escludere la spesa militare dal conteggio dei deficit nazionali.

La “Schengen della Difesa” potrà usufruire del comparto bellico italiano, che al 2015 consta di 112 aziende – 12 di grandi dimensioni – 50.000 occupati e un fatturato che l’Associazione Industrie per l’Aerospazio, i Sistemi e la Difesa (AIAD) certifica in 15,3 miliardi di euro.
Fin dai governi Craxi l’industria bellica è asset strategico a discapito del settore civile in cui, evidenziano i dati CERVED, sono maggiori le imprese coinvolte (130.000), gli occupati (3,9 milioni di euro) e il fatturato (838 milioni di euro). La riduzione della spesa militare è raramente entrata nel dibattito sul tagli della politica o in quesiti referendari. L’unico accenno in tal senso si registra nel 2014, quando l’allora Commissario straordinario per la revisione della spesa pubblica Carlo Cottarelli raccomanda un taglio di almeno 2,5 miliardi alla spesa per la Difesa, che quell’anno supera di 3,2 miliardi il punto di riferimento europeo.

Il peso dell’industria bellica italiana? 45.000 euro al minuto.

L’Italia va nel senso opposto: i dati dell’Osservatorio Mil€x attestano la spesa militare italiana per il 2017 a 23,337 miliardi di euro, in aumento dello 0,7% a valori correnti rispetto al 2016 (-0,3% a valori costanti) e del 2,3% rispetto alle previsioni. Per l’anno in corso, infatti, l’industria bellica italiana potrà contare su un finanziamento di 64 milioni di euro al giorno, 2,7 milioni l’ora, 45.000 al minuto. L’89% degli investimenti del Ministero dello Sviluppo Economico (MISE) sarà destinato al comparto difesa, sottraendo fondi destinati a sostenere la competitività e lo sviluppo delle imprese italiane, come si legge nella Controfinanziaria 2017 (p.214, pdf) realizzata da Sbilanciamoci!.

Il 41% del budget 2017 sarà destinato alle spese per il personale di Esercito, Marina ed Aeronautica, su cui è ancora lenta l’applicazione la Riforma Di Paola del 2012 con la quale l’Italia dovrà avere un personale di 150.000 uomini nel 2024 attraverso il taglio di circa 30.000 unità, riequilibrando così il rapporto tra comandanti (ufficiali e sottufficiali) e comandati (graduati e truppe), oggi sbilanciato verso i primi. Una riforma che permetterebbe di risparmiare 1,2 miliardi di euro l’anno.

Un quarto della spesa militare complessiva del 2017 (5,6 miliardi di euro, cioè 15 milioni al giorno, per un aumento del 10% sul 2016) è invece destinato agli armamenti, dove è previsto l’acquisto di (altri) sette F-35, della seconda portaerei “Trieste” e delle Fregate Europee MultiMissione “Fremm2” oltre al finanziamento del programma VBM (Veicolo Blindato Mediofreccia). 22 miliardi di euro saranno inoltre affidati al “prime contractorSelex ES (gruppo Leonardo-Finmeccanica) per la gestione della digitalizzazione dell’esercito nell’ambito del programma NEC (Network Enabled Capabilities).
Alla lista vanno aggiunte le co-produzioni: solo con la Francia, ad esempio, l’Italia è impegnata nello sviluppo dei satelliti per telecomunicazioni Sicral e Sicral2 (235 milioni di euro l’anno solo per quest’ultimo e del satellite-spia Helios-2 (92,5 milioni). Nella stessa tecnologia di spionaggio Palazzo Chigi ha negli anni investito anche nei programmi Cosmo Skymed (1.137 milioni e 550 milioni per quelli di nuova generazione), Opsis (13,5 milioni), e Opsat3000, ideato dal Mossad.

Finmeccanica-Leonardo: nuovo nome, stesso potere

È evidente come gran parte della spesa militare italiana passi dagli uffici di quel gruppo Leonardo-Finmeccanica che – insieme a Beretta Holding Spa,leader nel commercio delle armi leggere – rappresenta il pilastro portante dell’industria bellica italiana, tanto sul piano economico quanto su quello (geo)politico.

Ribrandizzata “Leonardo Spa” nal 2017, Finmeccanica viene creata nel 1948 sotto l’ombrello dell’Istituto per la Ricostruzione Industriale (Iri) per farne fin da subito una società traino dell’economia italiana. Progetto che, sfruttando una costante politica di acquisizioni, le permette di controllare oggi l’80% della capacità industriale del settore Difesa.

Automobili, termo-elettro-meccanica e ricerca aerospaziale sono i settori in cui la società opera – rispettivamente tramite Alfa Romeo, Ansaldo e Aeritalia – negli anni Settanta, decennio delle prime aperture internazionali per quello che, insieme all’Eni, diventerà uno dei principali agenti di politica estera dell’Italia. La partecipazione ai primi programmi internazionali (Eurofighter, Spacelab, MCRA Tornado) negli anni Ottanta fa da preludio alla ricollocazione industriale degli anni Novanta, quando Finmeccanica viene quotata in Borsa (1994) e inizia a concentrarsi sempre più sulla produzione militare cedendo nel corso degli anni l’intero comparto civile. Una politica terminata solo sotto l’attuale guida De Gennaro-Moretti e che, con l’acquisizione di controllare storiche come Agusta, Breda e Oto Melara permette al gruppo di inaugurare il nuovo millennio con il controllo del 70% delle capacità industriali aerospaziali e della difesa.

Il nuovo millennio porta al vertice del gruppo Pier Francesco Guarguaglini, dal 2002 al 2011 contemporaneamente presidente e amministratore delegato. Nel giro di quattro anni, grazie anche al ruolo di «commesso viaggiatore» giocato dal governo Berlusconi, il fatturato del gruppo passa dai 5,3 miliardi del 2003 ai quasi dieci del 2007. All’interno di varie partnership internazionali nascono AgustaWestland, Alenia Marconi System e Selex. Sono gli anni in cui lo Stato riduce la propria partecipazione nel gruppo (passando all’attuale 32%) ma non il controllo politico, sul quale la Procura di Roma formula accuse riguardanti appalti truccati e finanziamento illecito ai partiti, seguendo le denunce di Tommaso Di Lernia e Lorenzo Cola.

Per approfondire:

Prima del cambio al vertice, Finmeccanica apre a nuovi mercati come Libia, Egitto o Arabia Saudita, proficui dal punto di vista economico ma non sotto l’aspetto etico. Insieme ad Eni e Beretta, la società entra nel progetto della «nuova diplomazia» italiana, di cui la geopolitica delle armi è pilastro fondamentale.
Sintomatico dell’importanza geopolitica della società è che nel 2008 la Casa Bianca intervenga per bloccare la vendita ai francesi di Thales della DRS Technologies, operante nel settore dei sistemi di spionaggio, che passa così sotto il controllo italiano. A guidare il lavoro “diplomatico” – riportano Duccio Facchini, Michele Sasso e Francesco Vignarca in Armi, un affare di Stato[1] (pp.50-51) – è Curt Weldon, ex deputato repubblicano e membro della Commissione sui Servizi armati, a cui si deve tanto l’ingresso di Finmeccanica tra le società appaltatrici del Pentagono quanto nel mercato libico. Un’operazione che porta il governo di Tripoli a diventare secondo azionista del gruppo.

La politica estera di Finmeccanica rimane invariata anche sotto la guida di Giuseppe Orsi, che apre ai mercati dell’Asia continentale e dell’America Latina e a nuovi business come il controllo delle frontiere e la sicurezza informatica.
Anche la nuova dirigenza entra però nel mirino della magistratura. Nel 2013 la Procura di Napoli iscrive Orsi nel registro degli indagati accusandolo di corruzione internazionale e riciclaggio. Al centro dell’indagine una tangente da circa 10 milioni pagata alla Lega Nord nell’ambito della vendita al governo indiano di 12 elicotteri AgustaWestland e che nel 2016 porterà alla condanna dell’ex a.d. a quattro anni e mezzo di carcere. Contemporaneamente, la società viene indagata in Canada per un’altra tangente – da circa 6,7 milioni di dollari – sulla vendita di 12 elicotteri da elisoccorso per un valore di 144 milioni.

L’arresto di Orsi nel 2013 porta alla presidenza l’ex prefetto Gianni De Gennaro, che Pierfrancesco Pellizzetti definirà, in un articolo per il Fatto Quotidiano del 2013:

il nostro connazionale meglio posizionato nelle reti internazionali della sicurezza (e della repressione). Cioè, il naturale mercato di sbocco per un player negli armamenti, qual è destinata a diventare Finmeccanica una volta tagliati gli altri rami

Con l’arrivo di Mauro Moretti quale amministratore delegato e direttore generale nel 2014 la società cambia letteralmente pelle: nuovo nome (“Leonardo Spa” a partire dal 2017), cessione degli ultimi asset e trasformazione in “one company“, con le varie controllate ristrutturate in base a settori e divisioni.

Tra propaganda bellica e dati oggettivi

Arrivato al vertice della società, Moretti e la ministra della Difesa Roberta Pinotti presentano al governo Renzi richieste estranee alla realtà, denunciando come insufficiente il «budget da 4 miliardi all’anno» con cui Finmeccanica-Leonardo dovrà coprire i piani pluriennali in cui è coinvolta. Piani che ne solo 2015 sono stati però finanziati con 6,507 miliardi di euro (3,7 a carico della Difesa e 2,8 del Mise). Smentita è inoltre la riduzione del 27% dei fondi destinati al settore negli ultimi dieci anni e in realtà aumentati del 7%, passando da 19 a 20,3 miliardi di euro. La Difesa arriva a smentire se stessa quando riporta nel Documento Programmatico Pluriennale 2016 un aumento del 3,2% della spesa militare 2015-2016 – che passa da 19,4 a 20 miliardi di euro – dopo aver denunciato come falsa la stessa notizia evidenziata dalla Nato.

La questione dei dati è particolarmente spinosa se si considera la sempre minore utilità delle Relazioni annuali, in cui è possibile conoscere i valori generali delle esportazioni autorizzate verso i singoli Paesi ma non i dettagli dei sistemi d’arma[2] venduti. Il controllo del’industria bellica da parte di vari ministeri e l’eterogeneità dei metodi di calcolo delle principali fonti internazionali (Sipri, Nato, Ocse, ecc.) rendono ancor più opaco un commercio che per l’intrinseca importanza geopolitica richiede invece la massima trasparenza.

Nasce Mil€x, l’osservatorio indipendente sul potere bellico italiano

Per far fronte a questo problema – che ha pericolosi effetti sul controllo democratico – dalla fine del 2016 è online l’Osservatorio Mil€x, realizzato da Enrico Piovesana e Francesco Vignarca come strumento di «monitoraggio indipendente[…]ispirato ai principi di obiettività scientifica e neutralità politica». Posizione che porta l’osservatorio ad essere imparziale anche verso l’antimilitarismo, di cui tanto Piovesana quanto Vignarca sono importanti esponenti.

Finanziato attraverso donazioni private, il progetto vede la partecipazione del Movimento Nonviolento, a cui nei prossimi mesi si aggiungeranno esperti, istituzioni, centri di ricerca, associazioni e organizzazioni attive nell’ambito delle spese militari. Mil€x si inserisce in un sistema di pressione civica che, nato con la battaglia per la legge 185/90, nell’ultimo decennio ha visto una forte riduzione degli spazi politici e mediatici, come d’altronde l’intera sinistra “globale” e il movimento pacifista. Per questo lo scopo principale dell’Osservatorio è quello di

contribuire ad accrescere la consapevolezza dei cittadini, dei loro rappresentanti nelle istituzioni, degli operatori dell’informazione e degli attivisti sociali, in modo da rendere possibile un cosciente e informato controllo democratico su una delle più ingenti e politicamente significative voci di spesa pubblica (grassetti nell’originale, ndr)

Per approfondire sulla crisi del pacifismo

Note:

  1. Duccio Facchini, Michele Sasso e Francesco Vignarca in Armi, un affare di Stato”, Chiarelettere, 2012 pp.50-51;
  2. Per sistema d’arma si intende l’associazione tra l’arma vera e propria e qualunque strumento – che può essere un dispositivo o del personale qualificato – che ne aumenti le prestazioni, come un veicolo che la rende mobile o uno strumento che ne aumenti il numero di colpi;

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