Gabriele Del Grande è libero. E la Turchia?

Come giornalisti non dobbiamo solo produrre fatti ma sfidare il potere della politica
(Besar Likmeta, direttore Birn Albania)

Erdogan Hurriyet

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16 giorni: tanto è durata la detenzione in Turchia di Gabriele Del Grande, entrato nel Paese il 9 aprile per raccogliere interviste e materiale per “Un partigiano mi disse”, libro sulla guerra in Siria e la nascita dell’Isis. Un progetto che fa seguito a “Io sto con la sposa” – di cui è uno dei registi e sceneggiatori – e soprattutto al lavoro che, dal 2006, Del Grande porta avanti attraverso il blog “Fortress Europe” su quella «grande fossa comune» che è il Mediterraneo per i migranti (oltre 20.000 morti dalla fine degli anni ‘80 ad oggi). L’arresto, annunciano le autorità turche, si deve al fatto che il giornalista e documentarista non ha le necessarie autorizzazioni per operare nel Paese.
40 le piazze che in Italia si mobilitano in risposta al suo appello per la liberazione.

Leggi anche:

153 i giornalisti ancora in carcere – su 231 arrestati – dal 15 luglio 2016, giorno del fallito colpo di stato. Un mancato cambio di regime che, insieme alla risicata e contestata vittoria al referendum dello scorso 16 aprile, autorizza il Presidente Recip Tayyp Erdoğan ad accelerare la repressione alle libertà civili, trasformando la Turchia in una dittatura nominale oltre che di fatto.
I numeri di TurkeyPurge.com – progetto di un piccolo gruppo di giovani giornalisti turchi – parlano di 134.194 licenziamenti, 98.542 detenzioni, 149 organi di stampa chiusi, 4.317 giudici e pubblici ministeri costretti alle dimissioni, così come 7.317 accademici (dati al 18 aprile 2017, ndr). Quello di Del Grande è il secondo arresto di un giornalista straniero da parte del regime turco – Deniz Yücel, corrispondente del tedesco Die Welt è ancora oggi detenuto – a cui oggi si deve il più alto numero di giornalisti arrestati.

Per approfondire:

Immagine cifre repressione Turchia post-golpe

I numeri della “purga” del Presidente turco Recip Tayyp Erdoğan in risposta al fallito colpo di Stato del 15 luglio 2016. Fonte: TurkeyPurge.com

Il 51,22% di “Evet (“sì”) ottenuti al referendum, disarma di fatto l’opposizione politica e sociale turca, che si trova oggi ad agire in un sistema nel quale il Parlamento può essere sciolto in qualsiasi momento e i ministri sostituiti a seconda degli umori di un Presidente (“Sultano” come rinominato dalla maggior parte della stampa internazionale) che gode di un potere maggiore persino di Mustafa Kemal Atatürk, padre (1923-1938) di quella Turchia moderna smantellata nella lenta ma costante opera del sistema di potere erdoganiano. Sotto il leader dell’Adalet ve Kalkınma Partisi (Akp), al potere dal 2003 – prima come primo ministro e dal 2014 come Presidente della Repubblica – la Turchia ha visto alcune riforme positive, come la fine del potere dei militari o l’universalizzazione del sistema sanitario, ma questo era l’Erdoğan di ieri.

Infografica cambiamenti costituzionali referendum in Turchia del 16 aprile 2017

Infografica cambiamenti costituzionali referendum in Turchia del 16 aprile 2017. Fonte: Matteo Colombo/Ispi

La scelta europea: democrazia o dittatura per la Turchia?

Prima dell’arresto di Gabriele Del Grande quante manifestazioni di piazza sono state fatte in Italia per difendere i giornalisti turchi e, di conseguenza, la democrazia in Turchia? Quante ne verranno fatte ora che è tornato a casa?

Se oggi Erdoğan può chiamare «fascisti» i governi di Germania e Olanda che hanno impedito ai ministri turchi di presenziare ai dibattiti pre-referendum è anche per l’ampio potere di cui gode nei confronti dell’Europa. Un potere di ricatto basato sui 6 miliardi di euro grazie ai quali la Turchia blocca alle porte della Fortezza Europa la rotta balcanica dei flussi migratori e, per quanto ci riguarda direttamente, sull’acquisto di armi italiane usate nella guerra contro i curdi e nella repressione, per un commercio bellico che – come riportato nella Relazione annuale sull’export militare italiano 2015 – è passato dai 53 milioni di euro del 2014 ai 129 milioni del 2015.

Per approfondire:

Europei e turchi sono ad un punto di svolta, come scriveva il giornalista Udo Gümpel su Facebook nei giorni scorsi
https://www.facebook.com/plugins/post.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fudo.gumpel%2Fposts%2F10212797018109445&width=500

Riprendendo il sociologo e politologo norvegese Stein Rokkan, la “frattura” che può crearsi a questo punto è: lasciare che la Turchia diventi sempre di più una dittatura sul confine orientale dell’Europa, lautamente finanziata da Bruxelles e dagli Stati membri dell’Unione, oppure tagliarle fondi e protezione internazionale al regime di Erdoğan, permettendo al Paese di tornare alla democrazia. Entrambe le decisioni avranno evidenti e pesanti conseguenze. La scelta tra le due strade determinerà (anche) quanto l’Unione Europea e i suoi membri tengano davvero ai diritti umani, tanto osannati nei documenti ufficiali quanto spesso dimenticati nei fatti, come dimostra la decisione di inserire i sussidi economici alla ricerca militare nel budget comunitario.

Dando per difficile una volontà istituzionale, spetta all’Europa della società civile attivarsi per perseguire il ritorno alla democrazia turca. È parte del partito dello stesso Presidente Erdoğan, l’AKP, a denunciare la trasformazione della Turchia di una «autocrazia mediorientale», come definita dall’avvocato e leader del partito Ertuğrul Yalçinbayir in un articolo scritto con Maximilian Popp per Der Spiegel recentemente pubblicato da Internazionale[1].
I numeri del post-golpe e gli appelli evidenziano come l’opposizione turca abbia oggi bisogno dell’Europa e delle istituzioni internazionali per esprimere la propria voce.
L’immagine di un Presidente forte nasconde però un Paese nel caos, in cui il sistema attualmente al potere vacilla tra la feroce repressione e l’abbandono da parte dei mercati: nel 2016 gli investimenti diretti esteri (Ide) sono crollati del 44,4% rispetto all’anno precedente, il debito turco è stato declassato da Moody’s a “junk“, con una diminuzione dell’economia dell’1,8% e la lira turca tornata ai livelli del 1981. Un potere che si affida a personaggi come Yiğit Bulut, consigliere capo di Erdoğan che nel 2013 dichiarava che le “potenze straniere” volevano uccidere il Presidente con la telepatia.

In un paese che quotidianamente parla di diritti umani, la vicenda di Gabriele Del Grande può rappresentare non solo l’opportunità di accedere l’attenzione sulla Turchia di oggi, ma anche di fare pressione affinché l’Italia si schieri contro il regime di Erdoğan, partendo proprio dal nodo del commercio di armi tra Roma e Ankara, per fare in modo che i tanti sit-in di questi giorni non rimangano solo una campagna per il rilascio di un “nostro” giornalista e un modo per fare la conta dei presenti, rendendo di fatto inutile, per la Turchia, la “democrazia a parole” di cui spesso l’Europa si è vantata.

Nota a margine: Il prossimo 5 maggio è prevista la partecipazione del giornalista e documentarista turco Can Dündar al Premio Mediterraneo di Pace, organizzato a Prato (Centro Pecci, ore 18) nell’ambito del Mediterraneo Downtown, «uno spazio di dibattito politico e culturale dove si disegna e si stimola il potenziale ruolo dell’Italia come naturale “cerniera” tra questo Mediterraneo e l’Europa politica, delle sue istituzioni e dei suoi cittadini». Una buona occasione per poter parlare con una fonte che ha direttamente subito gli effetti del regime turco, dato che Dündar si trova oggi in esilio a Berlino dopo essere stato arrestato, insieme ad Erdem Gül, nel 2015.

Note:
[1] Maximilian Popp, Ertuğrul Yalçinbayir – L’ultima sfida di Erdoğan, Der Spiegel. Pubblicato sul settimanale italiano Internazionale nel n.1200, 14/20 aprile 2017

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