Armi, guerra&Regimi, le relazioni pericolose della geopolitica bellica italiana

Le armi fanno ampiamente parte della politica estera e industriale del governo italiano. A dirlo senza mezzi termini è la Federazione Aziende Italiane per l’Aerospazio, la Difesa e la Sicurezza (AIAD) – di fatto il gruppo di pressione dell’industria bellica – nella Relazione dell’esercizio 2010.
Una decisione politica che ha degli evidenti effetti tanto sul piano interno (destinazione di risorse pubbliche tra settore civile e militare, occupazione, ecc.) quanto sulle relazioni internazionali dell’Italia, come la decisione di non interrompere i rapporti con alcuni Paesi islamici «solo perché dei privati hanno finanziato dei terroristi, sarebbe come affermare che non bisogna avere rapporti con l’Italia perché c’è la mafia». A dirlo durante il convegno “Italia e Nato quale Difesa?” del novembre 2015 è la ministra della Difesa Roberta Pinotti, non certo imparziale quando si parla di industria bellica.

Schierato in favore del business militare è – ovviamente – l’ amministratore delegato di Finmeccanica Mauro Moretti, che in quello stesso convegno, dopo aver evidenziato la necessità di tutelare i 50.000 posti di lavoro del settore, schiera (geo)politicamente l’Italia inserendo i Paesi islamici in «un fronte occidentale legittimato dagli Stati Uniti, e noi facciamo parte di consorzi che ai paesi del fronte occidentale danno sostegno per potersi difendere».

Dichiarazioni dietro cui si nasconde una geopolitica delle armi italiane che tra 2014 e 2015 ha visto triplicare le esportazioni tanto verso i Paesi UE e Nato (passate dai 2,9 miliardi di euro del 2014 agli oltre 8,2 miliardi del 2015) quanto al di fuori dei confini europei e atlantici (4,7 miliardi nel 2015), per un aumento delle esportazioni italiane di armi che nel solo biennio 2014-2015 è pari al 200%.

Più che cifre e percentuali, il vero interesse nell’esportazione di armi è dato dal loro valore politico. Stati Uniti e Francia guidano la lista clienti 2015: Washington ha speso gran parte dei298 milioni di euro investiti in armi comuni, mentre Parigi ha investito117 milioni soprattutto in armi e munizioni di tipo militare, lo stesso tipo di acquisti realizzati dalla Gran Bretagna, che con una spesa di 82 milioni è stata il quarto cliente della nostra industria bellica per quell’anno.

Italia’s Dangerous Liaisons: quanto è etico fare affari con le non-democrazie?

Cinque milioni in più sono stati spesi dal Turkmenistan, al quale dal 2011 viene venduto qualunque tipo di armamento, dagli elicotteri AW139 ai cannoni ai lanciagranate GLX160 fino ai fucili d’assalto ARX160 fino alle pistole semiautomatiche PX4 Storm. Il governo di Gurbanguly Berdymukhamedov è però accusato dal Dipartimento di Stato americano di guidare uno “stato autoritario”, che non permette il libero accesso ad internet né lo sviluppo di una stampa libera, come dimostrano la distruzione delle antenne paraboliche ad Aşgabat[1] o l’arresto del giornalista freelance Saparmamed Nepeskuliev[2], autore di una serie di servizi sulla corruzione del governo. Continue, inoltre, le segnalazioni di torture e sparizioni forzate, tra cui quella del gruppo autore del tentato assassinio dell’ex presidente Saparmurat Niyazov del 2002. Da quel momento le famiglie dei membri del gruppo non hanno più ricevuto loro notizie[3].

I casi più eclatanti riguardano però l’Arabia Saudita e l’Egitto. Nel primo caso, come ha testimoniato Ole Solvang di Human Rights Watch, le bombe MK83 partite dalla Sardegna vengono usate dal regime dei Saud contro i ribelli sciiti zaydi Houthi nel conflitto in Yemen, di fatto una proxy war con cui si porta avanti da un lato la guerra “locale” tra Arabia Saudita e Iran e, dall’altra, il mai realmente sopito conflitto tra Washington e Mosca.

37 milioni di euro è invece la spesa in armi, munizioni militari e civili effettuata dall’Egitto di Abd al-Fattah al-Sisi, salito al potere attraverso un colpo di stato militare del luglio 2013. L’omicidio di Giulio Regeni (video) – per il quale a luglio 2016 è stata bloccata la fornitura dei pezzi di ricambio per i caccia F16 – ha permesso all’Italia di conoscere un sistema di potere basato su torture, rapimenti e sparizioni forzate spesso affidate a quelle forze di polizia a cui le armi italiane sono destinate.
Il canale delle armi tra Roma e Il Cairo è rimasto comunque aperto, nonostante la propaganda italiana in merito alla risoluzione dell’omicidio Regeni e, soprattutto, nonostante una risoluzione del Parlamento Europeo che, nel marzo 2016, ha vietato l’esportazione «di qualsiasi tipo di materiale di sicurezza e aiuto militare in Egitto».

Bombe, fucili e armi italiane vengono inoltre vendute, tra gli altri, all’interno dell’ormai “storico” rapporto con il regime “amico” di Isaias Afewerki in Eritrea – noto per la mancanza di libertà civili e politiche e la leva militare perpetua – alla Turchia che censura i media d’opposizione e usa gli elicotteri made in Italy contro i curdi, o a quel Myanmar sotto embargo dal 1991 dove il governo guidato indirettamente dal Premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi è accusato di “pulizia etnica” verso la minoranza musulmana dei Rohingya.
Armi italiane vengono regolarmente vendute a Paesi come il Qatar accusato di finanziare Daesh e di aver «schiavizzato» i migranti impiegati nella costruzione delle infrastrutture per i mondiali di calcio del 2022.

Nel Rapporto sulle esportazioni di armi e munizioni italiane pubblicato nell’aprile 2016 dall’OPAL di Brescia (pdf) evidenzia inoltre come armi italiane siano state vendute, tra gli altri, all’Algeria di Abdelaziz Bouteflika, o alla Bielorussia di Alexander Lukashenko, considerato “l’ultimo dittatore d’Europa” (video).

Per approfondire:

L’iniquo scambio armi per migranti

Dalle guerre e, come nel caso dell’Eritrea dagli affari con regimi non democratici, l’industria bellica italiana (ed europea) guadagna due volte: da un lato vendendo armi ai paesi in conflitto o usate per il controllo della repressione interna, dall’altra entrando nel nuovo business delle frontiere, il cui giro d’affari è revisto in 29 milioni di euro entro il 2022.

Il circolo vizioso è evidente: armi e materiale bellico (anche informatico) partono verso guerre o regimi di fatto non democratici, un “made in Italy” che costringe migliaia se non milioni di persone ad emigrare attraverso passaggi come la Libia, la Turchia, Ceuta e Melilla, confini della Fortezza Europa sorvegliati acquistando strumenti per il controllo delle frontiere da quelle stesse industrie che attraverso la geopolitica delle armi motivano la fuga stessa dei migranti.

Militari all’estero, tra peacekeeping e guerra d’élite

A legare guerre, geopolitica, armi e crisi umanitarie ci sono poi quelle missioni militari all’estero i cui fondi, in Italia, vengono utilizzati soprattutto per coprire i costi delle armi invendute.

Nonostante questo, secondo i dati forniti dal ministero della Difesa sono 6.780 i militari attualmente impegnati in missioni all’estero, a cui si aggiungono gli 8.070 delle missioni nazionali: i 7.050 militari impegnati nell’operazione “Strade Sicure” per la prevenzione della criminalità, in aree metropolitane o densamente popolate e i 1.020 che, nell’ambito dell’operazione “Sabina”, aiutano la Protezione Civile nelle zone dell’Italia centrale colpite dal terremoto del 24 agosto 2016.

Numericamente, i contingenti italiani all’estero più ampi sono impiegati nelle missioni in Iraq e Libano.
A Beirut, dove dal 2014 l’Italia guida una missione internazionale (Unifil-Mibil) presente dal 1978, la missione (1.100 uomini) prevede il supporto al governo di Saad Hariri nel campo dell’economia, nel supporto ai rifugiati e nella formazione del personale militare oltre al controllo dei mai pacificati rapporti tra Libano e Israele. Il conflitto tra i due Paesi è terminato ufficialmente dieci anni fa, ma gli sconfinamenti lungo il confine virtuale della “Blue Line” rappresentano ancora motivo di forte instabilità.

Diga di Mosul: un contingente per proteggere i profitti italiani?

La missione estera numericamente più ampia è quella che dal 2013 coinvolge 1.400 militari italiani nella Coalizione multinazionale internazionale “Prima Parthica”, voluta dagli Stati Uniti per supportare l’operato delle Forze di Sicurezza Irachene (ISF nell’acronimo inglese) contro l’attività di Daesh nel Paese e in Siria. Dal maggio 2016, però, la presenza italiana in Iraq prevede anche la controversa operazione di controllo della Diga di Mosul – la più grande del Paese e dunque di importanza strategica – per la quale sono impiegati nostri 500 militari. L’impianto è però noto da tempo per i suoi problemi strutturali – in caso di crollo improvviso le stime evidenziano la possibile morte di 500.000-1.500.000 iracheni – tanto da portare il governo di Haydar Jawwad al-Abadi ad affidare con procedura d’urgenza lavori di manutenzione per 273 milioni di euro al gruppo italiano Trevi Spa, che dal 2001 lavora per il genio militare degli Stati Uniti e vede lo Stato italiano come secondo azionista. Proprio per questo, evidenziano i critici, dietro al contingente militare si nasconderebbe la mera difesa degli interessi commerciali italiani.

Politicamente rilevanti sono inoltre i 300 militari impegnati dal settembre 2016 nella missione “Ippocrate” in Libia, di cui poco meno della metà (135 militari) impiegato nella manutenzione dei mezzi all’aeroporto di Misurata, sede dell’ospedale da campo nel quale sono impegnati i 65 medici e infermieri che fanno parte del contingente.

È ormai certa, inoltre, la presenza nel Paese del primo contingente per operazioni speciali sotto copertura, composto da 50 operatori del Col Moschin coadiuvati dal lavoro di tre gruppi di 12 agenti dei servizi segreti e definito nel Decreto del presidente del Consiglio (Dpcm) del 10 febbraio 2016, immediatamente secretato dall’allora premier Matteo Renzi. Al vertice di questo nuovo corpo d’élite c’è il Dis, il Dipartimento per le Informazioni della Difesa che fa da tramite tra i due rami dell’intelligence italiana (l’Aisi, interno e l’Aise, per le missioni estere) e Palazzo Chigi. Le missioni saranno autorizzate tramite semplice informativa del governo alle commissioni Esteri e Difesa, senza alcun vero passaggio parlamentare.

Secondo Felice Casson, che da giudice istruttore a Venezia ha portato avanti le indagini su Gladio e i servizi segreti deviati, la creazione di questi corpi d’élite rischia però di

creare un sistema d’intelligence parallelo, non meglio individuato, e soprattutto con le coperture che, in via del tutto eccezionale, la legge del 2007 ha riconosciuto agli agenti dei servizi segreti. Parliamo delle garanzie funzionali, della clausola di non punibilità per gli eventuali reati commessi durante una missione, della possibilità di opporre il segreto di Stato alle indagini della magistratura

900 militari sono inoltre impiegati nella sorveglianza e nella messa in sicurezza del Mediterraneo (operazione”Mare Sicuro”), dove la sfida più importante è il contrasto al traffico di esseri umani che transita dalla Libia e che ha, naturalmente, effetti sulle relazioni tra Roma e i vari gruppi che si contendono il Potere dalla caduta di Gheddafi (2011).

Gibuti: pirateria&(poca)trasparenza

Alle operazioni marittime sono poi destinati – per il periodo 2012-2020 – i 27,1 milioni di euro per l’uso da parte della Marina italiana della Base Militare di Supporto (BMIS) a Gibuti (la prima al di fuori dei confini nazionali) in funzione antiterrorismo (Al Qaeda e al-Shabaab) e contro la pirateria marittima in Somalia, dove l’Italia è impegnata nell’addestramento delle Forze di sicurezza oltre che nelle operazioni Atlanta e Ocean Shield. L’accordo Roma-Gibuti del 2012 – all’epoca non reso pubblico – è stato siglato tramite l’addestramento della locale polizia da parte dei nostri carabinieri e la fornitura di materiale militare italiano (in surplus) per 430.000 euro nel 2012 e 1,1 milioni nel 2013.

Pentagono italiano: bluff elettorale o minaccia democratica?

Oltre alla base di Gibuti e ad operazioni undercover mai passate dal vaglio parlamentare (l’Espresso, Fatto Quotidiano) e già utilizzate attraverso la Task Force 44 (Iraq) e la Task Force 45 (Afghanistan), la nuova idea di Difesa proposta dalla ministra Roberta Pinotti prevede la creazione del cosiddetto “Pentagono italiano”, con il quale integrare sotto un unico comando tutte le forze armate, per dare una risposta migliore alle sfide dei nuovi rapporti (e delle nuove minacce) geopolitiche, così come si tenta di fare con la riforma Di Paola.

Nuove minacce a cui si dà una risposta vecchia – l’idea è stata infatti ripresa dalla riforma delle Forze Armate promossa nel 1997 dall’allora ministro della Difesa Beniamino Andreatta – e pericolosa sotto il profilo politico e socio-ambientale.
Sotto il primo aspetto, in un articolo scritto il 1 marzo per Formiche.net, l’ex capo di Stato Maggiore della Difesa generale Mario Arpino evidenzia come

alcuni accentramenti al vertice non militare e la progressiva civilizzazione di alcuni settori possano comportare il rischio di una futura, strisciante, politicizzazione dell’apparato Difesa

mentre la scelta di Centocelle come sede del “Pentagono italiano” – in una zona che è già polo militare e vede la presenza della Direzione generale degli armamenti (Dga) e del Comando operativo interforze (Coi) – andrebbe ad impattare su una porzione di territorio, unico polmone verde del quartiere Don Bosco, ad alta densità abitativa e di cui cittadini e comitati civici chiedono già da tempo la bonifica.

Bisognerebbe processare i gerarchi del potere bellico

Secondo una ricerca dell’Università del Massachusetts pubblicata nel 2009, un miliardo di dollari investito nel settore Difesa genera 11.600 nuovi posti di lavoro, contro i 17.100 nelle energie rinnovabili e i 29.100 nella Pubblica Istruzione. Disinvestire nelle armi è dunque più conveniente che investire, non solo in tempo di crisi e non solo in termini economici. Attraverso la vendita di armi i governi italiani – di qualunque colore e tempo, dal regime fascista ai governi di nomina presidenziale degli ultimi anni – fomentano guerre, repressione del dissenso e violazione quotidiana dei diritti umani. Temi che non entrano nel dibattito sui tagli della politica, nei quesiti referendari né in processi penali (se non per quanto riguarda la corruzione).

Perché se chiediamo di portare alla sbarra i grandi gerarchi del mondo attuale – da quel Bashar al-Assad ancora saldamente al potere in Siria ai vari Laurent Gbagbo (Costa d’Avorio) e Omar Hassan al-Bashir (Sudan) passando per i membri dell’M23 congolese Jean Bosco Ntaganda e Germain Katanga, processati per crimini contro l’umanità dalla Corte Internazionale de L’Aja – non si può pensare, come Pasolini nel 1975 contro i gerarchi democristiani[4], di imbastire un processo contro quel potere che materialmente permette guerre, repressione del dissenso e violazione quotidiana dei diritti umani, cioè i “gerarchi” dell’industria bellica?
Non è forse questo, ridare libertà e risorse alle popolazioni oggi in fuga (dalle guerre, dalla repressione, dalle crisi economiche) il miglior modo per difendere le frontiere della Fortezza Europa?

Note:

  1. Rapporto Amnesty International sul Turkmenistan, ed. 2015-2016, pag. 480;
  2. Calls on Turkmenistan To Release Journalist, RadioFreeEurope-RadioLiberty, 22 giugno 2016;
  3. Rapporto Amnesty, stessa pagina;
  4. Pier Paolo Pasolini, “Il Processo”, Corriere della Sera, 24 agosto 1975;

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