Guerre&Mediterraneo, appunti sparsi dal #MedTown 2017

Mediterraneo Downtown logo

70 ospiti internazionali, 35 ore di programmazione, 100 volontari e una città formata da 130 nazionalità diverse. Sono i numeri del primo Mediterraneo Downtown, tenutosi a Prato tra il 5 e il 7 maggio e organizzata da Regione Toscana, Comune di Prato, Cospe Onlus, Libera, Amnesty International e Legambiente.
Due giorni in cui si è perlato di migranti, diritti delle donne e lgbt, libertà di stampa, muri e confini – nonostante una fugace contestazione contro le ong che ha trovato più spazio nei media locali che nei pensieri dei partecipanti – legati, a ben guardare, da un filo rosso: le guerre.

Stranieri nella propria nazione: Ilham e il “permesso per stare a casa nostra”

Guerra burocratica come quella subita da ragazzi come Ilham Mounsiff, studentessa sarda di 22 anni nata a Beni Mellal (Marocco) e, come tale “italiana senza cittadinanza” come tanti ragazzi e ragazze che nati da genitori stranieri ma cresciuti in Italia sono costretti a «chiedere il permesso per stare nella nostra casa», come ha raccontato Ilham ai ragazzi delle scuole cittadine. Il suo nome e il suo volto diventano noti lo scorso 16 marzo, quando le viene impedito di assistere ad una seduta della Camera dei Deputati (video) perché, secondo una prassi parlamentare, «serviva l’autorizzazione del consolato del suo Paese». Ma tra il Marocco in cui Ilham è solo nata e l’Italia in cui ha passato 20 dei suoi 22 anni, quale sia il “suo” Paese è chiaro.

slide legge 91/1992 sulla cittadinanza

La riforma della cittadinanza è oggi regolata dalla legge n.91 del 1992, basata sul concetto coloniale di “ius sanguinis” (“diritto di sangue”), per il quale chi nasce da genitori italiani ha la cittadinanza anche se non abita nel nostro Paese, non ne conosce lingua e cultura e soprattutto non ne subisce le leggi pur avendo diritto al voto. Per chi invece nasce e cresce in Italia da genitori stranieri (ius soli, “diritto di suolo”) per essere riconosciuti italiani l’attesa è lunga almeno 18 anni. Un milione di ragazze e ragazzi come Ilham o Sirine Chaarabi – per citare due tra i casi più noti – che rischiano di essere etichettati come “clandestini” se non pagano la tassa di soggiorno – come semplici cittadini stranieri – e con la possibilità di «nascere e crescere in Italia e venir espulsi, costretti a rientrare in un paese che non è il nostro», racconta Ilham, che peraltro rappresenta l’Italia nell’assemblea giovanile delle Nazioni Unite. Ragazze e ragazzi a cui è precluso l’accesso ai concorsi pubblici, all’Erasmus o l’iscrizione agli albi professionali. Una scelta (obsoleta, che può essere ricondotta all’adozione del Codice civile del 1865, come scriveva nel 2014 Vito Francesco Gironda su Micromega, vedi sotto) che non danneggia solo loro ma l’intero “Sistema Italia”.

L’ultima proposta per porre fine a questa idiozia burocratica, su cui in Parlamento si discute da ben 13 anni, prevede l’introduzione di uno “ius soli temperato” e del c.d. “ius culturae”, cioè concedere la cittadinanza a quei minori che, arrivati in Italia entro i 12 anni, hanno frequentato percorsi di formazione scolastica (come le scuole elementari) o professionali. 8.000 emendamenti presentati dalla Lega Nord bloccano la discussione in Commissione Affari Costituzionali dall’ottobre 2015. Una nuova calendarizzazione è prevista per il prossimo 15 giugno, ma l’agenda dei partiti potrebbe decidere di rimandare ancora una volta.

Per approfondire:

Guerra di bombe-madri e donne ribelli

Di guerra fatta con le bombe e le armi (spesso italiane) ha parlato Malalai Joya, ex parlamentare afghana (2005-2007) che nel 2003 diventa nota al mondo per aver chiesto al presidente della Loya Jirga (il Parlamento afghano) il motivo per cui ai signori della guerra afghani – che allora come oggi governa(va)no l’Afghanistan – fosse permesso «essere presenti» a quell’assemblea. Una domanda che le costerà non solo l’espulsione dall’aula ma anche minacce di morte che continuano ancora oggi.
Il suo impegno contro la guerra è duplice: contro un conflitto ormai sparito dall’agenda politica e mediatica occidentale – tranne che per il lancio della bomba non-nucleare “Moab” da parte degli Stati Uniti – e in favore dei diritti delle donne, doppiamente colpite da contesti bellici e sistemi di potere totalmente patriarcale. La decisione di Washington sarebbe inoltre una ennesima dimostrazione di come l’Afghanistan stia tornando ad essere sempre più un «laboratorio» in cui Stati Uniti e Nato «mostrano i muscoli» alla Cina e (nuovamente) alla Russia. Per questo Malalai Joya ha auspicato la ferma condanna dei bombardamenti – e dell’intero conflitto in Afghanistan – da parte del governo italiano.

Conflitti e corpi sono stati al centro dell’intervento di Lepa Mlađenović, attivista femminista lesbica attiva nei movimenti pacifisti e nota per il suo lavoro contro la discriminazione sessuale – soprattutto delle lesbiche – e, attraverso il Centro Antiviolenza di Belgrado, in aiuto alle donne vittime di stupri di guerra. Nei discorsi di entrambe è stato possibile leggere un punto in comune, la consapevolezza che «se il ruolo della donna cambia, allora tutto il sistema cambia», come ha evidenziato l’ex parlamentare afghana. Da qui l’importanza della solidarietà, parola chiave del lavoro pacifista e femminista di Mlađenović, ben sintetizzato in questi due articoli: La solidarietà tra donne femministe e Le donne hanno cambiato tutto.

Una vignetta per far luce sugli angoli irraggiungibili della realtà

vignetta wanted Doaa El Adl

“Wanted”, di Doaa El Adl

Di popolazioni in guerra si è continuato a parlare con Doaa El Adl (vignettista politica egiziana), Samir Harb, “archeologo del fumetto” palestinese oltre che con le italiane Laura Silvia Battaglia (giornalista) e Paola Cannatella (fumettista) in un incontro – presentato da Stefania Mascetti di Internazionale – sulle “graphic news come nuova frontiera dell’informazione”.

Nell’epoca del graphic journalism, disegnare è sinonimo di informare? Vignette satiriche e graphic novels possono considerarsi giornalismo? Seppur da posizioni diverse, tutti gli ospiti della conferenza indicano nel disegno “politico” non solo uno strumento per informare, ma anche per «spiegare la complessità della divisione del territorio palestinese» (nelle tavole di Harb), combattere la censura arrivando anche ad oltrepassare le barriere culturali e linguistiche (El Adl) o per far luce in luoghi o situazioni in cui foto e video non possono arrivare. È il caso de “La sposa yemenita”, graphic novel realizzata da Laura Silvia Battaglia e Paola Cannatella per parlare dello Yemen.

Per Paola Cannatella e Samir Harb, comunque, il fumetto è interpretazione del reale, dal quale si «disconnette», così come dalla obiettività del racconto. Per Laura Silvia Battaglia, invece, anche questo nuovo modo di fare informazione deve adottare le stesse regole del giornalismo “classico”, verso il quale il graphic journalism ha un evidente vantaggio: «aggiungere contenuti con un disegno che rende più di un video o di una foto». In entrambi i casi, comunque, il disegno “politico” ha a che fare con la libertà e la dignità, con la possibilità ed il dovere di esprimere la propria opinione («non pubblico in un giornale perché voglio dire quello che devo dire», ha dichiarato Harb). Quella stessa libertà di parola e opinione che nella guerra in Yemen – in cui l’Italia ha ampie responsabilità e molte amnesie – è oggi negata ai giornalisti e attivisti incarcerati.

Libertà di stampa, repressione&caviale

Guerra ai giornalisti e alla libertà di stampa che è stata al centro anche del panel “Le sfide del giornalismo nel Mediterraneo”, cui oltre a Jacopo Zanchini (vicedirettore Internazionale) e Azra Nuhefendic (Bosnia) hanno preso parte Can Dündar (Turchia) e Arzu Geybullayeva (Azerbaijan), entrambi costretti all’esilio – il primo a Berlino, la seconda ad Istanbul – per il loro lavoro giornalistico.

«La penna è un elemento importante, sappiamo che la metà del paese ci sta sostenendo» ha dichiarato Dündar, che il 6 maggio 2016 è oggetto di un “duplice” tentato assassinio al Palazzo di Giustizia di Istanbul: uno davanti al tribunale, l’altro in aula «per aver fatto giornalismo». Insieme ad Erdem Gül è accusato di tradimento per aver rivelato “segreti di Stato”, attraverso una documentata inchiesta sul coinvolgimento dei servizi segreti turchi (Millî İstihbarat Teşkilâtı, Organizzazione di Informazione Nazionale, MIT) nel traffico di armi verso la Siria, pubblicata nel maggio 2015 sul giornale di opposizione Cumhuriyet. Un lavoro per cui Can Dündar è stato condannato a 5 anni e dieci mesi di carcere, Gül a 5 anni.

Per approfondire:

Il giornalista turco ha affrontato senza giri di parole anche il tema del controverso accordo dell’Europa con il regime di Recep Tayyp Erdoğan, un «presidente senza restrizioni»:

Critico l’Europa che sostiene l’Erdoğan che blocca i rifugiati. È una vergogna. L’Europa è il centro dei diritti umani, che noi difendiamo in Turchia. Ma l’Europa lotta contro di noi, è stata una vergogna che i politici di Bruxelles siano venuti in Turchia per sostenere Erdoğan. Potete immaginare un paese che cambia la Costituzione sotto stato d’emergenza?

«Schiaffeggiare le cancellerie politiche europee paga» ha commentato la giornalista Lucia Goracci, che insieme a Dündar ha ricevuto il premio “Mediterraneo di Pace”.

Se è il giornalismo d’inchiesta a costringere Dündar all’esilio a Berlino, Arzu Geybullayeva è esiliata ad Istanbul per il suo giornalismo di pace. Oltre a denunciare il potere della famiglia Aliyev – che guida l’Azerbaijan fin dal 1969 – è infatti impegnata nella risoluzione pacifica del conflitto nel Nagorno-Kharabakh, un territorio grande quanto metà della Sardegna nel cui conflitto sono coinvolti tanto Armenia e Azerbaijan quanto Turchia e Russia.

Per approfondire:

Anche Geybullayeva, come Dündar e i tanti giornalisti che lavorano in paesi guidati da regimi non democratici è stata definita «spia, traditrice, accusata di aver venduto segreti di Stato». Contro di lei è partita una campagna diffamatoria anche sui social media, soprattutto dal 2013 quando è iniziata la sua collaborazione con il giornale armeno Agos. Così come il Presidente-Sultano turco, anche la famiglia Aliyev non ha molta simpatia per l’opposizione, soprattutto per chi racconta la corruzione azera.

Entrambi i regimi hanno stretti legami commerciali con l’Italia, come nel gasdotto Trans-Atlantic Pipeline (Tap) partecipato da Snam e Saipem, a cui è legato anche il regime russo di Vladimir Putin.

mappa grafica connessioni gasdotto TAP Turchia, Russia, Azerbaijan

Clicca sull’immagine per aprire la mappa interattiva (fonte l’Espresso)

2,2 miliardi di euro nei primi sette mesi del 2016 è l’interscambio commerciale tra Italia e Azerbaijan (10,33 miliardi, nello stesso periodo, quello con Ankara, fonte: InfoMercatiEsteri) un «partner strategico» che reprime il dissenso e il giornalismo, accusato nel 2016 dal Parlamento Europeo di violazione dei diritti umani, due anni dopo aver guidato il Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa, il cui compito istituzionale sarebbe lo sviluppo della democrazia e dei diritti umani e di cui fanno parte anche Turchia e Russia. Una nomina che – grazie alla “diplomazia del caviale” – ha permesso al CoE di ignorare un rapporto redatto nel 2013 dal commissario Nils Muižnieks che accusava apertamente il regime degli Aliyev di aver incarcerato oltre cento tra attivisti, giornalisti e blogger (l’avvocato Intigam Aliyev e la giornalista Khadjia Ismayilova i casi più noti) oltre che della repressione delle libertà di espressione, associazione e assemblea.

Per approfondire:

Criminalizzare la solidarietà: a che scopo?

Repressione che oggi si abbatte anche sui migranti e su chi opera per il loro salvataggio, in quella «criminalizzazione della solidarietà» che in queste ore è sulle prime pagine dei giornali.
Una guerra che, per dirla con la giornalista freelance Valeria Brigida, coinvolge anche la «pigrizia dei giornalisti», accusati di non aver approfondito davvero accuse mosse «senza prove giudiziarie» contro le ong, come evidenziato dallo stesso procuratore di Catania Carmelo Zuccaro, a cui si deve l’esplosione mediatica di questa nuova campagna anti-migrante.

I dati del rapporto annuale realizzato da Osservatorio di Pavia, Cospe e Carta di Roma e presentati da Paola Barretta evidenziano il passaggio, avvenuto ad inizio 2017, da una «cornice umanitaria e solidaristica» all’attacco diretto alle ong di questi giorni. Un tipo di mediatizzazione che aumenta il senso di insicurezza, aiutando la nuova legge sulla legittima difesa (modifica degli articoli 52 e 59 del codice penale), definita ora come la possibilità di reagire «a un’aggressione in casa, in negozio o in ufficio commessa di notte o all’introduzione con violenza, minaccia o inganno». Una norma “elettorale”, in un contesto di reati in calo (così come le licenze) e contro cui si schiera anche la polizia per bocca di Daniele Tissone, segretario del sindacato Silp Cgil

Noi crediamo che sia pericoloso far passare il messaggio, innanzitutto, che si sia autorizzati a sparare se il ladro entra in casa, specialmente di notte. Poi, cosa vuol dire ‘di notte’, sul piano processuale? Cosa succederà? Per esempio, sarà legittimo sparare all’imbrunire? E non è che con questo aumenteranno gli episodi criminosi durante il giorno? […] Altra preoccupazione nostra è che poter ammazzare un ladro che entra in casa o nel negozio, potrebbe spingere per esempio anche i criminali ad attrezzarsi in modo adeguato, aumentando la propria potenza di fuoco, sapendo di poter finire male e quindi anche l’illusione di diminuire i reati predatori, autorizzando le prede a uccidere chi ruba, può essere ingenuo e sconcertante. Quindi gli unici a gioirne, come avviene negli Usa, sarebbero le lobby delle armi, da questo punto di vista

Criminalizzare la solidarietà – atto ora ridimensionato dagli stessi accusatori – serve tanto come deterrente alle partenze dei migranti quanto per rendere più difficile l’operato di volontari e giornalisti nel Mediterraneo, da sempre crocevia di traffici non solo di esseri umani. Allora torna utile la domanda di Valeria Calandra , presidente di SOS Mediterranèe che spesso ha ospitato giornalisti sulla nave Acquarius (qui il recente reportage di Cristiano Tinazzi per la RSI Svizzera): perché si vuole allontanare le navi dal Mediterraneo?

L’Europa sarebbe avviata lungo un processo di «orbanizzazione fatto di frontiere militarizzate, container e filo spinato», come lo ha definito Riccardo Noury di Amnesty International, che ha evidenziato una cifra interessante: 125 milioni, ovvero il numero di rifugiati che l’Unione Europea dovrebbe accogliere per essere davvero in “emergenza migranti”. Su un territorio europeo che ospita oltre 506 milioni di abitanti (510 se si considera l’UE a 28) per effetto della crisi migratoria nel 2015 sono arrivate 1,9 milioni di persone. Molto più pesante l’impatto dei rifugiati in Giordania (6 milioni di abitanti e 2,7 milioni di rifugiati) e Libano (4,5 milioni di abitanti e 1,5 milioni di rifugiati).

Per approfondire:

«Anche l’immagine negativa di una comunità», ha evidenziato il giornalista Zhouir Louassini, «ha un ruolo sociale», come l’estromissione dal mercato del lavoro in base al colore della pelle o la narrazione di reati «etnici» usati per raccogliere voti xenofobi.

Per fronteggiare il traffico di esseri umani tra le due sponde del Mediterraneo padre Moussie Zerai ha proposto l’adozione di un “modello canadese” per l’Europa, dove il traffico di esseri umani si combatte con l’introduzione di corridoi umanitari e la trasformazione delle famiglie dei migranti in sponsor, come dichiarava nelle settimane scorse all’agenzia Agensir

Un esempio: se io voglio far venire mio fratello non è meglio che quei 5.000 dollari dati in media ai trafficanti siano depositati in un conto gestito da un governo europeo, che li utilizzerà per l’accoglienza e garantirgli almeno l’inizio della sua permanenza?

Le soluzioni di lungo periodo vanno però cercate nelle questioni socio-economiche che spingono a migrare. Ne sono convinte Leila El Houssi (professore di Storia dei paesi islamici presso l’Università di Padova) e Anna Triandafyllidou, professoressa al Global Governance Programme del Robert Schuman Center for Advanced Studies dell’Istituto Universitario Europeo. Gli stessi italiani a cui era precluso il “sogno americano” – ha ricordato El Houssi – migravano verso la sponda sud del mare nostrum. È quindi necessario riportare al centro del dialogo tra le due sponde tanto la cooperazione economica – soprattutto con «fondi geopolitici» come Libia e Tunisia, nella definizione di Louassini – quanto la cooperazione culturale ed accademica attraverso lo studio della letteratura, della lingua e delle relazioni internazionali dei Paesi africani.

Dal Mediterraneo in Guerra alla “Prato dei diritti”?

Il #MedTown è stato anche luogo di richieste e soluzioni. Dündar e Nadezdha Azghikhina hanno proposto la creazione di «alleanze globali» tra giornalisti ed accademici contro i regimi non democratici, ad esempio «adottando» i giornalisti in carcere, raccontando le loro storie e le notizie che li hanno portati in prigione, facendo pressione sui governi nazionali e sulla stessa Unione Europea affinché vengano adottate risoluzioni e sanzioni contro questi paesi, creando gemellaggi con le città turche e curde come strumento di soft power. Creare, per dirla con il presidente Usigrai Vittorio Di Trapani, una «Prato dei diritti», creando un polo per la difesa degli sfruttati e dei giornalisti minacciati, contro quella «bancarotta morale» (Noury) in cui l’Italia sarebbe scivolata, «non essendo più in grado di riconoscere il bene e scambiandolo col male». La politica cittadina – e da essa le istituzioni nazionali – sarà davvero interessata a raccogliere la sfida? Oppure il Mediterraneo Downtown rimarrà solo un modo per fare qualcosa di sinistra?

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