La “pregiudiziale antimigrante” italo-europea? Un business con i dittatori africani

Europa filo spinato

Parlare dell’Africa con l’Africa. È la politica cui il governo Renzi dà vita a partire dalla Conferenza di Roma del 18 maggio 2016, cui partecipano 52 ministri degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, 40 ministri degli Esteri e circa una ventina di rappresentanti di organizzazioni internazionali come Nkosazana Dlamini-Zuma, prima presidente donna della Commissione dell’Unione Africana, oggi sostituita da Moussa Faki Mahmat, ministro degli esteri del Ciad. Oltre all’ex premier, a fare gli onori di casa sono il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, gli allora ministri Paolo Gentiloni (Esteri), Angelino Alfano (Interni), Maurizio Martina (Politiche agricole, alimentari e forestali), Gian Luca Galletti (Ambiente e tutela dell’ambiente e del mare) e Mario Giro, vice-ministro degli Esteri con delega alla cooperazione internazionale e all’Africa anche nell’attuale esecutivo.

Nonostante si parli di condividere associazionismo e volontariato, nessun esponente di quel mondo è invitato. Questo perché la conferenza è il punto più evidente di una diplomazia nuova nelle intenzioni ma vecchia nei metodi: foraggiare i regimi non democratici africani in cambio dello sfruttamento delle risorse naturali del continente e del controllo dei flussi migratori sulla rotta Africa-Europa spostando a sud il confine meridionale europeo, come definito nel Processo di Rabat del 2006.

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Secondo i dati del Viminale nel 2016 sono stati 181.436 i migranti sbarcati in Italia – in aumento rispetto ai 153.842 del 2015 – a cui vanno aggiunti 25.846 minori non accompagnati. Nel 2017, al 31 marzo sono arrivati 24.280 migranti, provenienti soprattutto da Guinea (3.100), Nigeria (3.014), Bangladesh (2.739), Costa d’Avorio (2.453) e Gambia (2.187). Dalle tabelle elaborate dal ministero si evince inoltre come da questi ultimi quattro paesi e dal Senegal, proviene il più alto numero di richieste d’asilo che, anche per effetto del “business dei rimpatri”, non sempre sono permesse.

Clicca sulle immagini per ingrandire. Fonte: Viminale 2017

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Erdoğan, l’archetipo dei dittatori “utili alla causa”

Il patto vede un archetipo pericoloso e antidemocratico nell’accordo firmato dall’Unione Europea il 18 marzo 2016 con la Turchia di Recep Tayyp Erdoğan (testo completo). Uno scellerato scambio tra il blocco dei migranti in transito lungo la rotta balcanica e i diritti umani che, per 6 miliardi di euro, permette al governo di Ankara di incarcerare attualmente 146 giornalisti (dato da TurkeyPurge.com aggiornato al 2 aprile 2017; 231 i giornalisti incarcerati dal 15 luglio 2016, giorno del tentato golpe), reprimere l’opposizione e usare le armi italiane nella guerra contro il Kurdistan. Un accordo, evidenzia Barbara Spinelli, chiamato “statement” «per aggirare l’approvazione che il Parlamento Europeo deve dare ai Trattati».

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La politica dei “dittatori utili alla causa” viene definita dall’UE attraverso la Eu-Horn of Africa Route Initiative (nota come “Processo di Khartoum”) durante il Summit tenutosi nella capitale sudanese tra il 13 ed il 16 ottobre 2014 e resa di dominio pubblico nella IV Conferenza euro-africana di Roma del successivo 28 novembre. L’iniziativa prevede un ampio progetto di sviluppo sostenibile per l’Africa che ha un evidente rovescio della medaglia: il denaro finirà nelle casse di regimi come quelli di Isaias Afewerki (Eritrea), Abd al-Fattah al-Sisi (Egitto) e Omar Hasan al-Bashir (Sudan). Quegli stessi governi che, attraverso guerre e repressione, sono alla base della fuga dei migranti verso l’Europa.

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Nel successivo summit di La Valletta (Malta) – tenutosi a un anno da quello di Khartoum e al quale partecipano anche rappresentanti dell’ONU e dell’ECOWAS, la Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale – l’UE adotta nei confronti dei Paesi africani la “politica del bastone e della carota”, promettendo attraverso l’African Trust Fund un investimento da 1,8 miliardi di euro del Fondo Europeo di Sviluppo (Fes) usato per combattere la povertà nel continente in aggiunta agli oltre 20 miliardi annui assicurati dai singoli Paesi Membri. Fondi che verranno tagliati se i governi africani non collaboreranno attivamente al contrasto delle migrazioni. È retorica chiedersi quanto sia interesse dell’Europa, in tal senso, che gli interlocutori africani siano governi dediti all’uso della repressione. Scriveva Fabrizio Gatti su l’Espresso a febbraio:

Giusto per fare un calcolo a spanne: prendiamo la super tangente di un miliardo e 28 milioni di euro (1.092 milioni di dollari) incassati da politici e faccendieri nella confinante Nigeria, di cui è accusata l’Eni per il giacimento di petrolio Opl245. Con un impiego legale e giusto, i soldi di Eni avrebbero potuto creare 822.400 posti di lavoro nella regione. Siamo così scesi alla radice di tutta la questione

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21 programmi da 380 milioni di euro per l’Africa Occidentale affidati soprattutto alla cooperazione francese tramite l’Agence Française de Développement; altri 470 milioni affidati alla cooperazione tedesca (Deutsche Gesellschaft für Internationale Zusammenarbeit, GIZ) e italiana (Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo del Ministero degli Esteri) per circa 50 programmi in Africa Orientale: sono queste le cifre del flusso di denaro che nei prossimi anni l’Europa destinerà, almeno in teoria, allo sviluppo dell’Africa. Secondo le denunce di Oxfam Italia, infatti, non esistono garanzie che il denaro verrà effettivamente impiegato a tale scopo e non come incentivo per il controllo dei confini. In termini di trasparenza, non aiuta sapere che gli accordi stipulati dall’Italia con Sudan, Eritrea, Egitto, Nigeria e Gambia siano stati firmati a livello di forze di polizia e, per questo, non ratificati né posti al vaglio del Parlamento, portandoli così fuori dal controllo democratico.

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Normalizzazione&(non) democrazie

Definita durante gli incontri di Khartoum e La Valletta, questa nuova visione europea per l’Africa vede un ulteriore sviluppo nell’adozione della politica di normalizzazione iniziata con Gheddafi nel 2008 necessaria per sminuire le accuse di violazione dei diritti umani e delle libertà personali mosse contro i regimi “amici”. Una politica usata dalla Danimarca con l’Eritrea o dall’Italia con i migranti del Gambia, definiti tutti “economici” per rendere più facile il respingimento verso un Paese – 6,6 milioni di scambi commerciali nel 2015, tra cui la fornitura di 50 veicoli per il controllo del confine con il Senegal – guidato per oltre vent’anni dal regime di Yahya Jammeh, sconfitto alle elezioni di dicembre da Adama Barrow, candidato del Partito Democratico Unito e di una opposizione per la prima volta coalizzata.
A permettere realmente il passaggio di poteri è però la minaccia di intervento armato dell’ECOWAS. Barrow giura il 19 gennaio a Dakar, in Senegal, da sempre vicino all’opposizione gambiana mentre Jammeh decide, non casualmente, di andare in esilio in Guinea Equatoriale.

L’ospitalità del regime di Teodoro Obiang Nguema Mbasogo permette a Jammeh di evitare un processo dinanzi al Tribunale Penale Internazionale de L’Aja – di cui la Guinea Equatoriale non fa parte – per sparizioni forzate come quelle dell’ex segretario organizzativo dell’Unione Democratica Solo Sandeng o dei giornalisti Chief Ebrima Manneh (Daily Observer) e Alagie Abdoulie Ceesay (TerangaFm), sottoposti al regime dell’”incommunicado” – non riconoscimento della detenzione e nessuna informazione sul luogo di carcerazione – a cui sono soggetti anche parenti e amici dei presunti artefici del mancato golpe del 2014. Accuse che si aggiungono a quelle per l’omicidio del giornalista Deyda Hydara (2004), autore di inchieste ed editoriali contro il regime o per le torture perpetrate contro oppositori e giornalisti come Musa Saidykhan, oggi rifugiato negli Stati Uniti.
Una operazione, quest’ultima, affidata agli uomini della National Intelligence Agency, i servizi segreti gambiani accusati di torture tramite waterboarding, ustioni con liquido bollente o soffocamento tramite sacchetti di plastica infilati in testa e riempiti d’acqua. Non a caso l’arresto dell’ex direttore del Nia Yankuba Badije è tra i primi atti della presidenza Barrow, chiamata ora a definire la sua politica su pena di morte e omofobia.

Da non dimenticare, inoltre, che l’interesse europeo verso l’Africa risponde alla necessità di fronteggiare la politica di espansione della Cina in un continente che, stimano le Nazioni Unite, nel 2050 avrà una popolazione di 1,3 miliardi di persone, di cui 700 milioni in età lavorativa.

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Il business della “pregiudiziale antimigrante”

In questo contesto nel marzo 2016 nasce il Migration Compact (pdf), il contributo italiano «alla strategia europea per l’azione esterna sulla migrazione» che prevede la definizione di strumenti per l’accesso legale dei lavoratori africani al mercato europeo e la gestione dei flussi in modo da separare già in Africa i migranti economici da chi necessita di protezione internazionale. Non previsti, invece, strumenti indipendenti che impediscano di rendere tutti i migranti “economici”, né per la soluzione del Regolamento di Dublino – che li obbliga a richiedere asilo nel Paese di arrivo – definito dal ministro dell’Interno Marco Miniti «il peccato originale».

Dietro la “pregiudiziale antimigrante”, il Migration Compact nasconde (anche) un accordo commerciale basato sulla costante fornitura di armi e strumenti per la repressione ed il controllo dei confini promossa dall’Europa. Servono anche a questo programmi come la costituzione della Guardia di Frontiera Europea (Rapid Border Intervention Teams, RABIT) – passo ulteriore verso quella Schengen della Difesa” fortemente voluta dall’Italia – o l’addestramento della Guardia Costiera libica, previsto dalla missione Eunavfor Med e parte dell’accordo stipulato a febbraio tra Palazzo Chigi e il Governo di Accordo Nazionale di Fayez al-Sarraj (testo completo in pdf) – riconosciuto ma poco sostenuto dall’Occidente – al fine di costituire una «linea di protezione» contro i flussi migratori già nelle acque libiche.

A finanziare il Migration Compact saranno tanto strumenti continentali – come l’External Action in the field of Migration (EAM) – quanto nazionali come gli Accordi di Partenariato Economico (Economic and Partnership Agreement, EPA) stipulati tra i singoli Paesi. Riprendendo l’idea dal “Piano Junker”, con uno stanziamento iniziale di 4,8 miliardi la Commissione Europea spera di attrarre in Africa circa 65 miliardi di euro tra investimenti pubblici e privati.
Politica che partendo da presupposti come l’eliminazione dei dazi per l’immissione di prodotti alimentari europei – previsto negli EPA – rende più facile l’arrivo di nuovi investitori sui mercati africani ma, al contempo, genera ulteriori problemi allo sviluppo di economie locali già fortemente colpite da fenomeni come il land-grabbing, leit-motiv dell’espansionismo cinese in Africa e usato dall’Italia in Senegal, dove è presente anche il “re della monnezza” Manlio Cerroni.

Dal 1998, anno dell’accordo con il Marocco, l’Italia ha stipulato 24 accordi bilaterali con governi africani, raccolti dal professor Jean Pierre Cassarino del Robert Schuman Center for Advanced Studies dell’Istituto Universitario Europeo di Firenze. Dopo quello con Rabat arrivano gli accordi con Tunisia (quattro dal 1999 al 2011), Libia (cinque dal 2000 ad oggi) ed Egitto (2000, riconfermato nel gennaio 2007). Nel 2010 arrivano le intese con Ghana, Niger, Senegal e Gambia, dove sarà interessante capire i rapporti con la nuova presidenza Barrow. Del 2012 con Gibuti e lo scorso anno con il Sudan gli ultimi due accordi, che fanno seguito allo specifico accordo sui migranti firmato nel 2011 con la Nigeria.
La formula più usata per tali intese, evidenziano ancora i dati, è quella del Memorandum of understanding (9 su 24, di cui tre con la Libia), seguita in cinque casi su 24 da accordi firmati tra forze di polizia (Egitto 2000, Tunisia 2003, Algeria 2009, Libia 2007, Gambia 2010), cui va aggiunto quello firmato nel 2001 con la Turchia.

Mappa accordi bilaterali contro i migranti Italia - fonte Terrelibere.org

Clicca sull’immagine per aprire la mappa interattiva. Fonte: Terrelibere.org

Fare affari con i dittatori africani? Ce lo chiede (anche) l’Europa

Tanto il piano europeo sui migranti africani quanto l’accordo con la Turchia che ne è archetipo, sono chiare violazioni dei diritti dei migranti, secondo cui «nessun rimpatrio dev’essere fatto verso paesi in cui c’è pericolo di persecuzione» (art.19 Testo Unico sull’Immigrazione italiano) né possono «essere effettuate violazioni che comportano la tortura o il pericolo di tortura» (art.3 Carta Europea dei Diritti dell’Uomo). A rendere ufficiale la necessità di «cooperare con i regimi dittatoriali nella lotta allo smuggling» – che di fatto sancisce il ribaltamento della politica europea – è il Commissario all’Immigrazione Dimitris Avramopoulos durante una conferenza stampa del 4 marzo 2015. Gli accordi bilaterali, e per l’Italia la “campagna d’Africa” promossa nei mesi scorsi da Minniti, l’uomo forte del governo Gentiloni, rispondono a questa logica.

A chi finiscono i soldi della cooperazione “antimigrante”?

In tal senso vanno lette l’apertura della nuova ambasciata italiana a Niamey alla fine del 2016 e il finanziamento del centro di assistenza e transito per migranti gestito dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim) ad Agadez, Niger – quarto esportatore al mondo di uranio – considerato paese-chiave per bloccare i flussi migratori e, insieme al Mali, indicato come possibile base del fondamentalismo jihadista in Africa. Già oggi, l’attività (dimenticata?) di Boko Haram – dal 2015 “Islamic State’s West Africa Province, Iswap” – accresce la crisi umanitaria sviluppatasi nella regione di Diffa, sud-est del Niger.

Strategica continua ad essere, in Libia, la collaborazione sui respingimenti in mare – per i quali l’Italia viene condannata nel 2012 – con il Department for Combating Irregular Migration (DCIM), inserita dal 2013 nell’European Union Border Assistance Mission. È il mandato Eubam che permette all’Italia l’addestramento e la fornitura dei mezzi per la guardia costiera libica, nonostante ne sia nota la «corruzione endemica» (link in inglese) e vi facciano parte personaggi come Abdurahman Milad, detto “al-Bija”, comandante del gruppo di Zawiya noto (anche) per la gestione del traffico di migranti lungo la costa tra Tripoli e il confine tunisino e dei “campi di transito” nei quali chi non paga viene rinchiuso. Trafficante è anche quell’Ahmed Dabbashi che, distintosi per le sue gesta eroiche durante la Rivoluzione è oggi alla guida della più importante forza armata di Sabrata, a cui è affidato il controllo dell’impianto Eni Mellita Oil & Gas, 40 chilometri a ovest della città.

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Ad obiettivi anti-immigratori, politici ed economici mirano invece gli accordi diretti con i capi dei clan Tebu, Tuareg e Awlad Suliman che guidano e si affrontano nel Fezzan, una delle tre entità in cui è diviso il territorio libico. Oltre a tutelare gli interessi petroliferi dell’ENI, l’alleanza con al-Sarraj e con i clan serve per contrastare il potere – dichiaratamente “antieuropeo” e anti-italiano – dell’ex (autoproclamato) premier Khalifa al-Ghwell e, soprattutto, del generale Khalifa Haftar, uomo forte del governo laico di Tobruk e vicino alla Russia. Dubbi permangono sulla efficacia di accordi politici, economici e militari presi con al-Sarraj, fondamentale nel progetto europeo di repressione dei flussi migratori ma dallo scarso potere interno.

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Cooperazione, torture e armi chimiche

Oltre ad armi e migranti, ad attraversare i confini europei sono in alcuni casi anche testimonianze. Nel 2016 arriva in Italia “Nome in codice: Caesar”, che attraverso gli scatti di un ex fotografo della polizia siriana denuncia le torture perpetrate dal regime di Bashar al-Assad sugli oppositori in carcere tra il 2011 e il 2013. A febbraio, grazie ad Italians for Darfur, arrivano al Parlamento italiano le prove dell’uso di armi chimiche in Darfur da parte dei militari del regime di al-Bashir. Una informazione che, insieme alle due condanne per genocidio per il regime sudanese da parte del Tribunale Penale Internazionale, non ha comunque bloccato, nell’agosto 2016, l’accordo da 155 milioni di euro tra Roma e Khartoum per il contrasto al riciclaggio di denaro, alla contraffazione dei documenti e al traffico di esseri umani, né il (giusto) progetto da 800 milioni annui per la distribuzione di acqua, servizi sanitari e igienici della cooperazione italiana nello Stato del Kassala, turbolenta zona orientale del Darfur da cui passa la Eastern African Migratory Route, usata dai migranti per raggiungere l’Europa.

”Una nuova via con l’Africa”: un nuovo smart power per l’Italia dall’altro lato del Mediterraneo?

Attraverso l’istituzione del Fondo per l’Africa del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (Maeci), per il 2017 l’Italia investirà nel Migration Compact 200 milioni di euro, stessa cifra impegnata dall’Unione Europea durante il vertice di Malta di febbraio. La Direzione generale per gli italiani all’estero e le politiche migratorie si troverà così a gestire un budget sei volte superiore ai normali stanziamenti per gestire i rapporti con i «Paesi africani d’importanza prioritaria per le rotte migratorie», al fine di «riaccendere i riflettori sull’Africa, consolidando antichi rapporti, aggiornandoli e instaurandone di nuovi» attraverso una «diplomazia preventiva intesa a rimuovere le cause profonde delle situazioni di crisi ed instabilità». Piano definito nel 2013 attraverso l’”Iniziativa Italia-Africa”, una serie di progetti ed eventi nel campo dell’energia e dell’ambiente, dell’agricoltura e della salute, della cultura e dello sviluppo infrastrutturale africano in un «dialogo a tutto campo [che] non può prescindere dal sostegno e dalla promozione dello stato di diritto e dei diritti umani, la cui promozione e tutela rimangono una priorità della nostra politica estera». Parole palesemente falsate dalla prova dei fatti e dai rapporti con i regimi non democratici del continente. Relazioni che, se non fossero promosse dalla stessa Unione Europea, dovrebbero portare l’Italia ad essere condannata dinanzi alla CEDU non solo per le espulsioni illegali.

Il piano italiano è chiaro: sfruttare i rapporti politico-economici italo-africani per aumentare il peso politico internazionale, anche all’interno dell’UE. Progetto che ha avuto battesimo proprio con la conferenza del maggio 2016 e che ha raccolto un primo risultato nel gennaio 2017, quando grazie al voto dei governi africani (e all’accordo con l’Olanda) l’Italia è divenuta per quest’anno membro non permanente nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

Rapporti sviluppati nei decenni anche attraverso la diplomazia commerciale di grandi industrie come Eni, Finmeccanica o Impregilo, che dal luglio 2016 sono intensificati attraverso l’“Africa Act” (pdf), volto a sostenere la presenza italiana in Africa attraverso misure legislative e operative come la promozione di borse di studio, il sostegno alle piccole-medie imprese o al microcredito, la riduzione dei costi delle rimesse e il contrasto all’estremismo violento e alla radicalizzazione. Secondo Lia Quartapelle, capogruppo PD in Commissione Esteri ed Affari Comunitari della Camera e promotrice dell’iniziativa

la sfida è quindi lanciare una “nuova via con l’Africa”, al fine di assicurare che questa parte del pianeta non sia più territorio di sfruttamento, di insicurezza e di migrazioni di massa, ma un continente dove pluralismo e coesistenza della società si possano affermare in un contesto di pace e di sicurezza[…]

La geopolitica delle armi italiane in Africa, così come gli stretti rapporti tra Palazzo Chigi e i regimi non democratici del continente evidenziano come la strada intrapresa dall’Italia vada nella direzione diametralmente opposta.

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